Tutti gli articoli su Washington

La corsa al riarmo di Vladmir Putin

Scritto da: il 21.02.12 — 0 Commenti
Oltremodo sicuro della sua (ri)elezione a presidente della Federazione Russa il prossimo 4 marzo, il premier Vladimir Putin, che non ha mai smesso di parlare da capo dello Stato, ha deciso di rispondere alla grande a quella che considera «la minaccia» dello scudo antimissile americano, ed ha annunciato il più imponente programma di riarmo russo dal crollo dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991. Nei prossimi 10 anni, infatti, Mosca spenderà 23.000 miliardi di rubli (ossia 773 miliardi di dollari) per acquisire oltre 400 missili balistici intercontinentali (Icbm), ovviamente dotati di testate nucleari, 8 sottomarini a propulsione e armamento atomici e 20 convenzionali, oltre a 600 aerei da guerra e 28 sistemi di difesa anti-aerea S-400. Il piano è stato reso noto dallo stesso Putin in un intervento a sua firma pubblicato sulla Rossiiskaya Gazeta, nel quale l'uomo forte di San Pietroburgo ha spiegato come la presunta debolezza russa potrebbe anche divenire una tentazione per qualcuno ed ha fatto un parallelo storico con le condizioni delle forze armate sovietiche all'inizio della II Guerra Mondiale. «Mai e in nessuna circostanza - ha sottolineato Putin - rinunceremo alla deterrenza del nostro potenziale strategico, anzi la rafforzeremo». La minacciosa corsa al riarmo del premier russo è certo una delusione per chi, all'indomani dei tragici fatti dell'Undici Settembre, aveva cominciato a considerare la Russia, che culturalmente è Europa tout court, come parte dell'Occidente. Evidentemente non bastano i petrorubli a fiumi, l'ingresso nel Wto e la comune minaccia islamista a fare abbandonare a Mosca i sogni di grandeur militare in funzione (per inciso, del tutto teorica) anti Washington. Chiamiamoli riflessi condizionati da Guerra Fredda. Difficili da controllare. [caption id="attachment_11709" align="aligncenter" width="300" caption="Vladmir Putin"][/caption]  

Kudrin vs Putin, una crepa in più nella Russia “sovietica”

Scritto da: il 27.09.11 — 0 Commenti
Aleksej Kudrin, ormai ex ministro delle Finanze ed ex vicepremier, è l'uomo della rinascita russa, il tecnico che ha portato la Federazione dallo scomodo ruolo di debitore internazionale (ricordiamoci della grave crisi del rublo del 1998) al terzo posto nel mondo per riserve in valuta. Non è facile capire che cosa cambierà nelle capacità di Mosca di tenere il passo con le altre realtà emergenti del globo, ma certo sarebbe stato meglio per il Cremlino se questa grana non fosse scoppiata. Molti osservatori non hanno mancato di evidenziare come le dimissioni di Kudrin, rassegnate dopo un brutto scontro frontale con il presidente Dmitrij Medvedev, siano assolutamente inusuali in terra russa, Paese nel quale nessuno più neanche tenta di opporsi allo strapotere dello "zar" Putin. Ebbene, Kudrin, che avrebbe voluto per sé il posto di primo ministro che Putin per il prossimo "giro di giostra" ha invece riservato a Medvedev, ha pubblicamente attaccato il Cremlino. E lo ha addirittura fatto da Washington, criticando le scelte del potentissimo ex agente del Kgb davanti al mondo intero. Insomma, un'altra brutta "crepa" si è aperta nella fortezza del potere putiniano, ma i liberaldemocratici duri e puri non si facciamo illusioni, Vladimir Putin si appresta a governare per altri dodici anni la Russia senza possibilità alcuna di reale opposisione. Sarà pure «una parodia dell'Unione Sovietica», come l'ha definita Mikhail Prokhorov, un imprenditore che ha tentato senza successo la strada della politica indipendente, ma la Russia di oggi è saldissimamente in mano a Putin e pure in forte crescita economica. Certo, c'è da chiedersi in che misura tale crescita sia stata merito di Aleksej Kudrin e quanto la sua rottura con la coppia Putin-Medvedev peserà sulla "efficienza direzionale" del governo russo. Rinvenire nella Federazione qualcuno all'altezza di Kudrin non sarà impresa facile (il neo nominato ad interim Anton Siluanov, ...

