Monti contro le “corporazioni”, alcuni ragionamenti

Scritto da: il 09.01.12
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Il duro scontro che ormai da numerosi mesi sta avendo luogo nel nostro Paese intorno agli Ordini professionali (leggasi manifesta intenzione di abolirli) è forse da intendersi anche in una chiave un po’ diversa da quelle finora utilizzate. A prescindere dalla evidente valenza politica degli attacchi di Mario Monti contro le “corporazioni” (comunque nel 2005-2006 ne fece di più violenti), l’attuale querelle ha a mio sommesso avviso un contenuto prevalentemente simbolico. Infatti, è evidente come l’esito finale di tale scontro non possa solo essere l’introduzione del (sacrosanto) principio di libera concorrenza nel nostro sistema delle professioni.

La sorta di equiparazione ormai apertamente proposta fra professioni intellettuali e impresa, premessa teorica delle innovazioni che si vorrebbero introdurre nel nostro sistema, riguarda di fatto una questione di portata davvero epocale. Semplicemente sta accadendo questo: l’identità delle professioni italiane è pesantemente posta in discussione e si cerca di modificarla, se non snaturarla, ignorando la fondamentale evidenza che essa è il risultato di un processo storico plurisecolare, per non dire millenario. E, soprattutto, ignorando l’immenso ruolo sociale che i professionisti svolgono nel nostro Paese. Da sempre.

Senza scomodare le radici medievali delle moderne professioni, molte delle quali direttamente risalenti alle corporazioni, si può fare un ragionamento storico partendo da anni a noi più vicini. Infatti, la filosofia del nostro attuale sistema ordinistico è nata in epoca post-unitaria. Quella che possiamo in una certa maniera definire la natura protetta delle professioni cosiddette liberali (traduzione impropria dal francese, ma entrata da tempo nella nostra lingua) fu in prima battuta definita con una legge del 1874 e trovò compiuta espressione nell’istituto dell’Ordine professionale, la cui principale funzione consisteva e consiste a tutt’oggi da un lato nel dare rappresentanza ad una determinata categoria e dall’altro nel garantire lo specifico delle professioni intellettuali, ossia il fatto d’essere “mestiere” ad elevata utilità sociale, con una natura ovviamente pubblica. Tutto ciò implicava giocoforza che ai professionisti venissero in qualche modo riconosciuti dei particolari privilegi, ma che essi dovessero pure essere sottoposti a severe verifiche e capillari controlli sulle proprie effettive capacità da porre al servizio della gente.

Perché il vero senso degli Ordini professionali del nostro Paese è tutto qui, nella loro irrinunciabile funzione pubblica. Come è tutto qui il cuore della crisi attuale del professionalismo, non solo italiano. Probabilmente sta perdendosi a poco a poco (per non dire che si è già persa da tempo) la percezione delle professioni come servizio pubblico. Ma tale ruolo è fondamentale e se ne sente comunque il bisogno. I cittadini e fors’anche gli stessi professionisti occidentali avvertono come sempre più invadente l’ideologia del mercato, così cara a Mario Monti come pure a Silvio Berlusconi. Davvero quindi lo scontro sulle professioni si va a delineare sempre più come uno scontro altamente simbolico, uno scontro fra due diversi modelli di Civiltà. Il servizio che il professionista rende al Paese, sia chiaro, è un servizio sociale dall’utilità incommensurabile. Serve fare l’esempio su che giungla sarebbe il settore edilizio senza Ordini quali quelli degli ingegneri, dei geometri, degli architetti, dei notai? Serve evidenziare quale pazzia diverrebbe la chirurgia senza l’Ordine dei medici? Davvero si vuole mettere la vita nostra e dei nostri cari nelle mani di abusivi senza scrupoli?

Va da sé che le liberalizzazioni nel nostro Paese servono eccome, ma con ratio. Scardinando l’evidente mentalità da casta che impera in alcuni Ordini (farmacisti, avvocati, notai per fare qualche esempio palese), punendo severamente la “trasmissione dinastica” dei privilegi, ma continuando a tutelare i cittadini garantendo loro la professionalità dei servizi erogati.

Per me è comunque chiaro che non può esclusivamente essere il “dio mercato” a dettare legge in materia di professioni, come non dovrebbe comunque dettare legge in nessun’altra sfera dell’umana avventura. Perché le professioni intellettuali non possono essere equiparate alla produzione e alla vendita di merci. Hanno una storia millenaria ed una millenaria dignità. Che è tout court la dignità dell’uomo.

L'estrazione di un dente in una miniatura medievale

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