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	<title>The Lo Re Report &#187; Contributi</title>
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	<description>Attualità politica internazionale, italiana e siciliana a cura di Carlo Lo Re</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 May 2013 14:44:02 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Trattatello ironico contro gli spifferi impertinenti</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 13:38:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[il Conformista]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Pulvirenti]]></category>
		<category><![CDATA[spifferi]]></category>
		<category><![CDATA[Trattatello ironico contro gli spifferi impertinenti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Pulvirenti (il Conformista n. 24) Mai lasciarsi condizionare dagli spifferi d’aria. Da quelle correnti lievi e silenziose che si spandono dentro la tranquillità della tua quiete domestica attraverso le porte lasciate socchiuse. Che un conto è spalancarle per far cambiare l’aria non appena ti sei svegliato al mattino, altro è lasciarle &#8220;a vanedda&#8221;, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">di Luigi Pulvirenti (<em>il Conformista</em> n. 24)</p>
<p style="text-align: justify">Mai lasciarsi condizionare dagli spifferi d’aria.<br />
Da quelle correnti lievi e silenziose che si spandono dentro la tranquillità della tua quiete domestica attraverso le porte lasciate socchiuse. Che un conto è spalancarle per far cambiare l’aria non appena ti sei svegliato al mattino, altro è lasciarle &#8220;a vanedda&#8221;, come si dice dalle mie parti, quel tanto che basta a ché l’aria pungente di una fresca serata novembrina compia la sua opera indisturbata, come una goccia cinese. Poi son dolori: torcicollo e cervicale (Dio ce ne scanzi), mal di testa a prova di Aulin nell’immediato e principi di artrite sulle media distanza. Insomma: le porte vanno chiuse, ben bene. Con attenzione e precisione<span id="more-11358"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Prendete ad esempio la faccenda delle persiane: prima di andare a dormire bisogna assicurarsi che la leva per manovrarle sia scattata per intero dentro il suo alloggiamento, o la manopola che oggi spesso la sostituisce completamente girata nel verso che garantisce ermetica chiusura. Perché basta essere un tantino superficiali e ci sarà sempre un refolo pronto ad insinuarsi, oppure metti caso che si metta a piovere (in modalità monsone, come accade in questo autunno caldo e bagnato) e la mattina ti ritrovi con le All Stars lasciate nell’intercapedine bagnate, oltre che puzzolenti.</p>
<p style="text-align: justify">Perché lo spiffero è una cosa che da sollievo nell’immediato e provoca disturbi in prospettiva. Lo spiffero agisce a tradimento, ti usa senza che gliene abbia dato il permesso, utilizzando come arma e paravento quella effimera sensazione di benessere che usurpa il posto a quella, questa volta sì, piena del vento di grecale che soffia dall’Isola Lachea verso Piazza Castello, o del maestrale raccolto dentro lo spinnaker di una barca che bordeggia lasciandosi l’Etna imbiancata alle spalle. È come quegli ospiti che citofonano a casa tua mentre sei in mutande spaparanzato sul divano o dentro la doccia la domenica mattina. È come quelle cose che rimangono a metà, inespresse e non dette, e tu ti dai un tempo per vedere se giungono a compimento anche se sai che non succederà, e nella migliore delle ipotesi saranno succedanei.</p>
<p style="text-align: justify">Lo spiffero, se lo riconosci lo eviti. Ma, e siamo arrivati al dunque, se lo riconosci e te lo somministri ugualmente allora vuol dire che stai per entrare, o ci sei dentro <em>tout court</em>, nel girone dei masochisti. Di quelli che amano la cervicale e il dolore di testa. Di quelli che dicono &#8220;di jornu non nni vogghiu e a sira spaddu l’ogghiu&#8221;. Se poi sei tu a cercare disperatamente lo spiffero come una volta si cercava disperatamente Susan, la questione diventa complessa: si tratta di esposizione voluta, voluttuosa direi, a ciò che abbiamo la percezione ci farà male. È quella libidine perversa che porta la vittima a legarsi al carnefice (scrivendo in senso mooooolto figurato, che di spifferi stiamo parlando), come gli alcolisti che sono legati alla bottiglia nonostante staranno male solo a sentirne l’odore.</p>
<p style="text-align: justify">Tutti soffriamo degli spifferi provenienti dalle porte lasciate aperte a metà. O socchiuse. Perchè la sensazione del contatto con l’aria fresca che viene da fuori è presto annullata dalla percezione del freddo fastidioso che ti sorprende dentro la tua maglietta a maniche corte ed i pantaloni delle tuta da riscaldamento autonomo invernale. Perché è qualcosa che ti disturba il sonno ed in generale la sensazione di avere il controllo anche sulla scelta di prendersi un raffredore o meno.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò chiudete bene le porte, quando devono essere chiuse. Ed al venticello leggero e tradimentoso preferite sempre il vento di burrasca affrontato dentro la giacca a vento o lo scirocco umido e molliccio contro cui ci può solo un bagno tonificante dentro il mare di Aci. La tempesta o la calma piatta, vera espressione di potenza o sensazione d’abbandono. Che in fondo è quello che ciascuno di noi desidera vivere, per non perdersi dentro la banalità arrendevole dei surrogati. Come gli spifferi.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/city_of_god.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11359" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/city_of_god-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a></p>
