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La notizia della morte violenta dell'86enne Nick Rizzuto - padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo - ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L'impressione è che alcuni equilibri si siano rotti e che la morte di Rizzuto possa scatenare una nuova guerra di mafia con un effetto domino che dal Canada potrebbe anche giungere fino all'Italia.
Quello che però si evince chiaramente leggendo le note biografiche di Rizzuto diffuse fra ieri ed oggi dai media è il carattere sempre più globale dei gruppi criminali operanti sullo scenario internazionale. Insomma, mafia italiana ed italo-americana, ma anche Yakuza giapponese, narcos centro e sudamericani, mafie slave (russa, ucraina, bulgara, albanese, kosovaro-albanese, serba e croata) e Triadi cinesi si sono da tempo trasformati in veri e propri soggetti geopolitici, con un peso in taluni casi non molto dissimile a quello delle entità statali entro le quali operano. È il caso, ad esempio, della mafia russa, che nel territorio dell’ex Unione Sovietica dispone di più di 5.000 gruppi malavitosi, dei quali circa 3.500 (molti, per inciso, di origine cecena) operanti all’interno della sola Federazione. Secondo talune stime, queste bande, che generalmente presentano delle loro peculiarità etniche o di specializzazione criminale, sarebbero addirittura in grado di manovrare il 40% del Pil russo.
Enorme è stato anche il peso geopolitico del cartello di Medellin, che ha per decenni inondato il mondo di stupefacenti operandovi profondi mutamenti sociali e considerando l’intero pianeta come un unico immenso mercato. Il narcotraffico, sotto la guida di Pablo Escobar, è divenuto una sorta di global business come mai prima era accaduto ed i narcos colombiani hanno rappresentato per anni un vero Stato nello ...
A questa infuocata tornata elettorale, il cui valore politico va ben oltre quello usuale delle elezioni europee, sono presenti anche i Liberal Democratici Riformisti, che, insieme al Movimento Associativo Italiani all'Estero, si presentano nella lista "LD con Melchiorre", la cui capolista in tutte le circoscrizioni è, appunto, Daniela Melchiorre, deputato, già sottosegretario alla Giustizia dell'ultimo governo Prodi.
La Melchiorre è un magistrato militare, per inciso figlia di un generale della Guardia di Finanza, quindi è assai attenta al tema della sicurezza, che, soprattutto in un contesto più allargato come quello europeo, spesso va a coincidere con il problema immigrazione clandestina. In visita elettorale a Catania, non fa mistero di come «nell'attuale situazione, in Italia la pena è quanto di più incerto possa esservi».
Daniela Melchiorre
Ma la proposta dei liberaldemocratici per l'Europa è ampia, assai più dei soli temi giustizia e sicurezza. «Del resto - evidenzia la Melchiorre - la nostra è una tradizione politica secolare e siamo gli unici che a Strasburgo non devono aderire ad un gruppo diverso dal partito nazionale nel quale sono stati eletti. I liberaldemocratici, infatti, ci sono ovunque, dalla Gran Bretagna alla Spagna, alla Germania. Attualmente il gruppo parlamentare europeo conta 108 deputati, che agiscono come un solo partito, cosa che in realtà sono, e non come un insieme eterogeneo senza collante alcuno come altri».
Idee davvero innovatici i "libdem", come vengono sinteticamente chiamati in tutto il mondo, le hanno in tema di economia. Nella circoscrizione Sicilia-Sardegna è infatti candidato l'economista-imprenditore Paolo Majolino, che rimarca lo specifico della sua lista.
«Tutti i candidati - afferma Majolino - provengono dalla società civile. Non abbiamo voluto politici di professione, anche a costo di rinunciare a qualche sostanzioso pacchetto di voi che qualcuno certamente ci avrebbe portato in dote».
Majolino, che per la sua serrata critica al sistema creditizio alcuni definiscono l'Obama italiano, ...
Dopo qualche giorno di rumors crescenti, sono state finalmente sospese le operazioni della filiale di Panama della Stanford International Bank, il gruppo bancario americano di proprieta' del miliardario texano Robert Allen Stanford, accusato formalmente martedì dalla Sec per una presunta truffa per circa 8 miliardi di dollari (ma la somma potrebbe essere ancora più alta).
Nel frattempo a Caracas, perché il gruppo Stanford è molto diffuso in America Latina, Edgar Hernandez, capo della Superintendecia Nacional de Bancos, si è precipitato davanti ai microfoni per assicure che non ci sarebbero problemi nelle 15 filiali della Stanford Bank presenti in Venezuela, visto che «adempiono a tutti i requisiti di solvibilità previsti nel Paese».