Nessun attacco all’Europa o all’Italia, è solo l’incapacità dei governanti

Scritto da: il 19.07.11 — 0 Commenti
Dicono alcuni analisti che si è di fronte ad «un attacco speculativo senza precedenti al sistema Europa». A Roma e Milano addirittura indaga la Magistratura su tali presunti atti di speculazione. Mi si consenta di continuare ad essere molto perplesso in merito a tale semplicistica spiegazione. Non sarebbero quindi le più che discutibili scelte della Bce, l'incapacità di molti governi europei e l'inutilità della Obanomics a stare affossando l'Occidente. No, sarebbe un attacco speculativo. Come sempre in questi casi, si cerca un colpevole dall'esterno. Il che è un atteggiamento assai discutibile ed infantile, a mio avviso. In tal modo, ovvio, si deresponsabilizzano Bruxelles, Roma, Atene, Dublino, Lisbona, Washington et alia. E si fa poco o nulla per invertire la rotta, mentre in primo luogo bisognerebbe mettere sul "banco degli imputati" Jean-Claude Trichet. Va bene che è in scadenza di incarico e che tutte le speranze sono ormai riposte in Mario Draghi che a breve prenderà il suo posto, ma non si può più permettere che l'economista transalpino accumuli errori su errori come il recente scellerato aumento dei tassi d'interesse. Deve per forza fare danni fino all'ultimissimo giorno di mandato? Quanto ai governi europei, possibile che nessuno si renda conto di come scandali, litigiosità fra alleati, instabilità interna e tensioni sociali minino oltre misura la credibilità di un Paese, rendendolo debole ed esposto a qualsivoglia rischio di "fluttuazione" del suo rating (giusto o sbagliato che sia tale sistema di valutazione, per carità ...) ed alle ovvie relative conseguenze? Il premier Silvio Berlusconi, per fare un esempio a noi vicino, è così certo che i ripetuti risultati negativi di Piazza Affari siano il risultato di una speculazione che viene da lontano? Evitare, ad esempio, gli scandali che hanno reso l'Italia lo zimbello del mondo non sarebbe forse stato meglio per la solidità della nostra ...

Caso Dsk: intanto il finto stupro ha imposto la restaurazione all’Fmi

Scritto da: il 04.07.11 — 0 Commenti
Non era certo stato un pessimo direttore dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn prima dello scandalo sessuale che lo ha (temporaneamente) travolto. Tutt’altro. La sua è stata una figura assolutamente positiva sullo scacchiere globale degli ultimi anni. Direttore del Fondo Monetario Internazionale da fine settembre 2007, Dsk ha tentato di mutarne il volto. Sotto di lui, il Fondo, da bieco esecutore di politiche ultraliberiste, una sorta di usuraio degli Stati e dei popoli, si è trasformato in elemento di riequilibrio dell’economia mondiale, un “medico” delle finanze malate dei Paesi. Una mezza rivoluzione subita dagli Stati Uniti, che per decenni avevano utilizzato l’Fmi come strumento di potere assoluto per imporre ovunque sul pianeta la loro weltanschauung turbocapitalista. Che si trovi proprio qui la chiave di lettura dell’affaire Dsk? Ma a prescindere dalle sorti personali dell’ex direttore - che, scagionato dall'infamante accusa di stupro, potrebbe ora correre per le presidenziali francesi - una domanda da porsi, anzi, la domanda da porsi, riguarda il futuro dell’istituzione da lui guidata fino al "fattaccio". Suo successore è stata nominata Christine Lagarde, ex ministro dell’Economia francese. Di solida formazione americana, la Lagarde garantisce un “ritorno al passato” assai gradito a Washington nella gestione del Fondo, una “controriforma” che tenterà di azzerare i risultati raggiunti da Dsk. Dsk che, prima di essere additato dalla pubblica opinione nella migliore delle ipotesi quale marito infedele, per anni ed anni è stato unanimemente considerato un grande economista, un socialista in grado di gestire in maniera umana una istituzione sovranazionale, l'Fmi appunto, da molti considerata una mostruosità. Quello che a lungo è stato il francese più potente al mondo era riuscito nell’ardua impresa di riformare il Fondo Monetario Internazionale. Che sotto la sua direzione ha smesso di imporre semplicemente tagli draconiani ai bilanci degli Stati “soccorsi”, prediligendo politiche di lungo periodo in grado di garantire il ...