<div class="shr-publisher-11358"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Ciao Paolo, forse ci siamo scordati di te</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 06:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[19 luglio 1992]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[strage]]></category>
		<category><![CDATA[via D'Amelio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Pulvirenti Domani sono diciannove anni dalla strage di Via D’Amelio. Ricco è il calendario delle celebrazioni, istituzionali e non. Anche la mia parte, che era pure quella di Paolo (destra, missina, post fascista, fate un po’ come volete), si è mobilitata, come sempre fa, per ricordarlo. Faremo la fiaccolata, la processione (o Marcia) [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">di Luigi Pulvirenti</p>
<p style="text-align: justify">Domani sono diciannove anni dalla strage di Via D’Amelio. Ricco è il calendario delle celebrazioni, istituzionali e non. Anche la mia parte, che era pure quella di Paolo (destra, missina, post fascista, fate un po’ come volete), si è mobilitata, come sempre fa, per ricordarlo<span id="more-10875"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Faremo la fiaccolata, la processione (o Marcia) commemorativa a Palermo, metteremo l’immagine nei nostri profili di facebook, e ci andremo a coricare più contenti. Per aver dato il nostro piccolo contributo di partecipazione a tenere sveglio il ricordo di un uomo indimenticabile.</p>
<p style="text-align: justify">Bene. Anzi, benissimo.</p>
<p style="text-align: justify">Ricordo però che l’assistente spirituale del mio gruppo Fuci all&#8217;università, Don Nino, ama ripetere che la Chiesa, solitamente, si rifugia dentro le processioni quando attraversa un momento di crisi delle vocazioni. Intese non solo come chiamata, ovviamente, ma proprio come impegno attivo nell’Ecclesia, nei movimenti ecclesiali, nelle parrocchie. Insomma, in tutte quelle cose per cui ci possiamo dire cattolici sul serio, non a là page “sono profondamente cattolico, ma non ho tempo per praticare”, che quando li sento gli darei una cozzata a lasciargli cinque dita stampate.</p>
<p style="text-align: justify">Lo scrivo, sfidando l’apparente inesistenza di un nesso logico, perché temo che con la memoria di Paolo stia finendo così. E lo dico non riferendomi alla memoria generale, ma a quella specifica del mio mondo (destra, missina, post fascista) che ha in Paolo un punto di riferimento ben preciso da molto prima che diventasse icona mondiale con la sua morte. Il rischio che avverto è che noi si stia per passare, o forse si sia già passati, dallo sfogo urlato del “Paolo è vivo e lotta insieme a noi, le sue idee non moriranno mai” dei primi anni, al “Mira il tuo popolo, Bella Signora” dei nostri giorni. Che il ricordo vivo e presente dentro ciascuno di noi sia diventato liturgia da celebrare nella ricorrenza.</p>
<p style="text-align: justify">Lo scrivo perché da tempo rifletto su quello che siamo e sono diventato. Parlo di noi ragazzi cresciuti dentro il Fronte della Gioventù. Non ho la pretesa di rappresentare l’intero mondo, che piuttosto la mia è la vocazione del battitore libero. Ma uno stato d’animo martellante non può essere ridotto al silenzio, e perciò scrivo.</p>
<p style="text-align: justify">Sono diventato missino perché volevo sentirmi parte di una storia diversa. C’era quel senso della comunità così forte che mi intrigava. Pensavo che potesse darmi una conferma alla mie ragioni, darmi delle buone ragioni senza voler avere a tutti i costi ragione. Credevo che quel mondo, che poi diventò il mio, fosse portatore di una diversità valoriale che sarebbe stato in grado di portare al potere, se mai ci fosse arrivato.</p>
<p style="text-align: justify">E poi uno a sedici anni deve decidere da che parte stare, e poi rimanerci per sempre. E in quella parte ci stavano Paolo Borsellino, appunto, Giorgio Almirante, Beppe Niccolai, Tommaso Staiti, e dalle nostre parti Enzo Trantino, Biagio Pecorino, Vito Cusumano, Nino Buttafuoco. Tante, buone, ragioni.  Soprattutto mi sembravano una buona ragione quelle parole che Giorgio Almirante disse durante l’intervista rilasciata a Giovanni Minoli per Mixer:” Stato, Nazione, Lavoro, con Libertà e nella Libertà”.</p>
<p style="text-align: justify">Mi piaceva leggere Ezra Pound,  la sua cultura delle idee che diventano azioni; mi sembrava un buon antidoto contro il bizantinismo delle pratiche correnti della politica. Guardavo con rispetto la storia catacombale ed orgogliosa del Msi, e pensavo che la nidiata dei giovani, al governo, avrebbe costruito un’altra Italia. Lo avrebbe fatto davvero.</p>
<p style="text-align: justify">Avessi saputo che aspiravano soltanto a prendere il posto di democristiani e socialisti, peraltro avendo meno spessore politico di democristiani e socialisti, forse avrei fatto scelte diverse. Ma del senno del poi sono pieni i cimiteri delle buone intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify">Allora mi chiedo che atteggiamento abbiamo oggi, nei confronti della memoria di Paolo. Verso i suoi insegnamenti. Che non sono solo quelli, di inestimabile valore, sulla lotta alla mafia, sull’affermazione della cultura della legalità. Sono qualcosa, se possibile, di ancora più importante. Investono una visione complessiva della società e del modo di starci dentro. Di essere cittadini in una maniera definitivamente diversa da come lo si era stati precedentemente. Portatori di una visione del mondo basata su un complesso di valori non negoziabili. Che erano i nostri valori, quelli con cui siamo cresciuti, perché Paolo era dei nostri.</p>
