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L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale.
In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto?
A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro.
E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.
Dopo qualche annuncio successivamente ritirato, sembra proprio che stavolta gli Stati Uniti siano intenzionati a trasferire un consistente fornitura di armi a Taiwan al fine di migliorarne la capacità difensiva e supportare l'equilibrio nella zona. Washington venderà quindi armamenti a Taipei per 6.4 miliardi di dollari.
Com'è ovvio, immediata è stata la reazione della Cina, che ha espresso «indignazione» per l'iniziativa della Casa Bianca, sottolineando come la decisione di Barack Obama «avrà un grave impatto negativo» nei rapporti fra i due colossi.
Gli armamenti che giungeranno a Taiwan sono degli elicotteri Blackhawk UH-60, dei missili Patriot a capacità avanzata (PAC-3), nonché altro materiale bellico di nuovissima generazione con precise funzioni di sorverglianza e di controllo.
Sulla decisione del presidente Obama potrebbe aver influito il quasi scontro di qualche giorno fa tra Pechino e Taipei di cui si è saputo soltato oggi. Mercoledì 27, infatti, un sottomarino cinese sarebbe entrato nelle acque territoriali taiwanesi, tornando però immediatamente indietro dopo l'uscita in mare aperto delle navi da guerra dell'Isola.
La presenza del sottomarino della RepPop, che si trovava 24 miglia a sud dal porto di Kaohsiung, è stata casualmente rilevata da elicotteri taiwanesi durante una esercitazione di routine.
Con uno scarno comunicato, le Forze Armate della Repubblica Popolare Cinese hanno annunciato al mondo di aver testato, a loro dire con successo, una nuova tecnologia per intercettare i missili in volo. Chiaramente, è la risentita risposta di Pechino alla recente vendita a Taiwan dei missili americani Patriot Pac-3.
Le autorità cinesi hanno dichiarato sì che il test effettuato ha raggiunto gli obiettivi prefissi, ma non hanno però precisato se vi sia stata o meno una collisione con l'obiettivo (particolare che dà la misura esatta della riuscita di un test antimissile).
«Il test - si legge nel documento - ha una natura difensiva e non è diretto contro nessun Paese». Aggiunta palesemente assai poco veritiera, avendo voluto lanciare Pechino un netto segnale a Taipei. Segnale per nulla distensivo.
Un bel po' di millenni dopo il biblico tentativo della Torre di Babele, ecco che oggi si inaugura la Torre di Dubai, in arabo Burj Dubai. Di certo è l'edificio più alto del mondo, anche se la misura precisa è tenuta ancora segreta.
Gia il 5 febbraio del 2009 il grattacielo aveva superato i 500 metri, sorpassando il Taipei 101, detentore del record precedente, a Taiwan. Ma i proprietari e costruttori del Burj Dubai, la Emaar Properties, hanno voluto infrangere ogni record. Ed ecco, quindi, gli 819 metri attuali (guglia compresa), anche se occorrerà attende stasera per la conferma dei dati.
Il numero di piani abitabili dovrebbe essere 162, pure questo un record. Peccato che l'inaugurazione sarà di certo oscurata dalle attuali difficoltà economiche dell'Emirato, che a novembre ha sfiorato il default.
[caption id="attachment_7281" align="aligncenter" width="440" caption="Il progetto del Burj Dubai"][/caption]
Sua Santità il Dalai Lama, capo spirituale dei buddisti tibetani, è giunto a Taiwan per portare la sua solidarietà alle vittime del Morakot e visitare le zone più colpite del sud dell'isola, dove ad inizio di agosto il tifone ha ucciso 461 persone.
La Cina, che considera Taiwan una sua provincia ribelle, ha dichiarato che la visita comprometterà di sicuro il timido recente riavvicinamneto con Taipei. Per il governo cinese, il Dalai Lama non è una figura religiosa, ma politica, in quanto personalmente coinvolto nelle attività separatiste che fervono in Tibet.
Il presidente del Taiwan, Ma Ying-jeou ha autorizzato la visita su richiesta dell'opposizione, ma ha comunicato con non incontrerà personalmente il Dalai Lama per evitare ulteriori tensioni con Pechino.
[caption id="attachment_5714" align="aligncenter" width="383" caption="Il Dalai Lama insieme a Giovanni Paolo II"][/caption]
Il futuro (forse più remoto che prossimo, a ben vedere) del pianeta sarà pure in riva allo Yangtze e al Gange, ma a tutt'oggi la creatività rimane una caratteristica se non occidentale, quantomeno appannaggio delle usuali regioni (anzi metropoli, per essere precisi) da decenni e decenni cuore del business mondiale.
Infatti, nonostante l'impetuoso sviluppo delle economie della Cina Popolare e dell'India, la cui "emersione rapida" è pure un dato consolidatissimo dell'economia integrata, ancora la maggior parte dei brevetti su scala globale (una quantità davvero enorme) vengono registrati in sole sei città, ossia, in rigoroso ordine alfabetico (e non certo di importanza geopolitica), Berlino, New York, Parigi, San Francisco, Taipei e Tokio.
Per Richard Florida, il sociologo statunitense noto quale teorico della classe creativa, la geografia dei talenti, per così dire, sta sì mutando, ma non tanto velocemente come si potrebbe credere.
Cina e India e le cosiddette tigri asiatiche (Corea del Sud, Malaysia, Singapore e Thailandia) producono a tutto spiano, ma scarseggiano di idee davvero originali. Magari conterà anche, come evidenziano alcuni maligni, che cinesi e indiani non ci tengono granché a registrare brevetti (anzi, copiano a mani basse di tutto e di più, mostrando una certa qual disaffezione per l'idea di copyright), ma un dato è certo, ancora le idee creative sono patrimonio dei soliti noti.
Insomma, Bangalore, ossia la cosiddetta Silicon Valley indiana, e Shanghai, l'immenso polo industriale/commerciale cinese, contribuiscono a creare e innovare in misura assai minore rispetto a quanto si immagini.
Non si tratta di scarse capacità (il talento creativo degli asiatici è storicamente provato), assolutamente no, ma di priorità diverse. Basti pensare come ancora la sola Università della California (la mitica Ucla) nel 2003 abbia registrato più brevetti che la Cina e l'India insieme.
Per non parlare dell'Ibm (il cui ramo d'azienda relativo alla produzione di personal computer è stato qualche anno fa ceduto ...