La nuova Storia di Karol il Grande

Scritto da: il 30.04.11 — 0 Commenti
Il lunghissimo pontificato di Karol Wojtyla (il più lungo dopo quello di Pio IX) è coinciso con un periodo tragicamente convulso della Storia umana. Ma Giovanni Paolo II, che già alcuni chiamano Magno, è riuscito a non subire il flusso degli eventi, tutt’altro. Lo ha cavalcato e spesso gli ha dato forma. La politica estera della Santa Sede nei ventisette anni di regno di Karol Wojtyla è stata portata avanti attraverso gesti concreti, in primo luogo i numerosissimi viaggi apostolici, ma anche attraverso le clamorose dichiarazioni e le richieste di perdono che tanto scalpore hanno suscitato. L’era Wojtyla è stata inaugurata con il trionfale ritorno in Polonia, grande segnale di forza lanciato alle autorità del blocco comunista. Dal 2 al 10 giugno del 1979, appena otto mesi dopo l’elezione al soglio pontificio, Wojtyla rientrava nel suo martoriato Paese per ridare ai polacchi la speranza in un futuro di libertà. In una storica omelia in piazza della Vittoria, a Varsavia, afferma: “Non è possibile capire la storia della nazione polacca senza Cristo”. Sarà l’inizio della fine per l’intera galassia del socialismo reale. Questo primo viaggio nella terra natale avviene in un frangente tragico per il suo popolo. Basta vedere il meraviglioso “Decalogo” del regista Krzysztof Kieslowki per rendersi conto dell’opprimente grigiore della Polonia di quegli anni. Una Polonia che, al pari degli altri Paesi del Patto di Varsavia, anelava alla libertà e sfioriva, moriva per la sua assenza. Perché non di solo pane ha bisogno l’uomo (e i polacchi ben sanno quanto allora mancasse il pane), ma soprattutto d’esser libero. Con accanto il fedele assistente personale Stanislaw Dziwisz ed il segretario di Stato Agostino Casaroli, diplomatico di immensa caratura cui si devono molte delle scelte più lungimiranti della Santa Sede in campo internazionale, Karol Wojtyla ha quindi iniziato a smantellare l’immenso gulag che era l’Europa ...

Eletto il successore (politico) del Dalai Lama

Scritto da: il 27.04.11 — 0 Commenti
Lobsang Sangay, 43nne docente di Diritto Internazionale alla Harvard University, è stato eletto primo ministro del governo tibetano in esilio. Da Dharamshala, nel Nord dell'India, sede dell'esecutivo, lo ha annunciato la commissione elettorale. Sangay succede al Dalai Lama che, dopo decenni come guida anche politica dei tibetani, ha rinunciato a tale ruolo. Per i tibetani della diaspora è una novità assoluta, visto che negli ultimi 3 secoli il leader religioso è sempre stato nel contempo premier del Paese (oggi provincia cinese). Facile la vittoria del giurista, che con il 55% dei voti ha battuto al primo turno gli altri due candidati in lizza, tutti laici, Tenzin Tethong (ex rappresentante del Dalai Lama alle Nazioni Unite ed aWashington) e Tashi Wangdi (ex ministro del governo in esilio). Sangay, nato nel Nord Est dell'India da una famiglia di fuggitivi, in vita sua non ha mai visto il Tibet. Ora lascerà la Harvard Law School per trasferirsi a Dharmsala. Lobsang Sangay

