L’atteggiamento creazionista

Scritto da: il 13.03.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

di Paolo Majolino

Platone scrive che le nostre “idee immaginarie” nascono dalla preesistenza dell’anima, non sono derivabili dall’esperienza. Darwin, con la teoria dell’evoluzionismo, ha inteso affermare che l’origine dell’uomo era provata e che la metafisica non può non fiorire, giungendo ad affermare che chi capisce il babbuino andrà più lontano di Locke nella metafisica. Un contemporaneo di Charles Darwin, il biologo Alfred Russel Wallace, pur stimando e stimato da Darwin, giunse alla conclusione opposta.

Il problema ontologico dell’esistenza di Dio è – da sempre – oggetto di discussioni; scartando, appena per un attimo e solo per stile di scuola, il credere per fede, invero voglio argomentare proprio avendo a base quanto di più razionale possiamo disporre: la nostra mente che è iperelaborata per i bisogni dell’essere umano in evoluzione e questo, come meglio di seguito esporrò, non può essere spiegato con la selezione naturale che è argomento del tipo “tu quoque”, vale a dire un ragionamento fittizio ed ingannevole col quale si giustificano le proprie azioni o ragionamenti con azioni e/o ragionamenti analoghi compiuti, ovvero elaborativamente giustificati da altri; è del tutto erroneo un argomento che posa le proprie fondamenta sull’analogia: che non è una forma di ragionamento garantita dalle leggi del sillogismo.

Ed allora e piuttosto un’intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell’umanità in una specifica direzione e per uno scopo speciale. È l’atteggiamento “creazionista” ed a supporto possono portarsi alcune evidenze. I cacciatori-raccoglitori dell’antico continente erano, biologicamente, uguali ai moderni europei: in special modo avevano un cervello delle stesse dimensioni, potevano quindi adattarsi alle esigenze della vita moderna. Al loro modo di vivere, simile a quello dei nostri antenati, il livello di intelligenza era sufficiente e non c’erano occasioni per esibire particolari ragionamenti. C’è da chiedersi, ragionevolmente, come può essersi evoluto il cervello se in risposta ai soli bisogni di un vita da cacciatori-raccoglitori?

L’attuale complessa società: leggi, scienza e tecnologia, ci costringono continuamente ad arrivare al risultato cercato per il tramite di una quantità di complessi fenomeni; persino i giochi, ad esempio gli scacchi, ci costringono ad esercitare le nostre facoltà in misura elevata. Se valutiamo che il linguaggio dei cacciatori-raccoglitori non aveva finanche parole adatte ad esprimere concetti astratti, è evidente che la totale mancanza nell’uomo selvaggio della capacità di vedere al di là delle sue immediate necessità, con il suo non essere in grado di mettere assieme, paragonare o riflettere su questioni generali che i suoi sensi non colgono immediatamente, non lascia spazio alla teoria evoluzionistica, ovvero e meglio, alla stessa quale fondamenta e collante della evoluzione stessa.

Un cervello grande la metà di quello di un gorilla sarebbe stato più che sufficiente per lo sviluppo mentale necessario al selvaggio; occorre quindi ammettere che il grande cervello da questi posseduto non può essersi sviluppato solo grazie alle leggi dell’evoluzione, la cui caratteristica essenziale è quella di condurre sempre ad un livello di organizzazione proporzionato e mai superiore ai bisogni della specie. Altro è, a mio sommesso parere, l’evoluzione biologica della specie volta alla prosecuzione dell’esistenza della stessa e, conseguentemente, a far prevalere il più forte; non a caso la leonessa, ad esempio, si accoppia solo con il leone che ha sbaragliato gli altri perché è quello il più forte ed in grado di trasmettere alla discendenza le migliori doti per sopravvivere.

La selezione naturale, pertanto, poteva solo dotare il cacciatore-raccoglitore di un cervello poco superiore a quello di una scimmia antropomorfa, nel mentre ne possedeva uno di poco inferiore ad un “filosofo”! L’apparente inutilità evoluzionistica dell’intelligenza umana è un problema centrale: delle scienze cognitive, biologiche e della visione scientifica del mondo. Il carattere “esagerato” dell’intelligenza umana confuta il “darwinismo” e convince che qualche altro agente abbia influito sulla tendenza evolutiva progressiva; forse un processo di auto-organizzazione che la teoria della complessità un giorno spiegherà? Tale ultima ipotesi non è più soddisfacente dell’idea di una intelligenza superiore che guida lo sviluppo dell’uomo in una determinata direzione che, per il cristiano è il BENE COMUNE: quello di Tutti.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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