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	<title>The Lo Re Report &#187; Copenhagen 2009</title>
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	<description>Attualità politica internazionale, italiana e siciliana a cura di Carlo Lo Re</description>
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		<title>Copenhagen/5 Nota di colore, ma anche un po&#8217; filologica: in quanti modi si scrive Copenhagen?</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 01:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni sarà saltato all&#8217;occhio di qualche lettore dei quotidiani italiani la varietà nello scrivere il nome della capitale danese. Copenhagen e Copenaghen si alternano sulla stampa italiana, con una netta prevalenza, però, per la seconda opzione. Vediamo di fare un po&#8217; di chiarezza. La splendida capitale di quel che io chiamo il Regno [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">In questi giorni sarà saltato all&#8217;occhio di qualche lettore dei quotidiani italiani la varietà nello scrivere il nome della capitale danese. Copenhagen e Copenaghen si alternano sulla stampa italiana, con una netta prevalenza, però, per la seconda opzione. Vediamo di fare un po&#8217; di chiarezza.<br />
La splendida capitale di quel che io chiamo il Regno vichingo meridionale in danese si scrive <strong>København</strong>, dizione che certo presenta qualche difficoltà per gli europei di origini latine. <strong>Copenhagen</strong>, con l&#8217;&#8221;h&#8221; dopo la &#8220;n&#8221;, è invece la dizione in lingua inglese, quella che io preferiso ed utilizzo, per intenderci. In italiano è ormai invalso l&#8217;uso di <strong>Copenaghen</strong>, con l&#8217;&#8221;h&#8221; dopo la &#8220;g&#8221;. In tedesco, invece, ecco che la &#8220;c&#8221; iniziale viene sostituita con una assai più teutonica &#8220;k&#8221;, con un risultato finale, <strong>Kopenhagen</strong>, assolutamente delizioso, almeno per me, dopo la permanenza in Finlandia fan sfegatato dell&#8217;occlusiva velare sorda.<br />
Da segnalare poi la versione spagnola e francese, <strong>Copenhague</strong>, che ha un suo indubbio fascino, anche se chiaramente in Italia non ha diritto di cittadinanza. Va bene spostare una &#8220;h&#8221;, ma da noi una simile complicazione esistenziale non passerebbe mai &#8230;</p>
<div id="attachment_7039" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-7039" title="copenhagen_la_sirenetta" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/copenhagen_la_sirenetta.jpg" alt="&quot;La sirenetta&quot;, simbolo della capitale danese" width="350" height="210" /><p class="wp-caption-text">&quot;La sirenetta&quot;, simbolo della capitale danese</p></div>
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		<title>Copenhagen/4 Dal Green al Black (Bloc) il passo è breve</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 08:22:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da due giorni la capitale danese è sconvolta dalla violenza dei Black Bloc, che, sia chiaro, con i Green che marciano pacificamente non hanno nulla a che vedere. L&#8217;usuale sceneggiatura, l&#8217;usuale regia di chi non si rassegna all&#8217;ineluttabilità di una Globalizzazione che può essere sono governata, ma non certo arginata, non certo bloccata. Il risultato? [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Da due giorni la capitale danese è sconvolta dalla violenza dei Black Bloc, che, sia chiaro, con i Green che marciano pacificamente non hanno nulla a che vedere.<br />
L&#8217;usuale sceneggiatura, l&#8217;usuale regia di chi non si rassegna all&#8217;ineluttabilità di una Globalizzazione che può essere sono governata, ma non certo arginata, non certo <em>bloc</em>cata.<br />
Il risultato? Una delle città più belle del mondo devastata e 900 e passa arresti in 24&#8242;ore da parte della polizia del Regno vichingo meridionale. Nota per saperlo mantenere sul serio l&#8217;ordine pubblico.<br />
Per chi è invece un No Global ragionevole che vuol portare avanti le sue (talune anche sacrosante) rivendicazioni l&#8217;ennesima sconfitta. Del resto, isolare questi cani sciolti (ma ben organizzati, non c&#8217;è che dire &#8230;) non è facile. Eppoi, ammettiamolo, sono utili anche a chi nella Globalizzazione ha intravisto l&#8217;opportunità di reintrodurre nuove forme di schiavismo. Mica è nato per caso l&#8217;appellativo di <em>utile idiota</em> &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_7021" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-7021" title="copenhagen_riot" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/copenhagen_riot.jpg" alt="Copenhagen, 12 dicembre 2009, una immagine degli scontri fra polizia e manifestanti No Global" width="350" height="232" /><p class="wp-caption-text">Copenhagen, 12 dicembre 2009, una immagine degli scontri fra polizia e manifestanti No Global</p></div>