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

È ormai inestinguibile l’incendio del deserto egiziano, la sola speranza è el-Baradei

Scritto da: il 29.01.11 — 2 Commenti
La crisi in corso in Egitto pare essere ormai di difficile contenimento, anzi, si complica sempre più ad ogni ora che passa. Quello che meno di un mese fa, partito da Algeria e Tunisia, sembrava un fuoco di paglia si è invece trasformato in un incendio inestinguibile, che sta ardendo anche il deserto egiziano, minacciando il "faraone" Hosni Mubarak, ovvero l'incarnazione di un tipo di potere così radicato che si riteneva immune da rivolte. Ecco, se una cosa sta accadendo nelle strade egiziane è il definitivo superamento di un paradigma che sembrava inconfutabile, quello sull'inattaccabilità delle dittature soft mediorientali. Ed invece l'Algeria è in rivolta, Ben Ali  in Tunisia è dovuto fuggire, e Mubarak in Egitto è in difficoltà serissime. E come se tutto ciò non bastasse, l'effetto domino, inevitabile in questi casi, sta per giungere in Giordania, nello Yemen e in chissà quali altri Paesi. I cosiddetti "food riot", le rivolte per il cibo, sono quindi riuscite a scardinate equilibri di potere decennali. La gente non ne può più della corruzione endemica del Medio Oriente. La gente è alla fame. E si ribella. Certo, finora gli scontri sono stati nel segno delle - peraltro comprensibilissime - richieste di riforme che possano garantire sviluppo economico ed occupazione. Ma, soprattutto in Egitto, che garanzie vi sono che gli integralisti islamici non prendano il sopravvento sui manifestanti "comuni", per così dire?  I Fratelli Musulmani - dalle cui fila, ad esempio, proviene Ayman al-Zawihiri, numero due di al-Qaeda -  sono stati tenuti sotto controllo nei decenni da Sadat prima e da Mubarak poi. Se dovesse ora cadere il fedele alleato di Washington che ruolo riuscirebbero a ritagliarsi nel nuovo corso egiziano? Certo di rilievo, c'è da scommetterci. All'Occidente non resta quindi che puntare tutto sul Mohammad el-Baradei, ex responsabile dell'Aiea, premio Nobel per la Pace, da qualche ...

WikiLeaks Files, una tempesta in una tazzina di caffè

Scritto da: il 29.11.10 — 0 Commenti
Molto nervosismo nei giorni scorsi per le temutissime (anche troppo) rivelazioni di WikiLeaks, il sito creato dall'australiano Julian Assange che riesce ad ottenere documenti riservati e notizie sensibili sulle strategie e le scelte dei governi del mondo per immetterle on line. Sulla moralità di simili operazioni ogni dubbio è lecito, visto che in determinati casi è stata seriamente messa a repentaglio la vita di soldati ed agenti occidentali impegnati in incandescenti scenari di guerra, ma certo su quest'ultima massiccia fuga di notizie è stata l'esagerazione a farla da padrona assoluta. Perché a ben leggere la marea di documenti riservati delle Ambasciate statunitensi con la quale l'irresponsabile Assange ha inondato le redazioni dell'intero pianeta vi sono infatti molte ovvietà e pochi scoop. Insomma, altro che «11 settembre della diplomazia», come - un po' troppo ansiosamente - il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha definito la giornata di ieri.  Tutto sommato una tempesta in un bicchier d'acqua. Anzi, vista l'isteria collettiva scatenatasi, in una tazzina di caffè ... Ma proviamo a fare un piccolo elenco delle rivelazioni più banali e di quelle di contro più inedite e interessanti pubblicate da WikiLeaks. BanalityLeaks 1) Da anni si poteva notare una (neanche tanto) vaga rassomiglianza fra Gheddafi e Michael Jackson (tutte le facce "plastificate" un po' hanno qualcosa in comune). Che il leader libico faccia uso di butulino antirughe è quindi una notizia, oltre che inutile in sé, di una ovvietà assoluta, probabilmente la più esilarante fra quelle diffuse da Assange. 2) Non è che si potesse mai pensare ad una profonda stima della corrente amministrazione americana nei confronti del premier italiano Berlusconi, sostanzialmente considerato un incapace. Quando uno parte con il piede sbagliato (l'infelicissima frase sull'Obama «abbronzato» pronunciata durante la campagna 2008 per la Casa Bianca) poi è difficile assai recuperare. Ovvio che i giudizi tranchant ...