<p style="text-align: justify">Oggi, che quel mondo iniziato con Tangentopoli sta finendo minacciando di lasciare dietro di sé rovine, a prescindere dai destini individuali, dalle colpe personali e collettive dei suoi protagonisti, dobbiamo chiederci non se riusciremo a sopravvivere ad esso. Perché, fosse solo per ragioni anagrafiche, lo faremo. Ma in che modo. Se da superstiti miracolosamente scampati alle macerie ma rimasti intrappolati in esse, o come uomini capaci, con uno scatto di orgoglio, di riappropriarci di quello che appariva essere il nostro destino prima di entrare in quella seducente casa, costruita sulla sabbia, e collassata su sé stessa.</p>
<p style="text-align: justify">Non è ancora tempo di bilanci, né di processi. Quelli li lasciamo al vaglio della Storia, che deciderà insindacabilmente come saremo ricordati per cosa abbiamo fatto e per tutto quello che abbiamo omesso. Tutti noi, quelli che hanno fatto politica attiva e quelli che si sono rifugiati nella professione, come me, entrambi consapevoli di non aver vissuto sulla Luna in questi lunghi anni.</p>
<p style="text-align: justify">È tempo di proposta. Di nuove, o se volete, vecchie proposte.</p>
<p style="text-align: justify">Lo dico mentre riguardo le foto  del Raduno organizzato dal Fronte della Gioventù a Siracusa nel 1990, quello in cui Paolo diceva “Io posso anche morire, ma non sarò morto invano fino a quando ci saranno ragazzi come voi che porteranno avanti le nostre idee”.</p>
<p style="text-align: justify">Fino a poco tempo fa guardavo quelle immagini e provavo orgoglio, perché sapevo che Paolo stava parlando di noi. Oggi le guardo e provo imbarazzo, perché non so cosa Paolo penserebbe, oggi, di noi. Ma so che dipende solo da noi.</p>
<p style="text-align: justify">Salutamu.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/pictures_paolo_borsellino.jpg"><img class="size-medium wp-image-10878" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/pictures_paolo_borsellino-300x252.jpg" alt="" width="300" height="252" /></a></dt>
<dd>Paolo Borsellino</dd>
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		<title>&#8220;Manifesto per i rumori di niente per una nuova modernità&#8221; di Francesco Baracca</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 04:11:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[18 giugno 1918]]></category>
		<category><![CDATA[1918]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
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		<category><![CDATA[Luigi Pulvirenti]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Nervesa della Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Spad S. XII]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Pulvirenti Il Conformista oggi si pregia di pubblicare un documento inedito, il Manifesto scritto dalla medaglia d’oro Francesco Baracca il 18 giugno del 1918, il giorno prima di morire a Nervesa della Battaglia abbattuto da un cecchino austriaco. Sull’autenticità vi è dibattito. Ma, se una nota casa editrice ha ritenuto di poter pubblicare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">di Luigi Pulvirenti</p>
<p style="text-align: justify"><em>Il Conformista</em> oggi si pregia di pubblicare un documento inedito, il Manifesto scritto dalla medaglia d’oro Francesco Baracca il 18 giugno del 1918, il giorno prima di morire a Nervesa della Battaglia abbattuto da un cecchino austriaco. Sull’autenticità vi è dibattito. Ma, se una nota casa editrice ha ritenuto di poter pubblicare <em>I diari segreti di Mussolini</em> non assumendosi la responsabilità di dire che sono effettivamente autentici (e non si capisce allora che cosa ci stiano a fare gli editori), al vostro umile scrivano perdonerete la protervia di offrire ai suoi ventitre lettori (sempre due in meno del Manzoni) questo che, quando non autentico o addirittura falso, costituisce comunque un apprezzabile scampolo di riflessioni sulla vita, a futura memoria. Qualora, beninteso, il futuro ne abbia alcuna<span id="more-10786"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">«Di quassù c’è un’altra vista del mondo, un altro panorama della vita.</p>
<p style="text-align: justify">L’aviatore meglio di altri conosce la libertà, e sa di non doverne abusare. La libertà è una continua rincorsa attraverso il vento che confonde le sensazioni, e le attutisce come se fossero costrette dentro l’ovatta. La ricerca sfidando il rombo del motore quando si mette in posizione per una curva, e la riconosce dentro la sua musica. Perché ogni motore ha una musica.</p>
<p style="text-align: justify">Noi percorriamo sentieri di libertà, e stiamo ben attenti a non ripetere mai lo stesso percorso. Perché ogni ripetizione porta con sé inevitabili imperfezioni, e la libertà deve essere irriducibile.</p>
<p style="text-align: justify">Noi confidiamo nel nostro talento a riconoscerne trame e impurità, a separarne come si fa con il grano dall’oglio, senza abbandonare il secondo perché anche dentro le impurità si nascondono scampoli di verità.</p>
<p style="text-align: justify">Noi, che aneliamo alla libertà, e più di tutti ci andiamo vicini, siamo anche i più indicati a predicarne la irrisolutezza. Perché essere liberi significa avere il coraggio della propria identità, e non sempre ci riusciamo perché non sempre è possibile.</p>
<p style="text-align: justify">Ma vista da quassù la questione della identità perde quasi di senso, perché nella solitudine delle altezze, nell’abbandono dell’anima che si respira sopra la vetta delle cime, non può che esservi identità. Quella dell’uomo da solo con sé stesso, che si trova davanti ai suoi limiti e, sfidandoli, finisce per accettarli.</p>
<p style="text-align: justify">Con coraggio ed onestà rivendichiamo il limite, perché coraggio ed onestà sono la materia grezza da cui ogni sapiente scultore potrà delineare il profilo del leader.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò non operate per vincere i limiti, perché ciò non è possibile, ma per guardarli dall’alto. Per contemplare la loro necessità e la loro inevitabilità.</p>
