“La versione di Barney”, ovvero la tragedia di una memoria sempre più corta

Scritto da: il 17.01.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Nulla è più amaro nella vita che il pensiero di quel che sarebbe potuto essere ed invece non è stato. E proprio su tale dramma ruota La versione di Barney, film del 2010 tratto dall’omonimo romanzo di Mordecai Richler diretto da Richard J. Lewis, regista noto per i meravigliosi telefilm della serie Csi, ma certo in Barney per niente in stato di grazia.

Dico subito che La Versione di Barney (1997) – come pure La solitudine dei numeri primi – è uno di quei libri che il mio istinto di sopravvivenza mi ha subito suggerito a pelle di non leggere. Troppo intensi, troppo veri, troppo devastanti per la mia coscienza e la mia serenità, già messe a dura prova dalle ferite personali. Chiuse e stratificate, per carità, ma che in ogni caso è molto meglio non stuzzicare.

Un cumulo di errori, anche grotteschi, quelli dell’esistenza di Barney. Errori che la maschera insieme buffa e dolente di Paul Giamatti rende a meraviglia. Per ché il film si regge tutto sulla recitazione degli interpreti. Grandioso Giamatti. Idem per Dustin Hoffman (il padre del protagonista), mentre la prova alla regia (un esordio sul grande schermo) di Lewis non è granché. Da quel che ho letto sul capolavoro di Richler, poi, centrali sono nel romanzo identità ebraica ed umorismo yiddish. Nel film non ve ne è traccia.

In ogni caso, vale la pena d’essere visto, senza dubbio. Il lento scivolare nella senilità di un simpatico cialtrone già di suo con una memoria corta degna di un politicante italiano fa tenerezza. E ci pone dinanzi ad un dilemma umano mica da poco: che fare di un mascalzone cui si vuol bene quando inizia a perdere il senno e semplicemente non è più lui?

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