La strana idea del ritorno al gold standard

Scritto da: il 15.11.10 — 6 Commenti
Da qualche settimana il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick - già dirigente di Goldman Sachs, nonché vice segretario di Stato americano con George Walker Bush - ragiona apertamente attorno alla proposta di ritornare al gold standard, ossia il sistema abbandonato dalla comunità internazionale nel 1971 con la fine della convertibilità del dollaro. Keynes non amava il gold standard, anzi riteneva che fosse una palese eredità barbarica. E non a torto. Oggi una sua reintroduzione, oltre a causare uno choc con esiti imprevedibili sui mercati internazionali, di certo indebolirebbe di molto il ruolo delle politiche monetarie dei vari Paesi e delle varie banche centrali. Non solo, perché rischierebbe anche di scatenare un incontrollabile processo di deflazione. La domanda da porsi a questo punto è una: come mai Zoellick pensa ad un simile balzo indietro nel tempo e non ad una concreta e radicale riforma dell'intero sistema monetario internazionale? Sarebbe la soluzione migliore per il mondo intero. Ma forse costringerebbe Washington, Bruxelles e Tokio a trattare seriamente e senza timori reverenziali con Pechino, che della sua discutibile (ed oltremodo ingessata) politica monetaria ha fatto una eccezionale leva di crescita economica. Insomma, non si ha la forza di imporre alla Cina una corretta fluttuazione del cambio dello yuan-renmimbi che riequilibrerebbe i rapporti di forza commerciali globali e si pensa di portare l'orologio della Storia indietro di 40'anni? A dir poco discutibile ...

G20, oltre il fallimento

Scritto da: il 12.11.10 — 1 Commento
Il G20 in corso a Seul, in Corea del Sud, sarà senza dubbio un fallimento. Anzi, andrà oltre il fallimento, nel senso che sancirà una volta per tutte la sua totale inutilità. Un flatus vocis planetario che serve solo al Paese ed alla città che a turno ospita il vertice per aver puntati addosso i riflettori dei media internazionali per qualche giorno. Ma per quanto riguarda decisioni concrete o indirizzi realistici per la risoluzione dei problemi in campo nulla di nulla. Alla fine, come sempre, sarà stilata e presentata una “lista dei desideri” che all'incontro successivo non si avrà nemmeno il coraggio di riprendere in mano per constatare quanto essa sia stata disattesa. A Seul gli Stati Uniti sono arrivati con intenti bellicosi nei confronti della Cina, a ragione accusata di mantenere artatamente basso il cambio dello yuan-renmimbi per agevolare il suo export, ma la recentissima scelta della Federal Reserve di iniettare pesantemente liquidità nel sistema economico americano, acquistando 600 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, pone oggi Washington sul banco degli imputati, non Pechino. Il timore (soprattutto) di Bruxelles è che si possa scatenare una spirale inflazionistica. Da qui le dure critiche, non solo europee, all'operato di Ben Bernanke. Ma perché questa “genetica” propensione al fallimento del G20 (come pure del G8)? una spiegazione credo condivisibile a 360° è che i summit (più o meno) globali danno in genere, ed è anche comprensibile per certi versi, una priorità praticamente assoluta alle emergenze, tralasciando di affrontare i temi economico-finanziari centrali di medio-lungo periodo. Altra valutazione da fare - certo meno condivisibile dall'ampio pubblico e dalla maggioranza degli addetti ai lavori, ma la si prenda più che altro come una provocazione - è che, a prescindere dall'ormai conclamata incapacità dell'Unione Europea di parlare con una single voice, che pure sarebbe utilissima, il ...