<p style="text-align: justify">Non a destra, non a sinistra, ma è all’alto che dovete aspirare.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò vi dico che voi dovete prendere per mano la vostra vita e condurla come io conduco il mio Spad S. XII. Come se fossimo una cosa sola. Io penso, ed è cosa fatta.</p>
<p style="text-align: justify">Così sia la vostra vita. Aggreditela, conducetela a voi anche quando vi porta sulla strada della solitudine. Non abbiate timore di essa. Sottraetevi al fascino ambiguo dei lidi e dei sentieri largamente frequentati perché in essi vi è il ricettacolo dell’ipocrisia, laddove la solitudine rende la purezza del pensiero, messo ignudo al confronto con sé stesso.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiate come obiettivo la vita e la realizzazione di essa. E se qualcuno vi ostacola sul vostro cammino, abbattete l’ostacolo ma salvate il nemico. Abbiate come traguardo la vittoria, non la distruzione del nemico. E riconoscetelo, anche nella sua grandezza, se necessario. Consideratelo come vostro complice per affermare l’ampiezza delle vostre prospettive e la giustezza del volerle perseguire.</p>
<p style="text-align: justify">Pensate in grande e operate nel piccolo. Perché solo la grandezza contempla i particolari, li mastica e ne fa sua linfa vitale.</p>
<p style="text-align: justify">Se volete puntare all’alto non potete che farlo nella libertà del pensiero, che sola conduce a questa grande conquista. Guardate con sospetto chi voglia irreggimentarlo, piegarlo a convenienze di parte, usarne gli strumenti, tra cui il comunicare, per fare propaganda. Non riducete il pensiero all’ideologia, perché nessuna intelligenza è talmente piccola da trovare soddisfacimento in una di esse. Nessuna di esse è talmente completa da potervi ridurre anche la più piccola delle intelligenze.</p>
<p style="text-align: justify">E a voi, ragazzi, che consumate a morsi la vita con un fervore che mi fa brillare gli occhi, dico che sia vostro obiettivo spegnere il rumore di fondo di questa modernità. Il rumore di niente di questi nostri giorni.</p>
<p style="text-align: justify">Disprezzate chi vi dice che tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera, e fate della non eguaglianza principio fondativo. Per un nuovo umanesimo, dove l’uomo sia al centro per ciò che riesce ad essere e non perché vi è messo a forza da una mal intesa necessità di ridurci a comunità. A comunità di simili, dove l’unica comunità possibile è quella di chi si riconosce per la proprie diversità, e trova in esse le motivazione per farne sintesi. Ed allora, solo allora, essere comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Diffidate da chi sa vestire di belle parole un rantolo indistinto di luoghi comuni e amenità. Sfidatelo ad essere conseguente alla dialettica, ed in questo modo la spoglierete della retorica per rivestirla di concretezza. Ma dietro di essa ci siano sempre pensieri e valori, anche se faranno di tutto per bruciare il mare.</p>
<p style="text-align: justify">Guardate al futuro del vostro Paese come i bambini di Lugo aspettano naso all’insù il mio passaggio: colmi di stupore e meraviglia, senso di ammirazione per qualcosa che è già futuro, e che ci chiama a sé.</p>
<p style="text-align: justify">Liberatevi dalle catene e dai lacciuoli, e volate liberi come i gabbiani nel golfo di Mestre.</p>
<p style="text-align: justify">Non abbiate timore del cammino da fare, ma abbiate l’entusiasmo della strada da percorrere. E conducetela tutta, fino a quando non  si disvelerà il senso delle cose. E qualora questo non dovesse accadere, ed il più delle volte non accadrà, ringraziate Dio di averne avuto anche solo l’illusione.</p>
<p style="text-align: justify">E a chi vi dice che le illusioni vengono pagate con soldi falsi, voi rispondete che non c’è moneta che possa ripagare il sapore di una illusione coltivata. Perché anche il volo forse è una illusione, ma io adesso dentro il mio Spad  volteggio su Vicenza, perché le illusioni ogni tanto si risolvono il realtà. E quell’unica che si realizza vale per tutte quelle che rimangono lì a ricordarci che la vita non è sempre come la sogniamo. E non per questo i sogni si esauriscono.</p>
<p style="text-align: justify">Amate l’Italia, ragazzi miei, e promettete di ricostruirla dopo tutte le guerre che verranno. E tutte le volte in cui non sarà una guerra a distruggerla ma sarà un pensiero falso, una errata credenza, o l’affidamento nella virtute di un solo uomo.  Perché pensieri, credenze, virtù individuali sono fallaci, e pericolose quando vengono eseguite nel nome del popolo, e per assecondare i desideri del popolo. Siate uomini che, se chiamati a responsabilità, sappiano indicare al popolo la strada più giusta da seguire anche se il popolo non vuole seguirla. E la vostra grandezza sarà nel farvi seguire, non nel cambiare direzione accodandovi alla corrente.</p>
<p style="text-align: justify">Fate tutto questo. E se non ci riuscirete non disperate: fa parte del nostro essere uomini non riuscire. Ma il ritrarci indietro non ci consentirà di definirci Uomini.</p>
<p style="text-align: justify">In fede, Francesco Baracca, comandante dello Spad S. XII».</p>
<p style="text-align: justify">Salutamu.</p>
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<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/spad_s._xii_3.gif"><img class="size-medium wp-image-10787" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/spad_s._xii_3-300x264.gif" alt="" width="300" height="264" /></a></dt>
<dd>Spad S. XII</dd>
