La maledizione della Lehman Brothers, gigante sorto sul sangue dei neri d’Alabama

Scritto da: il 16.09.08
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

Travolta dalla crisi dei subprime, alla fine è fallita anche la banca d’affari Lehman Brothers, appena due settimane dopo il salvataggio governativo delle due principali banche semiprivate (o semipubbliche, se si preferisce) che negli Usa erogano mutui immobiliari, Freddie Mac e Fannie Mae. Mentre un po’ tutti gli analisti aspettano a breve (ormai da un paio d’anni) il crollo dell’indebitatissima General Motors, cadono una dopo l’altra una serie di banche non troppo tempo fa giudicate ancora solide. Segno che chi produce beni tangibili, come GM, forse ha qualche chance in più di salvarsi quando è il difficoltà rispetto a chi vaga nel nulla fatto flusso informatico della finanza globale.

Certo, inquieta, e molto, il crack della Lehman Brothers, fondata nel 1850, preistoria per gli economisti di oggi. Un tonfo sesquipedale da 613 miliardi di dollari il suo, nonostante la fama da guru infallibile dell’ad Richard Fuld. Un uomo in grado di far salire le quotazioni del titolo fino a 66 dollari. Per poi trascinarle a 24 centesimi.

Scrive Vittorio Zucconi su la Repubblica di oggi: «C’è qualcosa di spaventosamente banale, perché già visto molte volte come quegli uragani che si abbattono ogni anno, nel collasso della quarta banca d’affari americana consumato in questo weekend, la Lehman Brothers. Come nella fine di Bear Stearns, di Merrill Lynch – la numero uno risucchiata dalla Bank of America – nell’assalto in atto al titano delle assicurazioni Aig, nelle febbre che sta facendo rabbrividire marchi stellari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan, c’è semplicemente l’altra faccia del “sogno americano”. L’incubo americano».

È proprio così, the dream che si trasforma in nightmare. Tipico della cultura americana. Ed un gigante come Lehman Brothers collassa, bruciando un valore complessivo prefallimento di oltre 500 miliardi di dollari e, soprattutto, triturando le vite di 27 mila dipendenti (140 in Italia).

Comprensibilmente, il panico si sta diffondendo nel patinato mondo della finanza globale. Magari sarà esagerato scrivere che «vacilla il regno del capitalismo», come fa oggi la Repubblica, ma il crollo di Lehman Brothers è davvero un pessimo segnale, come testimonia il susseguente terremoto nelle Borse di tutto il mondo.

In ultimo, un inciso metafisico, per così dire. La banca d’affari fallita così miseramente venne creata a metà dell’800 da tre immigrati bavaresi, Henry, Immanuel e Mayer Lehaman, arricchitisi speculando sul cotone coltivato in Alabama dai neri in catene. Mi si perdoni la persistente tendenza ad introdurre elementi escatologici anche là dove è difficile scorgerne, ma in tutta coscienza non posso non evidenziare come da un simile vizio di origine sia difficile emanciparsi. Un vizio di origine che personalmente sarei propenso a leggere come una maledizione.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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