Pressata dalla crisi l’Irlanda dice sì al Trattato di Lisbona, ma in Europa il fronte degli scettici è ancora forte

Scritto da: il 03.10.09
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Nel giugno del 2008 gli irlandesi avevano bocciato il Trattato di Lisbona con un 53% di voti sfavorevoli. Ad un anno di distanza sembrano proprio aver cambiato idea, approvandolo con un sonoro 67.1% di sì. Che cosa è accaduto nel frattempo? Semplice, la crisi economica globale ed il conseguente “sboom” dell’Irlanda, che hanno fatto passare in secondo piano il timore di perdere la sovranità su temi importanti  come l’aborto, la politica fiscale o la tradizionale neutralità del Paese. Un Paese colpito da una violentissima recessione, tanto che ha dovuto essere salvato dalla bancarotta dalla Banca Centrale Europea.

Il campo dei contrari all’accordo di Lisbona accusa il colpo, ma è ancora forte in Europa, a partire dalla Repubblica Ceca presieduta da Vaclav Klaus, campione supremo degli euroscettici.

In Gran Bretagna c’è poi in attesa David Cameron, leader di quei conservatori che sicuramente vinceranno le elezioni politiche previste in Uk nella prossima primavera. Cameron non solo da premier indirà un apposito referendum sul Trattato, ma addirittura è il leader di un partito la cui base in larga maggioranza è favorevole all’uscita del Paese dall’Unione

Ma che cosa dice l’accordo di Lisbona di così dirompente da suscitare simili levate di scudi? I suoi punti più importanti riguardano la nomina di un presidente dell’Unione che rimarrebbe in carica per due anni e mezzo e di un ministro degli Esteri con reali poteri di direzione. Inoltre, il Trattato prevede un netto aumento delle materie sulle quali il Consiglio Europeo potrà decidere a maggioranza e non più all’unanimità, dando all’Ue maggiori autorevolezza e governabilità.

Sul primo nome che andrebbe a ricoprire la carica di presidente europeo non mancano poi le tensioni già da ora. L’ex premier britannico Tony Blair, che dopo aver lasciato Downing Street si è anche convertito al cattolicesimo, è in pole position, sostenuto da Parigi, Berlino e Roma, ma risulta mortalmente inviso a quei conservatori britannici che – a meno di un miracolo elettorale di Gordon Brown – governeranno per un bel po’ di anni il Regno Unito.

In alternativa a Blair, si parla dell’ex premier spagnolo Felipe Gonzales  (socialista) o del lussemburghese Jean-Claude Juncker (cristiano-sociale).

flags_eu

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
Design & GUI by Mushin | Many Thanks to FamFamFam (icons) & Komodomedia (icons) & chrfb (icons) | Hosted by MediaTemple