In America è proprio ora di un nuovo Tea Party

Scritto da: il 30.08.10 — 2 Commenti
Numericamente non è stata la marcia del milione di uomini che l'islamico Louis Farrakhan, predicatore peraltro politicamente assai sterile, fece convergere su Washington nel 1996. E non è stata - ovvio - nemmeno l'adunata oceanica organizzata da Martin Luther King il 28 agosto del 1963, il giorno del discorso “I have a dream” che mutò per sempre i destini dell'America. Di certo però la prova di forza del Tea Party al National Mall è stata stravinta dagli organizzatori, in primo luogo da quel Glenn Beck, giornalista star della tv di Rupert Murdoch Fox News, che è ormai l'anima del movimento anti tasse statunitense. Ma anche dalla Sarah Palin, ospite fissa alle “adunate” del Tea Party, che sta trovando fra le pieghe della giovane iniziativa un dinamismo ed una linfa vitale impossibili da rinvenire nel Grand Old Party. Dopo sabato, infatti, è chiaro che con questa nuovissima forza politica che preme potentemente dal basso il Partito Repubblicano deve fare i conti, pena serissimi guai elettorali. Già molti dei candidati tradizionali del Gop sono stati battuti alle recenti primarie per le elezioni di mid-term che si terranno il 2 di novembre. E lo stesso John McCain, icona trasversale classicamente repubblicana ma in grado di attrarre anche le simpatie dei democratici, ha scampato per poco la perdita della possibilità di poter concorrere ancora per il partito dell'elefante ad occupare il seggio senatoriale spettante all'Arizona. Alla fine McCain ha vinto le primarie repubblicane, ma ha dovuto mutare parecchio del suo tradizionale messaggio, puntando su argomenti a lui per nulla congeniali, come la sicurezza e la lotta all'immigrazione. In uno spot su questo tema, ad esempio, ha buttato alle ortiche 30 e passa anni di posizioni progressiste. Insomma, il Tea Party, che deve l'ironico nome alla rivolta del 1773 dei coloni americani contro le inique tasse della ...

Se la Cina sorpassa il Giappone è proprio tempo di archiviare il Pil

Scritto da: il 17.08.10 — 2 Commenti
Secondo i dati diffusi dal governo postmaoista, nel secondo trimestre 2010 la Repubblica Popolare Cinese ha registrato un Pil di 1.339 miliardi di dollari, contro i 1.288 miliardi del Giappone. Leggendo i dati su base semestrale diffusi da Tokyo, invece, il Pil nipponico a metà anno risulta essersi attestato a 2.578 miliardi di dollari, contro i 2.532 miliardi di Pechino. L'economia giapponese starebbe comunque rallentando, considerato come in un anno la crescita sia stata solo dello 0,4% (+0,1% su base trimestrale). Tale fase di stabilizzazione rende assai probabile l'ipotesi di un definitivo sorpasso della Cina sul Giappone a fine 2010 per quanto riguarda i valori assoluti dell'intero anno. Quella cinese si appresterebbe a divenire quindi la seconda economia del mondo, alle spalle della statunitense, ma certo molto dietro. Su base annua infatti si può ancora ragionare attorno ad un gap che vede 5.000 miliardi circa di dollari dell'economia cinese e quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana. Insomma, anche con gli attuali tassi di crescita, a Pechino occorreranno circa dieci anni, se non di più, per raggiungere Washington. Per quanto fondato su basi a mio avviso fragili, lo sviluppo cinese è oggi certo impetuoso, nessuno lo nega. Più o meno a inizio millennio la Rep Pop era la settima economia al mondo, poi ha cominciato a correre forte, nel 2007 ha superato la Germania, conquistando il terzo posto, e a fine 2010 si piazzerà quasi certamente seconda. Per completezza d'informazione è bene dire che per la fine dell'anno gli esperti stimano di vedere la Germania al quarto posto e a seguire Francia, Regno Unito, Italia e Brasile. Questo, ovviamente, in base al Pil, un indicatore che proprio evidenziando il sorpasso cinese sul Giappone mostra ormai tutti i suoi clamorosi limiti. Intanto, considerando come la popolazione cinese sia più o meno 10, ma ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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