Tutti gli articoli su Twin Towers

Polemiche a Siracusa per la presenza dell’ex arcivescovo di Boston ai festeggiamenti per santa Lucia, eppure Law era fra gli eredi possibili di Wojtyla

Scritto da: il 19.12.11 — 3 Commenti
Recentemente in Sicilia è divampata una accesa polemica sul cardinale Law: presente alle celebrazioni di santa Lucia, l'invito ha scandalizzato molti fedeli della Chiesa aretusea e suscitato un duro dibattito. Credo non faccia male un po' di memoria storica in merito a questo complesso personaggio. Quando nel gennaio del 2002, ad appena quattro mesi dal terribile attacco di al-Qaeda a New York, l’autorevole quotidiano statunitense The Boston Globe  fa esplodere il primo scandalo pedofilia inerente la Chiesa cattolica, il cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della più europea fra le città americane, è un “papabile” di assoluto rilievo. Le condizioni di salute di Giovanni Paolo II sono già molto precarie ed il conclave, che poi si sarebbe svolto nell’aprile del 2005, è da più parti considerato assai vicino. In un concistoro dalla qualità certamente alta, Law, raffinato teologo, rappresenta una delle punte di eccellenza ed il suo nome già da tempo circola quale possibile successore del Papa polacco. Ipotesi rafforzata dall’ottimo intervento tenuto dal bostoniano qualche settimana dopo a Roma, su invito di Giovanni Paolo II, nella basilica di San Giovanni in Laterano, durante una commemorazione delle vittime dell’Undici Settembre voluta dalla Santa Sede. Law paragona i suoi sentimenti di fronte alle macerie fumanti delle Twin Towers a quelli suscitati dalla visita al campo di sterminio di Auschwitz, incanta i presenti e, sull’onda emotiva filoamericana di quei giorni, a molti sembra perfetto per il dopo Wojtyla. Passa ancora qualche settimana ed arriva l’inchiesta del Globe, che ha le conseguenze di un’atomica sulla Chiesa yankee. Accusato di aver permesso a diversi preti indagati per abusi su minori di continuare ad operare in alcune parrocchie senza informare i fedeli delle denunce, Law è costretto a rassegnare le dimissioni da arcivescovo. Giovanni Paolo II prima le respinge e solo in un secondo momento le accetta, a ...

L’euro, l’inflazione, Prodi, Visco e Berlusconi

Scritto da: il 08.11.11 — 7 Commenti
Davvero è raro che il premier italiano Silvio Berlusconi negli ultimi tempi dica qualcosa di sensato e condivisibile. Eppure è accaduto. Mi riferisco alla sua posizione, recentemente ribadita, sul cambio irreversibile dell'euro, fissato ormai 15 anni or sono ad un livello palesemente errato che al momento dell'introduzione "fisica" della nuova moneta nel nostro Paese ha prodotto un'ondata inflattiva violentissima, pagata a caro prezzo da tutti gli italiani proprio in un momento in cui, qualche mese dopo l'attacco alle Twin Towers, la crisi globale iniziava la sua prova generale, per così dire. Ecco, il Cav. ha ricordato questo e subito dopo Romano Prodi, che di quel cambio a 1.936, 27 lire fu l'artefice, si è indignato, negando che l'entrata in vigore dei prezzi in euro nel gennaio 2002 abbia prodotto inflazione. Sulla stessa lunghezza d'onda si è posizionato Ignazio Visco, neogovernatore della Banca d'Italia. Ora, capisco la ragionevolezza di Prodi nel ricordare che all'epoca i rapporti di forza con la Germania di Helmuth Kohl erano tali da non potere imporre un cambio 1 euro/1.000 lire, ma negare l'assoluta evidenza dell'esplosione dei prezzi in Italia nei primi anni della nuova valuta significa essere (stati) semplicemente fuori dalla realtà. [caption id="attachment_11297" align="aligncenter" width="300" caption="Silvio Berlusconi e Romano Prodi"][/caption]

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

Bush e Rumsfeld non vollero catturare bin Laden?