Sempre Hernandez ha però ammesso che gli investitori venezuelani hanno ritirato depositi per 22.8 milioni di dollari. Hernandez ha addirittuta consigliato ai concittadini di ritirare i fondi depositati anche nelle filiali della Stanford Bank di altre nazioni, come Antigua, dove i venezuelani ricchi avrebbero depositi per almeno 2.3 miliardi di dollari.
Insomma, il nuovo caso Madoff sta davvero facendo tremare se non il mondo di sicuro l'America Latina, che si scopre vulnerabile di fronte ai raggiri di certi nipotini dello zio Sam troppo disinvolti nel gestire il denaro altrui.
Robert Allen Stanford
La crisi fra Washington e La Paz ha davvero sprofondato nello sconforto il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca, che a pochi mesi dalla fine del secondo mandato di Bush jr vede "the backyard" in disordine come non mai negli ultimi anni. La "cacciata" dell'ambasciatore americano da La Paz è stata seguita, per solidarietà, dal quella degli ambasciatori "yankee" in Venezuela e in Honduras. E la proclamazione dello stato d'assedio nel dipartimento del Pando decisa oggi dal presidente boliviano Evo Morales non migliora lo scenario.
Ma che cosa è accaduto per rendere così audaci i leader sudamericani che, pur di "sinistra-sinistra", finora non si erano spinti a tali sgarbi nei confronti degli Usa? Semplice, dopo la vicenda georgiana il mondo sembra essere tornato bipolare. Con la Federazione Russa che esibisce i muscoli, è tutto un fiorire di provocazioni e prese di distanza dalla White House.
Del resto, il quadro si era complicato molto per gli Stati Uniti già da mesi. L'investimento venezuelano di 4 miliardi di dollari in armi russe non era certo un bel segnale per Washington. Come non lo erano l'invito ufficiale di Caracas a Mosca ad aprire basi militari in Venezuela, il ritorno (non confermato, ma assai plausibile) dei Mig russi a Cuba e l'annuncio di manovre navali congiunte fra Russia e Venezuela in acque venezuelane fra il 2 ed il 14 novembre.
Ora, dulcis in fundo, arriva il clamoroso e del tutto inatteso riconoscimento diplomatico del Nicaragua dell'ex sandinista Daniel Ortega ad Ossezia del Sud e Abkhazia. Davvero il "cortile di casa" sta rapidamente sfuggendo di mano agli Stati Uniti. Manca solo un presidente di sinistra a Bogotà (il mandato del conservatore Alvaro Uribe scadrà nel 2010, ma tutto è possibile nella Colombia di oggi) e a Foggy Bottom (il soprannome con cui i diplomatici americani chiamano l'edificio che ospita sulla riva ...
Il "cortile di casa" sembra sfuggire sempre più a Washington. Nel mentre la campagna per le presidenziali 2008 si accende e Bush jr è più che "azzoppato", scoppia il caso boliviano, con Evo Morales che espelle l'ambasciatore a stelle e strisce, accusando gli Usa di pesanti ingerenze negli affari interni del Paese sudamericano.
Morales ha subito incassato la solidarietà del presidente brasiliano Lula e quella, scontata, del venezuelano Chavez.
Del resto, che l'asse politico in America Latina da qualche anno sia spostato pesantemente a sinistra è ormai conlcamato. Venezuela, Bolivia e Brasile hanno oggi, seppur con diverse gradazioni (si vedano gli ottimi accordi economici fra Lula e Bush jr sul biofuel) governi orientati verso politiche antiamericane. Pesantemente come nel caso di Caracas, blandamente come nel caso di Brasilia e mediamente come per La Paz, che però in questo momento pigia sull'accelleratore e scatena una brutta crisi diplomatica.
La realtà è che gli Stati Uniti, troppo impegnati in scenari lontani dal continente americano, hanno trascurato molto negli ultimi 7 anni (ossia dall'attacco alle Twin Towers di cui oggi ricorre l'anniversario) quello che appunto è sempre stato considerato da tutti "the backyard", ossia il cortile di casa. E così, a parte qualche successo in Colombia, Washington ha perso progressivamente peso e controllo in tutto il Sud America. Per gli Usa, un altro degli effetti deleteri dell'onda lunga dell'Undici Settembre ...