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A Dio piacendo, avrò quasi 93 anni quando si festeggerà il bicentenario dell'Unità d'Italia. In famiglia siamo longevi e la salute non mi manca, potrei anche esserci. Spero per allora di avere più entusiasmo che in questo momento. Che faccio oggi, festeggio? Anche no? Francamente tutto quel che si è sentito negli ultimi tempi mi ha fatto un po' passare la voglia. Vomito dell'ignoranza da un lato (federalisti ed autonomisti vari) e retorica sotto vuoto spinto dall'altro non fanno bene al mio umore.
Comunque, alla fine, pur fra tante polemiche, inutili ed immotivate, il 17 marzo è giunto e con esso la festa per celebrare appunto l’Unità della nostra nazione a 150’anni dai fatti che la sancirono. Fatti senza dubbio eroici che hanno impresso nel dna della nostra Patria il gene dell’azione, anche temeraria, e della lotta, anche impari e senza speranza. Come definire altrimenti l’impresa di 1.000 ardimentosi contro 100.000 dei soldati allora meglio addestrati d’Europa? Eppure, opportunamente aumentati cammin facendo, i 1.000 ce la fecero e liberarono l’Italia, unendola. Per sempre, verrebbe da evidenziare di fronte alle becere posizioni di chi oggi ironizza e minimizza. Da Nord a Sud.
Intendiamoci, io a Giuseppe Garibaldi ho sempre preferito Camillo Benso di Cavour. All'azione ho sempre preferito la riflessione. Ma la spedizione dei Mille ha un fascino romantico invincibile, ammettiamolo. Anche se, sia chiaro, mica davvero ci credo che liberazione e riunificazione dipesero da loro. Ben altri furono i fattori storici che fecero pendere la bilancia dalla nostra parte. Appunto, su tutti, il genio diplomatico di Cavour.
Peccato davvero per le tante idiozie a cielo aperto sparate da più parti nelle ultime ore. Questa dovrebbe essere giornata di ricordo e di gioia. Giornata per godersi i frutti di un Paese che potrebbe certo essere migliore, ma che, pur con tutti i suoi difetti ...
Secondo l'agenzia stampa Dire, sarebbero pronti brand e logo del nuovo movimento di Silvio Berlusconi. La scelta del premier sarebbe caduta su "Italia", un marchio semplicissimo, diretto, di sicuro effetto ed impossibile da dimenticare anche per l'elettore meno acculturato. Una sorta di uovo di Colombo, dunque, che dovrebbe soppiantare l'ormai logoro Pdl, azzeccatissimo considerando una finestra temporale assai stretta (autunno 2007-primavera 2008), ma usuratosi velocemente, anche complice la diaspora finiana.
I punti di forza di un simile brand sono ovvi: nel 150° anniversario dell'unità del Paese chiamare un partito politico "Italia" è sicuramente una idea vincente, che trasmette positività ed ammicca a quel che resta del nazionalismo degli italiani.
L'unico dubbio rimane sulla liceità dell'operazione. Perché utilizzare il nome del Paese per indicare uno specifico partito non è il massimo della classe, diciamolo pure. L'ha fatto con grande successo Vladimir Putin con Russia Unita, ma Berlusconi non potrebbe utilizzare l'aggettivo senza attirare su di sé le ire dei leghisti. Ed ecco quindi che il Cav. tira fuori dal cilindro il solo nome della Patria, somma sineddoche. Il tutto per la parte. Anzi, per il partito ...
In un momento in cui bislacchi federalismi e autonomismi più o meno spinti si affermano sempre più in Europa e in Italia, è bene ricordare oggi i due secoli dalla nascita del nostro principale Padre della Patria, Camillo Benso di Cavour, il conte-premier che con la sua allora avveniristica visione globale ha creduto più di tutti nell'idea di Italia unita, concretizzandola e consolidandola con determinazione e rara intelligenza (geo)politica.
In merito, consiglio a tutti l'ottimo intervento di Ernesto Galli della Loggia, Nostalgia di Cavour, sul Corriere della Sera di oggi.
[caption id="attachment_8767" align="aligncenter" width="266" caption="Camillo Benso conte di Cavour"][/caption]
L'annunciato default greco, a prescindere dalle responsabilità di chi negli anni ha governato ad Atene, sta ad indicare, se mai ve ne fosse stato bisogno, quanto sia soffocante l'orizzonte economicistico che si è scelto per creare l'unità europea. Una unità che si è voluta prima monetaria che politica, con il bel risultato di questi giorni: opinioni in libertà da parte di tutti i premier dei Paesi membri, ogni riunione per affrontare il problema Grecia finita in una bolla di sapone, le borse del continente che bruciano 160 miliardi di euro in un giorno ed i problemi della gente lasciati senza nemmeno una ipotesi di risoluzione.
Con il senno di poi, bene, anzi benissimo, hanno fatto Copenhagen, Londra e Stoccolma a non aver aderito all'euro, pur avendo i necessari parametri in regola. Hanno visto lungo, hanno visto giusto. Perché finora la moneta unica è servita (quasi) solamente a massacrare il potere d'acquisto dei cittadini, che nel 2002/2003 hanno avuto l'esistenza aggredita da una inflazione degna di un periodo bellico.
Per carità, è chiaro che senza l'euro la crisi globale esplosa nel settembre del 2008 avrebbe avuto effetti ben più gravi per un Paese come l'Italia. Com'è chiaro che oggi come oggi sarebbe una follia (peraltro tecnicamente quasi impossibile) tornare alle passate valute nazionali. Ma la pessima gestione del caso greco è un drammatico campanello d'allarme per tutto il sistema Ue.
Almeno da un punto di vista politico, sia chiaro, il fallimento di Atene non sarà solo suo, ma sarà il fallimento di tutta l'Europa neoliberista. Insomma, Junk Hellas, ok ... Ma anche Junk Europe ... Senza sconti per nessuno ...