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	<title>The Lo Re Report &#187; Economia</title>
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	<description>Attualità politica internazionale, italiana e siciliana a cura di Carlo Lo Re</description>
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		<title>Europa, ormai è indispensabile l&#8217;unione bancaria (oltre che politica)</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2013 07:27:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Da tempo, troppo tempo, i Paesi membri della cosiddetta Eurozona stanno trattando per definire la normativa dell&#8217;unione bancaria da più parti auspicata. Fermo restando che al Vecchio Continente servirebbe soprattutto una vera unione politica dalle Azzorre alla Siberia, i drammatici fatti di Cipro palesano anche la stringente esigenza di quella appunto bancaria. Qualche mese fa si era giunti a una sorta di accordo sui suoi possibili fondamenti: vigilanza centralizzata a cura della Bce, un sistema europeo di garanzie per i depositi oltre i 100mila euro (per quelli sotto in genere, come in Italia, c&#8217;è la garanzia dei singoli Stati) e un fondo europeo per i possibili fallimenti degli istituti di credito<span id="more-12439"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Oltre alla tutela dei risparmiatori (a un simile scopo, in tutta franchezza, credo poco), obiettivo palese di tali scelte è circoscrivere quanto più possibile gli effetti della crisi di una singola banca, evitando che il default di un istituto possa minare la stabilità dell&#8217;intero sistema economico-finanziario continentale. Finora, però, tutto ciò è rimasto sulla carta. Negli anni abbiamo assistito ai tracolli di Islanda (piccolo ma certo importante Paese europeo, per quanto extra Ue), Grecia e ora Cipro, nonché ai ripetuti allarmi su Portogallo, Spagna, Italia e adesso (<em>new entry</em> fra i cosiddetti Pigs) Francia. Che cosa ancora deve accadere di più grave rispetto alla corrente situazione cipriota perché chi deve decidere sull&#8217;attuazione dell&#8217;unione bancaria decida in fretta?</p>
<div id="attachment_12443" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2013/03/paintings_marinus_van_reymerswaele_il_banchiere_e_sua_moglie_1539_madrid_prado.jpg"><img class="size-medium wp-image-12443" alt="Marinus van Reymerswaele, &quot;Il banchiere e sua moglie&quot;, 1539, Madrid, Prado" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2013/03/paintings_marinus_van_reymerswaele_il_banchiere_e_sua_moglie_1539_madrid_prado-300x209.jpg" width="300" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Marinus van Reymerswaele, &#8220;Il banchiere e sua moglie&#8221;, 1539, Madrid, Prado</p></div>
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		<title>Eurogruppo: ancora una fumata nera per la Grecia, ma l&#8217;intransigenza della Finlandia davvero non si capisce</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2012 16:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stanotte i ministri delle Finanze dell&#8217;eurozona e il Fondo monetario internazionale non sono riusciti a raggiungere un accordo definitivo sulla Grecia, nonostante una maratona di oltre undici ore di colloqui a Bruxelles. La riunione proseguirà lunedì, come annunciato dal presidente dell&#8217;Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ma intanto si tratta della seconda volta in pochi giorni (il precedente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Stanotte i ministri delle Finanze dell&#8217;eurozona e il Fondo monetario internazionale non sono riusciti a raggiungere un accordo definitivo sulla Grecia, nonostante una maratona di oltre undici ore di colloqui a Bruxelles. La riunione proseguirà lunedì, come annunciato dal presidente dell&#8217;Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ma intanto si tratta della seconda volta in pochi giorni (il precedente meeting si era tenuto lunedì 12) che l&#8217;accordo salta<span id="more-12310"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il nodo centrale permane la riduzione del debito pubblico greco al 120% del Pil entro il 2020, come inizialmente concordato dai creditori internazionali. Ma mentre l&#8217;Fmi resta impuntato su tale obiettivo, i ministri delle Finanze dell&#8217;eurozona sono più realisti e vorrebbero posticipare il target di 2 anni.</p>
<p style="text-align: justify">Attenzione, 2 anni in più l&#8217;Eurogruppo non li concederebbe ad Atene per buon cuore, ma per mera convenienza. Secono i calcoli fatti dagli esperti, infatti, pare che soltanto rinunciando i Paesi Ue a una parte del credito vantato verso la Grecia questa possa raggiungere l&#8217;obiettivo del 120% entro il 2020. Per evitare questa opzione, l&#8217;Eurogruppo spinge quindi per spostare il target al 2022, con dei costi supplementari che sarebbero però attorno ai 32.6 miliardi di euro. Il Fmi preferirebbe invece la revisione dei crediti piuttosto che lo spostamento temporale dell&#8217;obiettivo (del resto, in questo caso, a perdere tanti denari sarebbero i Paesi Ue).</p>
