La nuova Storia di Karol il Grande

Scritto da: il 30.04.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Il lunghissimo pontificato di Karol Wojtyla (il più lungo dopo quello di Pio IX) è coinciso con un periodo tragicamente convulso della Storia umana. Ma Giovanni Paolo II, che già alcuni chiamano Magno, è riuscito a non subire il flusso degli eventi, tutt’altro. Lo ha cavalcato e spesso gli ha dato forma.

La politica estera della Santa Sede nei ventisette anni di regno di Karol Wojtyla è stata portata avanti attraverso gesti concreti, in primo luogo i numerosissimi viaggi apostolici, ma anche attraverso le clamorose dichiarazioni e le richieste di perdono che tanto scalpore hanno suscitato.

L’era Wojtyla è stata inaugurata con il trionfale ritorno in Polonia, grande segnale di forza lanciato alle autorità del blocco comunista. Dal 2 al 10 giugno del 1979, appena otto mesi dopo l’elezione al soglio pontificio, Wojtyla rientrava nel suo martoriato Paese per ridare ai polacchi la speranza in un futuro di libertà. In una storica omelia in piazza della Vittoria, a Varsavia, afferma: “Non è possibile capire la storia della nazione polacca senza Cristo”. Sarà l’inizio della fine per l’intera galassia del socialismo reale.

Questo primo viaggio nella terra natale avviene in un frangente tragico per il suo popolo. Basta vedere il meraviglioso “Decalogo” del regista Krzysztof Kieslowki per rendersi conto dell’opprimente grigiore della Polonia di quegli anni. Una Polonia che, al pari degli altri Paesi del Patto di Varsavia, anelava alla libertà e sfioriva, moriva per la sua assenza. Perché non di solo pane ha bisogno l’uomo (e i polacchi ben sanno quanto allora mancasse il pane), ma soprattutto d’esser libero.

Con accanto il fedele assistente personale Stanislaw Dziwisz ed il segretario di Stato Agostino Casaroli, diplomatico di immensa caratura cui si devono molte delle scelte più lungimiranti della Santa Sede in campo internazionale, Karol Wojtyla ha quindi iniziato a smantellare l’immenso gulag che era l’Europa orientale. Con gli inevitabili errori. Ma in maniera inesorabile. Anche attraverso il movimento di popolo Solidarnosc, che, a prescindere dai limiti della sua leadership, ha avuto un ruolo chiave nel determinare il crollo del regime polacco e nella crisi complessiva del sistema sovietico.

Dalla prima visita del Papa in Polonia al definitivo collasso del socialismo reale sono in tutto passati dieci anni, un lasso di tempo per certi versi breve, ma durante il quale proprio Karol Wojtyla ha impresso alla storia una accelerazione clamorosa. Il Behemoth comunista aveva i piedi d’argilla, ma senza la costante, tenace testimonianza del Papa venuto dall’Est, senza la sua radicale opera di demolizione del totalitarismo non si sarebbe arrivati al crollo del muro, una evento concreto e sommamente simbolico nel contempo, un evento che subito è divenuto un vero spartiacque storico.

L’ansia di libertà di Giovanni Paolo II non è stata comunque rivolta solo verso il mondo sovietico. Dopo anni di colpevole silenzio della Chiesa sulle infami dittature militari sudamericane, Karol Wojtyla, ha avuto il coraggio di mettere Augusto Pinochet di fronte alle sue responsabilità, chiedendo a voce alta la fine del terrore di Stato in Cile. Nel marzo del 1987 la sua visita in una Santiago stracolma ha mutato il volto dell’America Latina. Affacciandosi insieme a Pinochet dal balcone del palazzo presidenziale ha suscitato numerose polemiche, ma il dato di fatto è che dopo il suo viaggio il potere dei militari cileni è tramontato ed una nuova era di democrazia è stata inaugurata nell’area.