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		<title>Copenhagen/3 La Cina e gli altri grandi fra i &#8220;piccoli&#8221;: rimanga in vigore Kyoto</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 06:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La proposta, prevedibile, di una parte, quella più ricca e geopoliticamente rilevante, dei Paesi in via di sviluppo aderenti al cosiddetto G77 è che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore e che le nazioni di forte e antica industrializzate riducano del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 (ben 8 volte di più di quanto loro richiesto da Kyoto).<br />
È questo, parrebbe, il contenuto del &#8220;Copenhagen accord (draft)&#8221;, la bozza di intesa diffusa dal quotidiano parigino <em>Le Monde</em> ed elaborata da cinque Paesi denominati &#8220;Basic&#8221; dalle loro iniziali (Brasile, Sudafrica, Sudan, India e Cina, con il Sudan, ovviamente, nel ruolo di zerbino di Pechino). Insomma, un passo un po&#8217; più concreto di una semplice piattaforma di discussione del G77, i Paesi in via di sviluppo, in risposta alla bozza di accordo dei Paesi sviluppati che proprio non è piaciuta (il <em>Guardian</em> ne aveva pubblicato delle anticipazioni qualche giorno fa)<span id="more-7003"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Nel testo, da un punto di vista politico assai accorto, con parti vincolanti e sezioni interpretabili (nella secolare tradizione diplomatica mandarina), si chiederebbe che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore oltre la sua data di scadenza del 2012. Si  richiederebbe altresì ai Paesi industrializzati la riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni dei gas serra rispetto al livello del 1990. L&#8217;aumento delle temperatura globale, dicono la Cina ed i suoi sodali, non deve superare i 2 gradi Celsius. Gli Stati-atollo avevavo indicato 1.5 gradi (parametro che vorrebbero vincolante).</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, uno sforzo considerevolmente maggiore dei Paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni (Kyoto si limitava ad indicare al 2012 l&#8217;obettivo del 5%) se si vuole evitare il peggio.</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, i Paesi del G77 chiedono che il Kyoto Protocol venga sottoscritto o ratificato anche dalle nazioni che non l&#8217;hanno ancora fatto. Gli Usa, ad esempio, lo hanno sì sottoscritto nel 1997, ma sia Bill Clinton che George Walker Bush si sono ben guardati dal farlo ratificare dal Congresso, cosa che non sembra nemmeno nelle priorità di Barack Obama.</p>
<p style="text-align: justify">Altra condizione importante che la bozza di Cina &amp; Co. proporrebbe è la riduzione delle emissioni esclusivamente «con misure interne», senza cioè ricorrere più agli strambi meccanismi di compensazione esterni come il grottesco mercato di scambio dei certificati dell&#8217;anidride carbonica.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Last but noy least</em>, il fondo per il clima che dovrebbe essere creato alla fine della Conferenza di Copenhagen dovrebbe nascere sotto la direzione delle Nazioni Unite e non della Banca Mondiale (opzione preferita dagli Usa).</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-7014" title="copenhagen_conference_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/copenhagen_conference_resized.jpg" alt="copenhagen_conference_resized" width="350" height="233" /></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Copenhagen/2 Gli Stati-atollo si ribellano alle scelte dei grandi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 13:23:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Alla Conferenza di Copenhagen il contrasto non è soltanto tra i Paesi ricchi e quelli ancora in via di sviluppo, ma emerge sempre più netta anche la divisione fra le file degli Stati più poveri, con la conseguenza che un accordo sembra davvero ormai essere lontano. Finora, più o meno, in materia di ambiente i cosiddetti Paesi in via di sviluppo erano stati abbastanza uniti, ma oggi i piccoli Paesi insulari e le nazioni africane, ovvero i soggetti in assoluto più poveri e più esposti alle conseguenze dei mutamenti climatici, hanno proposto un trattato che sia davvero legalmente vincolante, assai più severo del protocollo di Kyoto del 1997<span id="more-6929"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La proposta, era prevedibile, ha subito visto l’opposizione dei big fra i Paesi emergenti, come la Cina, l&#8217;India ed il Sud Africa, che temono una frenata della loro impetuosa crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify">In primissima linea per un trattato vincolante vi è Tuvalu, un&#8217;arcipelago polinesiano che si trova a metà fra le Isole Hawaii e l&#8217;Australia. Il microstato ha ottenuto una sospensione dei negoziati fino alla soluzione del problema. L’appello di Tuvalu è stato ovviamente raccolto da altri membri dell’Aosis (<a href="http://www.sidsnet.org/aosis/" target="_blank">Alliance of Small Island States</a>, un&#8217;associazione che riunisce appunto i piccoli stati insulari tipo le Isole Cook, le Barbados, le Kiribati e le Fiji), ma anche da vari altri Paesi poveri, anzi poverissimi, africani, come la Sierra Leone, il Senegal e Capo Verde.</p>