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		<title>La figura del portavoce: addetto stampa o lobbysta?</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 07:09:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Luigi Pulvirenti Analizzare una figura professionale dai contorni estremamente marcati ed allo stesso tempo profondamente labili, come quella del portavoce, richiede innanzitutto il porsi rispetto alla questione con una particolare apertura mentale: quella, cioè, necessaria per entrare dentro un apparente paradosso, per accorgersi invece, giunti alla fine dell’esame, che è dentro quel paradosso che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">di Luigi Pulvirenti</p>
<p style="text-align: justify">Analizzare una figura professionale dai contorni estremamente marcati ed allo stesso tempo profondamente labili, come quella del portavoce, richiede innanzitutto il porsi rispetto alla questione con una particolare apertura mentale: quella, cioè, necessaria per entrare dentro un apparente paradosso, per accorgersi  invece, giunti alla fine dell’esame, che è dentro quel paradosso che si risolve l’identità propria della figura<span id="more-10678"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Bisogna, insomma, avere la capacità di allontanarsi dal profilo che la teoria della comunicazione costruisce attorno a tale figura per confrontarsi con le dinamiche che essa assume nella prassi quotidiana. Non di rado parecchio distanti dalle prime.</p>
<p style="text-align: justify">Fermo restando, beninteso, che la configurazione assunta da tale figura varia, e per certi aspetti si trasforma quasi completamente, a seconda della persona fisica che la riveste. Della sua personalità, dei suoi convincimenti, del rapporto fiduciario e di immedesimazione che riesce ad instaurare con il datore di lavoro, delle condizioni di contesto e, nel caso specifico del portavoce che lavora nel mondo della politica, delle mutazioni che la scena politica produce <em>day by day</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo parlato di paradosso. Ho parlato di paradosso non solo per provocazione, ma perché ritengo che la figura del paradosso sia quella più in grado di valorizzare le sfumature di tale professione. Soprattutto considerando che, essendo per molti versi comuni le dinamiche e i strumenti attraverso i quali essa si sviluppa, in virtù di una strutturazione apparentemente rigida, sono le sfumature a determinare e qualificare la diversità di ciascuna esperienza rispetto ad un&#8217;altra; e, va da sé, a determinare la maggior bravura e maggior successo di un portavoce rispetto ad un altro.</p>
<p style="text-align: justify">I termini di tale paradosso sono facilmente individuabili. Per ricostruirli, cercando poi di ricomporli, bisogna partire da una definizione.</p>
<p style="text-align: justify">Fedele all’incipit, mi terrò lontano dalla teoria (che tra l’altro è stata oggetto di un modulo diverso), fornendovene una che ha una caratteristica che le rende particolare rispetto a tutte le altre possibili: è quella che io ho ricostruito dopo sei anni di pratica professionale. Lo faccio non per la presunzione di pensare che la mia sia migliore delle altre, ma perché la sua origine risponde al bisogno di descriverne contenuto a funzioni ad una persona totalmente al di fuori del nostro ambito lavorativo. Che non ne possiede il linguaggio, e nemmeno i presupposti, e rispetto alla quale è necessario utilizzare termini semplici, chiari, facilmente comprensibili.</p>
<p style="text-align: justify">Ricordate che semplicità, chiarezza, comprensibilità ai più (Indro Montanelli diceva che il bravo giornalista è quello che, scrivendo, riesce a farsi capire anche dal proprio salumiere), sono riferimenti che valgono per il mestiere del giornalista ma devono valere a maggior ragione per chi si occupa di comunicazione a livello professionale. Perché la comunicazione, o è  chiara, semplice, comprensibile, o non è.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La comunicazione o è credibile, o non è.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Credibilità riferita all’oggetto, cioè una comunicazione secondo verità.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Credibilità riferita al soggetto, cioè all’autorevolezza del comunicatore.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Ho coniato la definizione che di seguito riporto, cercando di rispondere ad una domanda di mio padre, che una sera, parlando a cena, mi chiese: «Ma tu, esattamente, che fai?».  Dopo averci pensato un po’, ho risposto in questo modo: <strong>«Il portavoce è colui che direttamente rappresenta le posizioni del soggetto, inteso come persona fisica, persona giuridica, istituzione, azienda privata o pubblica, per cui presta la propria attività professionale»</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">È una definizione netta, inequivocabile, risolutoria. Almeno in apparenza. Rispetto alla quale, invece, si pongono due ordini di questioni: una sostanziale, ed una per così dire, funzionale. Cercando di mettere assieme queste due questioni, ricomporremo il paradosso di un mestiere che è, apparentemente, definito con nettezza e, realmente, interpretabile in modi diversi e addirittura opposti.</p>
<p style="text-align: justify">Oggi cercheremo di parlare di questo. Non per pronunciare parole definitive, che  non è ancora stato fatto ed è probabile che non accada. Ma per presentare un particolare punto di vista, quello proprio di chi questo ruolo svolge e con questo paradosso e con le due suddette questioni si confronta nella sua quotidianità lavorativa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>1)	Questione sostanziale</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Il portavoce è colui che direttamente esprime le posizioni del soggetto, inteso come persona fisica, persona giuridica, istituzione, azienda privata o pubblica, per cui presta la propria attività professionale».</p>
