La Champions League (che va cambiata!) metafora della crisi: una squadra svizzera elimina l’avanguardia (mediatica) della classe operaia inglese

Scritto da: il 08.12.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Da sempre sostengo che lo sport è l’evoluzione della guerra tribale combattuta con altri mezzi e che il calcio è una grande metafora della vita. Ieri sera ho avuto piena conferma di ciò. Con il 2-1 casalingo il Basilea ha battuto ed eliminato il Manchester United. Ossia, una squadr(ett)a svizzera di una città nota al mondo per le sue banche e per aver dato il nome alle (più che stringenti) regole del mercato finanziario globale ha buttato fuori dal calcio continentale la squadra che negli ultimi venti e passa anni ha rappresentato nel mondo la metropoli simbolo della classe operaria inglese.

Guidata da quel Ferguson di scozzesissime, umili (da ragazzo fece pure lo scaricatore di porto) e cattoliche origini divenuto poi sir Alex (uomo di intelligenza, equilibrio e saggezza introvabili nel disgustoso universo del calcio contemporaneo), il Manchester United negli anni è stato una bandiera anche dell’orgoglio operaio, con tifosi ovunque al mondo, specie nell’Irlanda repubblicana. Ora, da finalista dell’ultima edizione, si ritrova fuori dalla Champions ad opera di una marginalissima squadra svizzera. In tempi di crisi economica imperante, con le banche a governare di fatto le politiche degli Stati, l’accidente calcistico è inevitabile che diventi simbolo di altro.

Ma un’ulteriore riflessione si impone. Dopo la serata di ieri è ovvio come la formula della Champions League vada rivista, cambiata, sostituita, abbattuta. Prima possibile. La trasformazione della Coppa dei Campioni in Champions League nel 1992 è stata l’inizio della degenerescenza assoluta del calcio, della sua trasformazione da sport bello ed avvincente in mero strumento del dio denaro, in follia collettiva senza ratio alcuna. Che alla Coppa Campioni possano partecipare squadre che non hanno vinto il proprio campionato nazionale, ad esempio, è semplicemente grottesco, una pazzia che andava rifiutata da subito.

Certo, in quegli anni faceva comodo ai tanti magnati proprietari dei più importanti club europei (primo fra tutti il presidente del Milan, Silvio Berlusconi) potersi garantire la ribalta continentale più importante anche nell’infausto caso che non fossero riusciti a vincere il proprio scudetto. Da qui la formula tutta commerciale della Champions League, la volontà di spalmare su più giornate le competizioni e la conseguente perdità della dimensione mitica del calcio.

A questo punto, bene sarebbe un bel moto reazionario che riportasse indietro il calendario, ridando agli appassionati la Coppa Campioni, la Coppa delle Coppe, la Coppa Uefa e financo la simpatica Mitropa Cup, la competizione riservata a chi vinceva il campionato di serie B del proprio Paese. Così com’è il calcio europeo è semplicemente folle, fuori controllo e per nulla interessante. In un momento in cui la gente ha ben altro da pensare che non il pallone, serve ritornare all’antico per salvare quel che si può salvare di uno spettacolo un tempo bellissimo, oggi inguardabile.

I Celtic di Glasgow vincitori della Coppa dei Campioni 1966-67

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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