<p style="text-align: justify">La richiesta ufficiale di Tuvalu, che a questo punto si può dire abbia riscontrato un davvero più che discreto appoggio, è di bloccare la crescita delle temperature globali a 1.5 gradi Celsius, nonché la concentrazione di gas serra in atmosfera a 350 parti per milione, invece delle 450 preferite dai Paesi industrializzati e da qualche emergente di grandi dimensioni.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6933" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-6933" title="maps_tuvalu_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/maps_tuvalu_resized.jpg" alt="Mappa dell'arcipelago di Tuvalu" width="350" height="345" /><p class="wp-caption-text">Mappa dell&#39;arcipelago di Tuvalu</p></div>
<div class="shr-publisher-6929"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Copenhagen/1 Partita la Conferenza, fra qualche anno si scoprirà che è stato un flop</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 19:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi si è inaugurato il vertice di Copenaghen sul clima, anzi, per l&#8217;esattezza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Climate Change Conference). Fino a venerdì 18 sarà tutto un susseguirsi di incontri, sottosummit, minisummit, conferenze stampa e relativi comunicati, in pieno stile clasa descutidora (do you remember Donoso Cortés?). Del resto, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Oggi si è inaugurato il vertice di Copenaghen sul clima, anzi, per l&#8217;esattezza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (<a href="http://en.cop15.dk/frontpage/" target="_blank">United Nations Climate Change Conference</a>). Fino a venerdì 18 sarà tutto un susseguirsi di incontri, sottosummit, minisummit, conferenze stampa e relativi comunicati, in pieno stile <em>clasa descutidora</em> (do you remember Donoso Cortés?). Del resto, non c&#8217;è nessun esempio migliore di <em>flatus vocis</em> degli impegni ecologisti dei politici, anche verdi per carità<span id="more-6850"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Alla fine della faraonica kermesse (a proposito, già è saltata l&#8217;idea della sua sostenibilità: 34 mila delegati in luogo dei previsti 15 mila hanno reso vano il tentativo di neutralizzare le emissioni &#8220;scaturite&#8221; dall&#8217;evento), qualunque accordo sarà mai siglato, fra qualche anno ci si accorgerà dell&#8217;impossibilità di farlo rispettare (come già accaduto per il celebre protocollo di Kyoto, firmato nel dicembre del 1997 e divenuto appena qualche mese dopo praticamente poco più che carta straccia). Per lo strapotere ancora nettissimo dei Paesi produttori di petrolio e delle compagnie di estrazione e distribuzione, per l&#8217;inarginabile sete di energia dei Paesi in via di sviluppo e dei giganti della crescita a doppia cifra (Cina Popolare ed India su tutti), per le difficoltà della comunità scientifica a mettersi d&#8217;accordo sul reale stato del pianeta e sulle contromisure per arginare il peggio che potrebbe capitarci entro non molto tempo.</p>
<p style="text-align: justify">E già, il disaccordo degli esperti in materia, altra questione centrale &#8230; <a href="http://thelorereport.blogdo.net/polo-nord-i-ghiaccaiai-si-sciolgono-o-no/" target="_blank">Ne scrivevo</a> qualche settimana fa. Fra ecoscettici ed ecocatastrofisti è difficile, molto difficile, capire dove stia la verità. Il global warming sta davvero sciogliendo i Poli? O gli allarmi sono eccessivi?</p>
<p style="text-align: justify">In tutta sincerità, in luogo di un megaincontro come questo di Copenhagen, inevitabilmente destinato alla sterilità, avrei preferito una seria, lunga, accesa ma quanto più possibile risolutiva conferenza scientifica per tentare di comprendere davvero le &#8220;condizioni di salute&#8221; del mondo.</p>
<p style="text-align: justify">In storiografia si parla tanto dell&#8217;esigenza di una memoria condivisa. Fra popoli, fra gruppi sociopolitici, fra etnie. Ecco, credo che vi sia anche necessità di una sorta di &#8220;previsione condivisa&#8221;, senza la quale si è tutti in balia degli opposti estremismi, bombardati dai proclami della Chiesa Verde da un lato e da quelli dei cantori dello sviluppo ad ogni costo dall&#8217;altro.</p>
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<div id="attachment_6857" class="wp-caption aligncenter" style="width: 407px"><img class="size-full wp-image-6857" title="images_copenhagen" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/images_copenhagen.jpg" alt="Uno dei bellissimi canali di Copenhagen" width="397" height="244" /><p class="wp-caption-text">Uno dei bellissimi canali di Copenhagen</p></div>
<div class="shr-publisher-6850"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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