<p style="text-align: justify">Non è una definizione di natura teorica. Non la troverete sui manuali di comunicazione, o la ritroverete con formulazioni diverse, forse più precise quanto a terminologia, ma difettose dell’unica vera componente che qualifica il nostro mestiere: l’esperienza pratica.</p>
<p style="text-align: justify">Il tema con cui confrontarsi è dunque quello della rappresentanza.</p>
<p style="text-align: justify">In che senso il portavoce esprime le posizione del suo datore di lavoro, ergo lo rappresenta? In che campo? Attraverso quali attività?</p>
<p style="text-align: justify">Queste tre domande aprono degli argini sui confini netti, inequivocabili, della definizione che abbiano dato. Il che non significa che la smentiscano, o la mettano in discussione. Impongono l’obbligo di specificarne il contenuto.</p>
<p style="text-align: justify">Partiamo dal primo aspetto: il campo. L’area in cui, cioè, si esplica il lavoro del portavoce. Che non può che essere quella della comunicazione, un concetto che nel corso di questo corso avete messo a fuoco e, rispetto al quale, la mansione dell’addetto stampa e la funzioni assolte dell’ufficio stampa sono solo una delle declinazioni, degli strumenti attraverso cui si realizza la gestione di questa complessa attività.</p>
<p style="text-align: justify">Non ci soffermeremo qui sulla nozione di Comunicazione perché i contenuti di questo modulo ne danno per acquisiti gli elementi della “costituency”. Qui ci occupiamo degli strumenti, di uno degli strumenti. Il principale, probabilmente.</p>
<p style="text-align: justify">L’analisi del secondo aspetto (in che senso?) parte da questa ultima affermazione: la figura del portavoce esprime la principale delle funzioni della comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify">Fermiamoci un attimo perché si tratta di questione di centrale importanza. Che cosa si intende dire con le parole “il portavoce esprime la principale tra le funzioni della comunicazione?”.</p>
<p style="text-align: justify">Da un punto di visto filosofico si intende dire che la figura del portavoce realizza la fusione tra soggetto della comunicazione e oggetto (strumento) della comunicazione. Cioè:</p>
<p style="text-align: justify">“La persona fisica del portavoce è, simultaneamente ed in maniera inscindibile, fonte autentica della notizia e veicolo della sua diffusione, la cui autorità ed autorevolezza scaturiscono dal fondamento legittimistico della rappresentanza”.</p>
<p style="text-align: justify">In altre parole: il portavoce è colui che ha  l’autorità (scaturente dal rapporto formale di lavoro) e l’autorevolezza (derivante dall’associazione della sua persona con il datore di lavoro, oltre che dal prestigio personale) per poter parlare per nome e per conto di questo, venendo riconosciuta dalla controparte (dai vari stakeholders) la autenticità delle informazioni diffuse.</p>
<p style="text-align: justify">Questo ultimo profilo è assolutamente centrale nell’esercizio quotidiano della nostra professione. Perché? Saranno molteplici le situazioni in cui sarete voi a dover mediare una notizia, un avvenimento, un atto, un fatto, senza alcun coinvolgimento diretto del vostro datore di lavoro. Senza, cioè, che costui “ci metta la faccia”. Senza che vi sia alcun rapporto diretto tra l’operatore del mondo della informazione, della pubblicità, dell’editoria, con cui di volta in volta entrerete in rapporto, ed il datore di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che direte o scriverete esprimerà la Posizione Ufficiale.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il terzo profilo è quello apparentemente più semplice (attraverso quali attività), ma nei fatti più articolata.</p>
<p style="text-align: justify">Lo strumento principale rimane la gestione e l’organizzazione dell’ufficio stampa, che per molti aspetti rappresenta il braccio operativo del portavoce.</p>
<p style="text-align: justify">Con due distinzioni fondamentali da operare: mentre l’ufficio stampa è al servizio dell’ente, istituzione, società, azienda, a cui è legato da rapporto funzionale e di inquadramento gerarchico, o di collaborazione esterna (caso questo sempre più frequente grazie al proliferare di press service) il portavoce può essere al servizio anche di una persona fisica. Anzi, nella maggior parte dei casi il portavoce lavora per una persona fisica, anche se la sua figura può essere associata anche ad enti, istituzione, società, aziende (ad esempio, sentite spesso parlare di: un portavoce della Commissione Europea, il portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani, il portavoce dell’azienda X o Y, etc).</p>
<p style="text-align: justify">La seconda distinzione (di natura sostanziale) è che mentre l’ufficio stampa gestisce e media i rapporti con la stampa (ed il capo ufficio stampa è colui che sovraintende a tale organizzazione, operando attraverso gli strumenti propri: comunicato stampa, sito internet, etc) il portavoce parla per nome e per conto della società, utilizzando tutti gli strumenti e le possibilità a sua disposizione. Tra i quali l’ufficio stampa ed i suoi serizi, che non è però l’unico.</p>
<p style="text-align: justify">Questa affermazione, apparentemente generica, volutamente generica, ci porta dritti al cuore di quello che è l’attività del portavoce e l’oggetto del nostro modulo, individuato nella domanda iniziale “Portavoce: addetto stampa o lobbysta?”; in particolare alla seconda delle questioni  attraverso cui abbiamo detto in apertura si realizza il paradosso della figura del portavoce. Anzi: è proprio la seconda questione a dimostrare come il carattere apparentemente netto e, per così dire ufficiale, di tale figura professionali, si dilati in molteplici attività che rimangono coperte, ma attraverso le quali si realizza il “core business” della nostra attività. Cioè:</p>