Scritto da: il 01.12.09 — 1 Commento
La notizia fra gli esperti di politica internazionale girava da anni, ma senza prove. Nel dicembre del 2001, Osama Bin Laden sarebbe stato accerchiato dalle truppe statunitensi in Afghanistan, molto vicine alle sua cattura. Il numero uno di al-Qaeda si sarebbe trovato a Tora Bora, in quei giorni sommersa dai bombardamenti alleati, ma alla fine i vertici militari (ovvero George Walker Bush e Donald Rumsfeld, allora rispettivamente presidente americano e segretario alla Difesa) avrebbero preso la decisione di non sferrare l'attacco finale al suo presunto rifugio. Questi retroscena sono stati rivelati da un rapporto che il Committee on Foreign Relations (Comitato per le Relazioni Estere) ha svolto per conto del Senato statunitense. Già il titolo scelto per lo studio la dice lunga: How we failed to get bin Laden and Why it matters today (Come abbiamo fallito nel catturare bin Laden e perché oggi questo ciò è importante). Nel rapporto, pubblicato già da qualche giorno sul sito Web del Senato, dove è stato presentato ieri dal suo principale relatore, John Kerry, l'ex sfidante di Bush jr alle presidenziali 2004, si può leggere che il fallimento nella cattura del leader di al-Qaida appena tre mesi dopo l'attacco alle Twin Towers nel lungo periodo ha avuto gravissime conseguenze e, specialmente, ha creato le condizioni per l'odierna rinascita della guerriglia talebana in Afghanistan e per i tanti conflitti interni che mettono a rischio la sicurezza del Pakistan («Quando siamo andati in guerra meno di un mese dopo gli attacchi dell'11 settembre, l'obiettivo era quello di distruggere al-Qaeda e uccidere o catturare il suo leader, Osama Bin Laden e altri importanti personaggi. La nostra incapacità di concludere il lavoro alla fine del 2001 ha contribuito al conflitto di oggi che mette a rischio non solo le nostre truppe e quelle dei nostri alleati, ma la stabilità ...

Perché si scrive?

Scritto da: il 22.01.09 — 28 Commenti
Perché si scrive ... A tale quesito la prima (spontaneissima) risposta che mi sovviene è più che altro "perché nessuno ti paga per leggere" ... Ma sarebbe troppo lapidaria e ben riduttiva ... Tento quindi di ragionare un minimo sull'argomento attorno al quale, volente o nolente, ruota la mia vita. Ho iniziato a scrivere spinto non da una vena artistica (il mio stile è certo molto tecnico ed arido alquanto anzichenò) o dal desiderio di dire qualcosa di mio. Per nulla. Fondamentalmente, oserei dire, odio scrivere. Proprio lo odio. Ma l'eterogenesi dei fini è legge spietata. E spesso si finisce col fare cose che si detesta fare. La mia scrittura nasce quindi da esigenze diverse. Provo a definirle. Mi occupo ormai da oltre quindici anni di stragi, terrorismo, violenza politica. Sin dall'inizio della stesura della mia tesi di laurea (sotto la paterna direzione di Nicola Matteucci, Dio l'abbia in gloria), confrontandomi con orrori indicibili, ho desiderato mettere a disposizione di quanti più lettori possibile i risultati delle mie ricerche sul fenomeno terroristico. La domanda che mi ha mosso sin dall'inizio del mio percorso di riflessione è quella dostoevskijana sul perché del dolore innocente. Sempre tenendo bene a mente tale interrogativo ho tentato, certo talvolta fallendo, di confrontarmi con le vene aperte - prendo a prestito la bella e drammatica espressione di Eduardo Galeano - della nostra contemporaneità. Dai cosiddetti anni di piombo alle stragi che hanno segnato la storia dell'Italia repubblicana, da quella che definisco strategia della tensione europea al conflitto balcanico, dalla questione nordirlandese all'immane tragedia delle Twin Towers, ho sempre e comunque cercato di mantener viva l'esigenza iniziale di capire (tentare di capire ...) il Perché di taluni accadimenti. Ma, sia chiaro, non si ricerca senza un'ipotesi attorno alla quale organizzare il reale: senza di essa il reale tace. Dei giudizi di valore ...

Il Nobel per l’Economia a Krugman, studioso del commercio

Scritto da: il 13.10.08 — 10 Commenti
Il premio Nobel per l'Economia è stato assegnato allo statunitense Paul Krugman per i suoi studi sui modelli di commercio e sulla localizzazione ottimale delle attività economiche. Krugman, 55enne, è un neokeynesiano, insegna all'Università di Princeton ed è famoso quale columnist del New York Times. Fra i maggiori critici delle scelte di Bush jr in economia ed in politica estera, è stato spesso durissimo contro taluni eccessi ultraliberisti della Casa Bianca. Durante la crisi della Enron, in un editoriale pubblicato sul New York Times, Krugman scrisse che lo scandalo di Houston da un punto di vista storico avrebbe avuto più incidenza dell'attacco alle Twin Towers del settembre 2001. Non mi sembra esattissima come analisi, ma la crisi di queste settimane di certo un po' ragione gli dà. In ogni caso, il Nobel a Krugman è importante perché finalmente si premia qualcuno che ha dedicato la carriera allo studio dell'economia produttiva e del commercio, soprattutto in un momento storico che vede franare i principi base dell'impalpabile finanza internazionale.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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