La saggezza? Una questione genetica

Scritto da: il 27.04.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

La saggezza è universale o è un qualcosa di culturalmente determinato? Eppoi, è soltanto umana ed in relazione all’età? Dipende quindi dall’esperienza o può in qualche modo essere insegnata e tramandata?

A tutte queste domande, che all’apparenza sembrerebbero meramente filosofiche, ha tentato di dare risposta un gruppo di ricercatori dell’Università della California di San Diego con un attento studio (che ha confrontato 250 precedenti richerche apparse su diverse riviste specializzate) pubblicato sugli Archives of General Psychiatry.

Per Dilip V. Jeste, che con Thomas W. Meeks ha condotto la ricerca,  «definire la saggezza è qualcosa di abbastanza soggettivo, tuttavia vi sono diverse similarità nelle definizioni presenti nelle varie epoche e culture. La nostra ricerca suggerisce che ci possa essere una base neurobiologica per i tratti più universali della saggezza».

Fra gli aspetti umani che più spesso le diverse culture associano alla saggezza, vi sono l’empatia, l’altruismo, la compassione, la stabilità emotiva, la comprensione di se stessi ed un atteggiamento sociale e anche tollerante.

Meeks e Jeste hanno soprattutto puntato la loro attenzione sugli studi di neuroimaging, su quelli che analizzano il funzionamento dei neurotrasmettitori e su quelli di genetica.

Il risultato del loro lavoro ha rilevato che «una situazione che richiederebbe una presa di posizione altruistica attiva la corteccia prefrontale mediale, mentre l’assunzione di decisioni morali è il risultato di una combinazione fra funzioni razionali (legate alla corteccia prefrontale dorsolaterale, che ha un ruolo nel mantenimento dell’attenzione e nella memoria di lavoro), emotivo-sociali (corteccia prefrontale mediale) e di rilevazione dei conflitti (cingolato anteriore)».

Dato che ad essere coinvolte in differenti componenti della saggezza sembrano esservi diverse regioni cerebrali comuni, gli scienziati californiani ipotizzano che la neurofisiologia della saggezza possa riguardare una sorta di bilanciamento ottimale fra le regioni più primitive del cervello, ossia il sistema limbico, e quelle “più recenti”, ossia la corteccia prefrontale.

Una rappresentazione del saggio Wotan (o Odin), padre degli Dei nordici e signore della Sapienza
Una rappresentazione del saggio Wotan (o Odin), padre degli Dei nordici e signore della Sapienza
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