<p style="text-align: justify">Sullo sfondo di tale diatriba, colpisce la durezza della posizione non solo della Germania, ma anche dell&#8217;Olanda e della Finlandia. Singolare davvero per Helsinki, essendo la Suomalainen Tasavalta uno Stato legato a triplo filo ad una multinazionale, la Nokia, non certo in ottima salute. A prescindere dalla recente alleanza con Apple per le mappe Nokia Here su iPad e iPhone, il colosso finnico della telefonia è davvero con i piedi d&#8217;argilla e una sua eventuale crisi significherebbe quasi certamente una profonda crisi per l&#8217;intero Paese. Considerassero bene tutto ciò i governanti finlandesi prima di trattare con troppa intransigenza i &#8220;malati cronici&#8221; dell&#8217;economia europea.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/11/flags_eu.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12314" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/11/flags_eu-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
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		<title>Arriva il DebtRank, nuovo indice per valutare il rischio sistemico della finanza globale</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2012 06:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Contro i rischi della finanza globale, vera responsabile della lunga crisi in corso dal settembre 2008, potrebbe arrivare un indice di valutazione dell&#8217;importanza dei &#8220;nodi&#8221; della rete che collega fra loro le innumerevoli istituzioni per comprendere in anticipo quali di essi, in caso di default, potrebbero innescare una crisi del sistema nel suo complesso. Denominato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Contro i rischi della finanza globale, vera responsabile della lunga crisi in corso dal settembre 2008, potrebbe arrivare un indice di valutazione dell&#8217;importanza dei &#8220;nodi&#8221; della rete che collega fra loro le innumerevoli istituzioni per comprendere in anticipo quali di essi, in caso di default, potrebbero innescare una crisi del sistema nel suo complesso. Denominato DebtRank, è davvero il primo esempio di una metodologia, certo perfettibile, in grado di stabilire quali siano i <em>nodi sistemici</em> di maggior peso in una rete di dimensioni ormai ciclopiche<span id="more-12179"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Facciamo un esempio pratico. I gravi problemi di Stati come Grecia (Paese medio-piccolo sotto il profilo economico) o Spagna (Paese medio) hanno messo a repentaglio un colosso come l’Unione europea, rischiando altresì di estendere gli effetti nefasti del crollo al resto del pianeta. È ciò che si intende per rischio sistemico, strettamente connesso alla fittissima rete di esposizioni che da decenni ormai collega in maniera inestricabile (o, comunque, ben difficilmente, districabile) le migliaiai di istituzioni finanziarie publiche e private operanti nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Uno studio congiunto del Politecnico di Zurigo e dell’Istituto per i sistemi complessi del Cnr di Roma, presentato sulle pagine di <a href="http://www.nature.com/srep/2012/120802/srep00541/full/srep00541.html" target="_blank"><em>Nature Scientific Reports</em></a>, avanza ora l&#8217;ipotesi di un indice in grado di effettuare una valutazione sul rischio sistemico della finanza globale. DebtRank l&#8217;hanno chiamato. Fondamentale l&#8217;individuazione di quelle istituzioni finanziarie «sistemicamente importanti», vale a dire quelle «troppo centrali per fallire», che potrebbero innescare un default (appunto) sistemico.</p>
<p style="text-align: justify">«Per elaborare il nuovo indice», si legge nello studio, «i ricercatori hanno fatto riferimento a una grande mole di dati, ivi compresi quelli (fino a poco tempo fa gelosamente tenuti riservati) delle istituzioni private e degli stati degli Usa che nel periodo marzo 2008 &#8211; marzo 2010, quello più acuto per la gli equilibri finanziari statunitensi, hanno ricevuto aiuti da parte della Us Federal Reserve Bank (Fed) attraverso programmi di prestiti di emergenza, compresa la cosiddetta Discount Window Fed. Si tratta del primo insieme di dati a disposizione del pubblico in merito alle esposizioni finanziarie, giorno per giorno, tra una banca centrale e un ampio insieme di istituzioni nell&#8217;arco di diversi mesi».</p>
<p style="text-align: justify">Sono stati analizzati, ad esempio, i prestiti concessi dalla Fed nel corso del tempo. Dopo di che, i ricercatori sono passati a valutare la distribuzione del debito nel tempo tra le diverse istituzioni, incrociando i dati a disposizione con quelli sulle relazioni di partecipazione azionaria fra le varie istituzioni, onde capire la struttura della rete di dipendenze tra le quelle che hanno ricevuto finanziamenti. Ancora si tratta di una goccia nel mare nell&#8217;immane lavoro di comprendere le perversioni della finanza globale, ma di certo il tentativo è lodevole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_12302" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/10/federal_reserve_building_washington.jpg"><img class="size-medium wp-image-12302" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/10/federal_reserve_building_washington-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Il Federal Reserve Building sulla Constitution Avenue a Washington (AP Photo/J. Scott Applewhite)</p></div>