Un’altra importante svolta nella politica estera vaticana è stata rappresentata dall’apertura nei confronti della Cuba castrista. Il viaggio del Papa nell’isola nel gennaio del 1998 e l’incontro con Fidel Castro hanno senza dubbio rappresentato un’occasione storica per il popolo cubano, occasione che però il Lider Maximo ha vanificato, non riuscendo ad aprire il Paese alle riforme necessarie per aggirare l’embargo di Washington e rompere il pluridecennale isolamento.

Ulteriore immenso merito storico di Giovanni Paolo II è il riavvicinamento fra la Chiesa cattolica ed il mondo ebraico. La visita alla Sinagoga di Roma nel 1986 ha preparato il passo più importante, quello del 30 dicembre 1993, quando sono state stabilite le relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e lo Stato d’Israele. Nel marzo del 2000 è poi giunto il viaggio centrale dell’intero pontificato, il pellegrinaggio nella martoriata Terra Santa. Il gesto ha ulteriormente avvicinato cattolici ed ebrei e le immagini del Papa in preghiera appoggiato al muro del pianto hanno senza dubbio contribuito a rendere un minimo meno impervio il cammino della Pace.

Del maggio 2001 è un altro successo diplomatico di Karol Wojtyla: la visita in Siria e la preghiera nella moschea degli Omayyadi a Damasco. Primo Papa della Storia ad entrare in una moschea, Giovanni Paolo II è stato accolto dai siriani in festa come l’uomo del dialogo e della Pace. Ma il coraggioso viaggio non è stato esente da critiche. Per non aver voluto replicare al discorso violentemente anti israeliano di Bashar el-Assad Wojtyla è stato da più parti attaccato, rischiando di mettere in seria crisi i rapporti con Gerusalemme. In ogni caso, la veloce visita a Damasco ha rappresentato uno dei punti più alti del suo pontificato, segnato da uno sforzo ecumenico impensabile solo qualche decennio prima.

Purtroppo, sono invece andati frustrati i tentativi di apertura del Papa nei confronti della Chiesa ortodossa russa. L’intransigenza di Alessio II gli ha impedito quel viaggio a Mosca che a lungo Wojtyla ha desiderato e che pure Vladimir Putin avrebbe molto gradito.

Ma quella di Karol Wojtyla è una figura troppo complessa per poter essere giudicata solo attraverso le sue scelte di politica estera, ad onor del vero non tutte felici (pensiamo, ad esempio, ai Balcani e all’Irlanda del Nord). Forse ha ragione lo storico americano Thomas Cahill quando afferma che Karol Wojtyla è stato più un grande Papa politico, piuttosto che un grande Papa religioso. Ma a ben vedere questo giudizio ci sembra forse un po’ troppo affrettato. Perché Giovanni Paolo II può essere compreso solo nella sua interezza. Perché egli è stato innanzitutto un drammaturgo ed un poeta (splendide prove sono, ad esempio, “La bottega dell’orefice” del 1960 e le oltremodo suggestive meditazioni poetiche “Trittico romano” del 2003). Poi è stato un filosofo (le sue opere in italiano sono disponibili nel monumentale volume “Metafisica della persona”, curato da Giovanni Reale), forse non originalissimo (ha risentito molto dell’influenza della fenomenologia di Edmund Husserl, nonché del pensiero di San Giovanni della Croce, Max Scheler e Edith Stein, che ha beatificato nell’ottobre del 1998), ma con una produzione di tutto rispetto e comunque vastissima. È stato un teologo. È stato un monarca. È stato un facitore di Storia.

Sintetizzare tutte queste figure, vivere insieme tutti questi desideri, tutte queste pulsioni non deve certo esser stato semplice per quel giovane attore di teatro che nella Polonia invasa dal Male nazista si guadagnava da vivere lavorando in una cava di pietre. Karol Wojtyla c’è l’ha fatta. Ha racchiuso in sé il poeta, il pensatore, lo statista, il Papa. In una immensa personalità storica. Probabilmente la più grande di tutti i tempi.

Apparso su L’Unione Sarda di domenica 3 aprile 2005
con il titolo Polonia 1979, il Papa inizia a scrivere la nuova Storia

Giovanni Paolo II
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