<p style="text-align: justify"><strong>«Veicolare le notizie, orientando la loro diffusione sui mezzi d’informazione al fine di creare consenso ed opinione a vantaggio del datore di lavoro».</strong></p>
<p style="text-align: justify">È proprio in questo punto che la figura del portavoce incrocia quella del lobbysta, realizzando il nostro interrogativo di partenza: <strong>portavoce o lobbysta?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>2)	Questione funzionale</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il ruolo del portavoce può essere interpretato in maniera <em>statica</em> o <em>dinamica</em>.</p>
<p style="text-align: justify">a) Nel primo caso, il portavoce è un semplice mediatore della attività del suo datore di lavoro; colui che fa da tramite con gli stakeholders, ed in particolare con gli operatori del mondo della informazione; colui che fa da filtro.</p>
<p style="text-align: justify">Il portavoce, nell’assolvimento di tale funzione, diventa il mediatore in entrata ed in uscita: sia, cioè, quando ha necessità di comunicare all’esterno le attività realizzate, le posizione assunte, sia quando dall’esterno gli viene richiesto di comunicare una attività realizzata, i di esplicitare se rispetto ad un fatto sia stata assunta qualche posizione.</p>
<p style="text-align: justify">Il portavoce è in sostanza un regolatore dei flussi d’informazione in entrata ed in uscita, decidendone tempistica, linguaggio. Perché questa funzione si estrinsechi in maniera corretta è indispensabile che il portavoce operi a stretto contatto con il datore di lavoro, sia sempre a conoscenza di tutto quello che lo riguarda, instauri un rapporto di immedesimazione lavorativa con lui tale per cui sia sempre a conoscenza del suo pensiero, diventi padrone del suo linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify">Una attività che è diretta verso il pubblico degli stakeholders senza operare differenze tra di essi.</p>
<p style="text-align: justify">b) Nel secondo caso il portavoce non opera da regolatore dei flussi, ma da determinatore dei flussi. Cioè, come abbiamo detto prima,</p>
<p style="text-align: justify">«Il portavoce veicola le notizie, orienta la loro diffusione sui mezzi d’informazione al fine di creare consenso ed opinione a vantaggio del datore di lavoro».</p>
<p style="text-align: justify">Che cosa si intende dire? Che il portavoce dinamico è colui che partecipa della strategia complessiva del suo datore di lavoro, in molti casi la determina; nel rapporto con i mezzi d’informazione non si limita a comunicare attività e fatti, ma ne disegna scenari e retroscena, meccanismi che ne hanno determinato un esito piuttosto che un altro; valorizzando gli aspetti che si considerano più pertinenti, o più utili da rendere pubblici; scegliendo i veicoli considerati più opportuni.</p>
<p style="text-align: justify">Una attività che si dirige verso il pubblico degli stakeholder operando significative distinzioni tra di essi; operando, cioè, una comunicazione di base, diretta verso tutti, ed una qualificata diretta verso quelli che vengono considerati più funzionali alla realizzazione dell’obiettivo che si vuole centrare.</p>
<p style="text-align: justify">È nell’attività che porta alla individuazione di alcuni interlocutori privilegiati rispetto ad altri che si misura la distinzione tra il profilo statico e quello dinamico del portavoce. Nel secondo caso, infatti, l’individuazione, la scelta e la costruzione del rapporto, avviene attraverso una intensa attività relazione, per lo più informale, attraverso la quale il portavoce ed il suo interlocutore riconoscono reciprocamente la convenienza ad instaurare un rapporto privilegiato, perché ne può derivare per entrambi un beneficio: per il primo avere a disposizione degli spazi per sviluppare con maggiore compiutezza (ed un atteggiamento, quando non benevolo, certamente di maggiore apertura) l’attività del proprio datore di lavoro, il secondo per disporre di elementi ulteriori e più approfonditi, o forniti con priorità temporale, su una  attività che, comunque, sarà destinata a tutti gli stakeholder.</p>
<p style="text-align: justify">Alla luce di quanto abbiamo sin qui detto, con una semplificazione possiamo concludere che: quando il portavoce esercita il suo ruolo in maniera statica, il suo profilo tende a coincidere con quello dell’addetto stampa; quando viene svolto in maniera dinamica tende ad avvicinarsi a quello del lobbysta.</p>
<p style="text-align: justify">In realtà, in alcune circostanze il ruolo va interpretato nel primo senso, il altre nel secondo. Non esiste una regola definita. Come spesso capita nelle cose umane, la scelta dipende dalla pratica, dall’esperienza, dal buon senso.</p>
<p style="text-align: justify">Senza dimenticare la prima regola di chi decide di fare il nostro lavoro: dire, sempre e comunque, la verità. Pur nelle infinite possibili sfumature attraverso cui può esser detta, ma affermandola sempre. <strong>Joseph Pulitzer</strong>, il padre del giornalismo moderno, diceva che <strong>«il giornalista è la sentinella di vedetta sul punto di comando della nave della verità»</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/06/stampa.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10681" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/06/stampa-300x235.jpg" alt="" width="300" height="235" /></a></p>