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		<title>Il caso Peugeot-Citroen e i limiti dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Oct 2012 08:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sostegno pubblico francese per Banque Psa France, finanziaria del colosso automobilistico Peugeot-Citroen. Insomma, classici aiuti di Stato per fronteggiare le crescenti difficoltà di un gioiello nazionale al momento un po&#8217; in affanno. Lo ha dichiarato lo stesso gruppo industriale in un comunicato sui conti preliminari del terzo trimestre 2012, chiusi con ricavi in calo del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Sostegno pubblico francese per Banque Psa France, finanziaria del colosso automobilistico Peugeot-Citroen. Insomma, classici aiuti di Stato per fronteggiare le crescenti difficoltà di un gioiello nazionale al momento un po&#8217; in affanno. Lo ha dichiarato lo stesso gruppo industriale in un comunicato sui conti preliminari del terzo trimestre 2012, chiusi con ricavi in calo del 3,9% anno su anno a 12.93 miliardi di euro. L&#8217;annuncio che non saranno distribuite cedole per tre anni di fila ha poi messo in crisi il titolo alla Borsa di Parigi<span id="more-12284"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">7 miliardi di euro di garanzie da parte dello Stato francese, quindi, per soccorrere in fretta la casa automobilistica Psa Peugeot Citroen. Inoltre, il piano di salvataggio per la Banque Psa Finance (Bpf) comprende anche 11.5 miliardi in non meglio specificate facilitazioni di cassa dalle banche transalpine.</p>
<p style="text-align: justify">La Bfp è una finanziaria completamente controllata da Psa, nata, sulla scia di tante altre nel mondo, per dare ai potenziali clienti i denari necessari all&#8217;acquisto di una macchina Peugeot o Citroen. La (quasi) banca è in buona salute, ma il suo rating risente dei problemi non da poco della casa centrale, in crisi di vendite in Europa, tanto che qualche mese fa vi è stato il clamoroso annuncio della possibile chiusura di uno stabilimento vicino Parigi, nonché del taglio complessivo di 8.000 posti di lavoro per ridurre le ingenti perdite.</p>
<p style="text-align: justify">Psa ha pubblicato dati molto crudi sulla propria situazione: nella prima metà del 2012, il gruppo ha infatti registrato una perdita di 819 milioni di euro.</p>
<p style="text-align: justify">Dal canto suo, il premier francese Jean-Marc Ayrault ha specificato come, in cambio del sostegno, nel consiglio di sorveglianza della casa automobilistica francese vi sarà un rappresentante dello Stato come consigliere. Nel cda dell&#8217;azienda farà poi il suo ingresso pure un sindacalista, a tutela degli interessi dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify">Sugli aiuti da Parigi alla Psa, però, vi è stata subito una levata di scudi da parte di Volkswagen e Bmw, preoccupate (bontà loro) anche per la richiesta francese di porre limiti alle importazioni nell&#8217;Ue di auto sud coreane. Il protezionismo si sa dove comincia, ma non si sa mai dove può andare a finire avranno pensato &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Sullo sfondo vi è poi anche un accordo strategico abbastanza interessante del gruppo francese con la General Motors. Le due società hanno infatti annunciato che svilupperanno un programma congiunto per produrre un piccolo furgone per Opel e Vauxhall, marchi di proprietà Gm, nonché un nuovo crossover compatto della Peugeot. Del resto, già a febbraio di quest&#8217;anno le due aziende hanno firmato un&#8217;intesa grazia alla quale Gm ha una partecipazione del 7% in Peugeot. Scopo dell&#8217;accordo è unificare gli acquisti, arrivando a risparmiare 2 miliardi di dollari l&#8217;anno entro il 2017.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che però mi preme evidenziare è l&#8217;atteggiamento dei competitor tedeschi. Gridare subito allo scandalo, invocare procedure Ue d&#8217;infrazione e addirittura prendere le parti dei coreani contro i francesi francamente mi sembra assurdo. Io sono per gli aiuti di Stato, ma seriamente intesi (alle aziende e alle persone, non alle multinazionali bancarie o alle assicurazioni come fatto da Bush jr negli ultimi mesi alla Casa Bianca). Perché mai, mi chiedo, in Europa li abbiamo vietati? Quale demone ci ha suggerito una simile fesseria?</p>
<p style="text-align: justify">La concorrenza nel medioevo era (a mio avviso giustamente) considerata quasi alla stregua di un peccato dalla Chiesa. Oggi è divenuta un Moloch intoccabile. Grave, gravissimo limite per l&#8217;Europa intera.</p>
