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Un bel po' di millenni dopo il biblico tentativo della Torre di Babele, ecco che oggi si inaugura la Torre di Dubai, in arabo Burj Dubai. Di certo è l'edificio più alto del mondo, anche se la misura precisa è tenuta ancora segreta.
Gia il 5 febbraio del 2009 il grattacielo aveva superato i 500 metri, sorpassando il Taipei 101, detentore del record precedente, a Taiwan. Ma i proprietari e costruttori del Burj Dubai, la Emaar Properties, hanno voluto infrangere ogni record. Ed ecco, quindi, gli 819 metri attuali (guglia compresa), anche se occorrerà attende stasera per la conferma dei dati.
Il numero di piani abitabili dovrebbe essere 162, pure questo un record. Peccato che l'inaugurazione sarà di certo oscurata dalle attuali difficoltà economiche dell'Emirato, che a novembre ha sfiorato il default.
[caption id="attachment_7281" align="aligncenter" width="440" caption="Il progetto del Burj Dubai"][/caption]
La crisi finanziaria della Dubai World, la holding finanziaria dell'Emirato del Dubai, anche oggi ha pesato sui mercati internazionali, soprattutto a seguito dell'annuncio di Abddulrahman al-Saleh, direttore generale del ministero delle Finanze di Dubai, che il governo non intende garantire i debiti di Dubai World e che i suoi tanti creditori, soprattutto esteri, saranno costretti «a breve termine» a patire le conseguenze della ristrutturazione del debito della conglomerata.
«I creditori - ha spiegato al-Saleh in televisione - dovranno assumersi la loro parte di responsabilità per la loro decisione di prestare soldi alle compagnie». «Non è corretto pensare - ha aggiunto - che la Dubai World faccia parte del governo, di Dubai che è si proprietario della compagnia, ma non la garantisce».
La Dubai World, ha precisato il dg, «fa accordi con tutti gli investitori su tale base ed i suoi prestiti riguardano i progetti e non le garanzie del governo».
In ogni caso, secondo al-Saleh la reazione dei mercati, anche di quelli interni, ossia le Borse di Dubai e Abu Dhabi, è stata esagerata. «La ristrutturazione del debito - ha proseguito - è una decisione che nel lungo periodo è nell'interesse di tutti, anche se posso capire come nel breve periodo possa infastidire i creditori».
Tale ristrutturazione dovrebbe riguardare 5.7 miliardi di debiti, con scadenza prima del prossimo maggio. La Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti ha assicurato che fornirà liquidità extra al sistema bancario, ma al-Saleh dubita comunque che ce ne sia realmente bisogno («Penso che le banche a questo stadio non abbiamo bisogno di liquidità extra da parte della banca centrale», ha affermato con una sicurezza certamente degna di miglior causa).
Intanto le borse degli Eau sono in picchiata, con chiusure davvero in profondo rosso. Il listino di Dubai oggi ha perso il 7.3%, con tutti i gruppi bancari ed edilizi in rotta. ...
Senza ombra di dubbio, la notizia più importante della settimana che va a chiudersi è la dichiarazione di (temporanea? quanto temporanea?) insolvenza da parte di Dubai World, la holding statale degli Emirati Arabi Uniti che si occupa prevalentemente di immobili.
In merito, ho il timore che i politici ed i media occidentali non abbiano ben compreso la portata di quanto dichiarato dagli emiri. La notizia, infatti, non ha avuto a mio avviso la eco che meritava, ma di per sé credo annunci un evento catastrofico ben più rilevante del crac di Lehman Brothers del settembre 2008, all'origine della crisi globale corrente.
Perché, se è vero, come ha recentemente dichiarato Paolo Panerai, uno che di economia se ne intende anche più di tanti ministri, che «le crisi hanno il vantaggio di fare giustizia sul mercato e di creare efficienze», è anche vero che uno stato di tensione dei mercati e del ceto produttivo mondiale che si dovesse protrarre per anni inevitabilmente andrebbe a delineare la fine del sistema economico-finanziario impostosi con l'avvento dell'era Thatcher-Reagan e del relativo impianto di pensiero (non che l'ipotesi non sia per me auspicabile, intendiamoci, ma avrebbe comunque contraccolpi dolorosi per tutti, da valutare e temere).
Occorre quindi individuare, anche nelle analisi da proporre a lettori e telespettatori, una via di mezzo fra il pessimismo catastrofista e l'eccessivo ottimismo. Perché il caso Dubai dimostra ampiamente come nessuno oggi sia al riparo dal default, come nessuno oggi possa dirsi esente dal rischio di essere spazzato via in poche ore dalla scena internazionale. Con le relative pesanti conseguenze sulla vita della gente normale che ciò comporta.
Altra vicenda su cui riflettere è quella degli "imbucati" ad un party della Casa Bianca martedì scorso. Si può minimizzare e si può affermare che i due coniugi che qualche sera fa hanno partecipato al ricevimento degli ...
L'economista turco (ma di fatto ormai americano) Nouriel Roubini, docente alla New York University, aveva appena finito di dire qualche giorno fa che il peggio della crisi economica iniziata a settembre 2008 ancora sarebbe dovuto venire che ecco servita la ferale notizia del quasi default di Dubai, la città simbolo di quello sviluppo finanziario che fino a qualche tempo fa ingenuamente si era ritenuto senza limiti.
La holding statale Dubai World oggi ha terrorizzato il mercato azionario mondiale. Cuore finanziario dell'Emirato, la Dubai World controlla il mercato immobiliare, quello della finanza e quello dell'energia. Ebbene, raggiunti i 59 miliardi di dollari di passività (ovvero il 70% del debito statale complessivo) ha chiesto ai creditori una moratoria di sei mesi sulle rate da versare, pessimo segnale, prodromico di un default dichiarato.
La mossa, è comprensibile, ha avuto subito un effetto devastante sui mercati finanziari, timorosi del coinvolgimento di alcune grandi banche esposte al debito dell'Emirato, tra cui anche numerosi istituti europei.
Le prime stime parlavano di circa 40 miliardi di perdite ed a poco è servito l'intervento del governo arabo con la per nulla convinta dichiarazione sulla «durevolezza» dell'economia di Dubai, considerato come alla fine della giornata borsistica in Europa fossero stati bruciati circa 159 miliardi di euro di capitalizzazione.
Gli Emirati Arabi Uniti non erano stati scossi troppo violentemente all'inizio della crisi economica corrente, durante i giorni della scomparsa di Lehman Brothers per intenderci. Ma nei mesi successivi, diciamo dalla primavera del 2009, qualche sinistro scricchiolio lo hanno emesso e solo gli ottimisti ad oltranza non hanno voluto capire gli inequivocabili segnali che la futuristica città inviava agli investitori. Perché che scoppi una bolla immobiliare proprio in una metropoli che ha fatto del suo sviluppo fisico il cavallo di battaglia, nonché il biglietto di presentazione al mondo è il peggiore dei segnali. Come se ...