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		<title>L&#8217;atteggiamento creazionista</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 08:38:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Paolo Majolino Platone scrive che le nostre “idee immaginarie” nascono dalla preesistenza dell’anima, non sono derivabili dall’esperienza. Darwin, con la teoria dell’evoluzionismo, ha inteso affermare che l’origine dell’uomo era provata e che la metafisica non può non fiorire, giungendo ad affermare che chi capisce il babbuino andrà più lontano di Locke nella metafisica. Un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di <a href="http://www.majolino.it/"><strong>Paolo Majolino</strong></a></p>
<p style="text-align: justify">Platone scrive che le nostre “idee immaginarie” nascono dalla preesistenza dell’anima, non sono derivabili dall’esperienza. Darwin, con la teoria dell’evoluzionismo, ha inteso affermare che l’origine dell’uomo era provata e che la metafisica non può non fiorire, giungendo ad affermare che chi capisce il babbuino andrà più lontano di Locke nella metafisica<span id="more-10026"></span>. Un contemporaneo di Charles Darwin, il biologo Alfred Russel Wallace, pur stimando e stimato da Darwin, giunse alla conclusione opposta.</p>
<p style="text-align: justify">Il problema ontologico dell’esistenza di Dio è – da sempre – oggetto di discussioni; scartando, appena per un attimo e solo per stile di scuola, il credere per fede, invero voglio argomentare proprio avendo a base quanto di più razionale possiamo disporre: la nostra mente che è iperelaborata per i bisogni dell’essere umano in evoluzione e questo, come meglio di seguito esporrò, non può essere spiegato con la selezione naturale che è argomento del tipo “tu quoque”, vale a dire un ragionamento fittizio ed ingannevole col quale si giustificano le proprie azioni o ragionamenti con azioni e/o ragionamenti analoghi compiuti, ovvero elaborativamente giustificati da altri; è del tutto erroneo un argomento che posa le proprie fondamenta sull’analogia: che non è una forma di ragionamento garantita dalle leggi del sillogismo.</p>
<p style="text-align: justify">Ed allora e piuttosto un’intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell’umanità in una specifica direzione e per uno scopo speciale. È l’atteggiamento “creazionista” ed a supporto possono portarsi alcune evidenze.    I cacciatori-raccoglitori dell’antico continente erano, biologicamente, uguali ai moderni europei: in special modo avevano un cervello delle stesse dimensioni, potevano quindi adattarsi alle esigenze della vita moderna. Al loro modo di vivere, simile a quello dei nostri antenati, il livello di intelligenza era sufficiente e non c’erano occasioni per esibire particolari ragionamenti. C’è da chiedersi, ragionevolmente, come può essersi evoluto il cervello se in risposta ai soli bisogni di un vita da cacciatori-raccoglitori?</p>
<p style="text-align: justify">L’attuale complessa società: leggi, scienza e tecnologia, ci costringono continuamente ad arrivare al risultato cercato per il tramite di una quantità di complessi fenomeni; persino i giochi, ad esempio gli scacchi, ci costringono ad esercitare le nostre facoltà in misura elevata. Se valutiamo che il linguaggio dei cacciatori-raccoglitori non aveva finanche parole adatte ad esprimere concetti astratti, è evidente che la totale mancanza nell’uomo selvaggio della capacità di vedere al di là delle sue immediate necessità, con il suo non essere in grado di mettere assieme, paragonare o riflettere su questioni generali che i suoi sensi non colgono immediatamente, non lascia spazio alla teoria evoluzionistica, ovvero e meglio, alla stessa quale fondamenta e collante della evoluzione stessa.</p>
<p style="text-align: justify">Un cervello grande la metà di quello di un gorilla sarebbe stato più che sufficiente per lo sviluppo mentale necessario al selvaggio; occorre quindi ammettere che il grande cervello da questi posseduto non può essersi sviluppato solo grazie alle leggi dell’evoluzione, la cui caratteristica essenziale è quella di condurre sempre ad un livello di organizzazione proporzionato e mai superiore ai bisogni della specie. Altro è, a mio sommesso parere, l’evoluzione biologica della specie volta alla prosecuzione dell’esistenza della stessa e, conseguentemente, a far prevalere il più forte; non a caso la leonessa, ad esempio, si accoppia solo con il leone che ha sbaragliato gli altri perché è quello il più forte ed in grado di trasmettere alla discendenza le migliori doti per sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify">La selezione naturale, pertanto, poteva solo dotare il cacciatore-raccoglitore di un cervello poco superiore a quello di una scimmia antropomorfa, nel mentre ne possedeva uno di poco inferiore ad un “filosofo”! L’apparente inutilità evoluzionistica dell’intelligenza umana è un problema centrale: delle scienze cognitive, biologiche e della visione scientifica del mondo. Il carattere “esagerato” dell’intelligenza umana confuta il “darwinismo” e convince che qualche altro agente abbia influito sulla tendenza evolutiva progressiva; forse un processo di auto-organizzazione che la teoria della complessità un giorno spiegherà? Tale ultima ipotesi non è più soddisfacente dell’idea di una intelligenza superiore che guida lo sviluppo dell’uomo in una determinata direzione che, per il cristiano è il BENE COMUNE: quello di Tutti.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/stickers_science_vs_creationism.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10027" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/stickers_science_vs_creationism-300x200.gif" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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