<div id="attachment_12290" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/10/pictures_jean_marc_ayrault.jpg"><img class="size-medium wp-image-12290" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/10/pictures_jean_marc_ayrault-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Jean-Marc Ayrault</p></div>
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		<title>Il pessimismo ben temperato dei finnici</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Aug 2012 13:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il governo finlandese sostiene di essere preparato ad ogni immaginabile evoluzione della crisi economico/finanziaria in corso, compresa l’eventuale implosione dell’unione monetaria. Lo ha evidenziato il ministro degli Esteri di Helsinki, Erkki Tuomioja (socialdemocratico molto a sinistra, già presidente del Consiglio Nordico nel 2008), in un’intervista data al prestigioso quotidiano inglese Daily Telegraph oggi in edicola. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il governo finlandese sostiene di essere preparato ad ogni immaginabile evoluzione della crisi economico/finanziaria in corso, compresa l’eventuale implosione dell’unione monetaria. Lo ha evidenziato il ministro degli Esteri di Helsinki, Erkki Tuomioja (socialdemocratico molto a sinistra, già presidente del Consiglio Nordico nel 2008), in un’intervista data al prestigioso quotidiano inglese <em>Daily Telegraph</em> oggi in edicola<span id="more-12181"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">«La Finlandia &#8211; ha dichiarato Tuomioja &#8211; ha un piano operativo per ogni eventualità», compresa una spaccatura dell’Eurozona, anche se si tratta di «qualcosa che nessuno auspica, nemmeno gli euroscettici Veri Finlandesi, figuriamoci il governo. Però dobbiamo essere preparati».</p>
<p style="text-align: justify">Tuomioja ha però anche completato il suo ragionamento sottolineando che vi è la consapevolezza che «una rottura dell’Eurozona nel breve e nel medio termine periodo costerebbe più che gestire la crisi». Come dire, pessimismo sì, ma ben temperato.</p>
<div id="attachment_12183" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/08/pictures_erkki_tuomioja.jpg"><img class="size-medium wp-image-12183" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/08/pictures_erkki_tuomioja-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a><p class="wp-caption-text">Erkki Tuomioja</p></div>
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		<title>Ikea, il brand vale 9 miliardi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Aug 2012 08:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente si riesce a sapere quante vale il marchio Ikea, il colosso svedese del mobile fai da te. Si tratta di ben 9 miliardi di euro. Il valore del brand, uno dei più noti al mondo, è stato svelato da una transazione interna svoltasi a gennaio, ma emersa solo in questi giorni: la Fondazione Interogo, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Finalmente si riesce a sapere quante vale il marchio Ikea, il colosso svedese del mobile fai da te. Si tratta di ben 9 miliardi di euro. Il valore del brand, uno dei più noti al mondo, è stato svelato da una transazione interna svoltasi a gennaio, ma emersa solo in questi giorni: la Fondazione Interogo, con sede legale a Vaduz, nel Liechtenstein, che era la proprietaria dei diritti intellettuali di Ikea, ha ceduto il nome alla filiale Inter Ikea System<span id="more-12172"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;operazione è stata concretizzata in due mosse: un aumento di capitale della controllata da parte della Fondazione Interogo per 3.6 miliardi di euro e un prestito da 5.4 miliardi che la Fondazione ha concesso alla stessa Inter Ikea System. Totale 9 miliardi di euro tondi, valutazione indicata da un pool di esperti indipendenti dall&#8217;azienda.</p>
<p style="text-align: justify">Dalla multinazionale si precisa che si è trattato «di una transazione interna, senza effetti esterni e tendente a semplificare la struttura del gruppo». Del resto, Ikea, nata nel 1943 da Ingvar Kamprad, non è nemmeno quotata in Borsa ed è di fatto controllata da una holding e alcune fondazioni. Per inciso, che Kamprad si sia sempre opposto allo sbarco in Borsa della sua creatura, nonostante le dimensioni globali raggiunte da tempo, la dice lunga sulla cautela e lungimiranza dell&#8217;uomo più ricco d&#8217;Europa.</p>
<div id="attachment_12175" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/08/pictures_ingvar_kamprad.jpg"><img class="size-medium wp-image-12175" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/08/pictures_ingvar_kamprad-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a><p class="wp-caption-text">Ingvar Kamprad</p></div>
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		<title>Nomura: piccolo scandalo, grandi rischi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jul 2012 15:32:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Giappone è scosso da un brutto scandalo finanziario la cui eco fatica a giungere in Europa, ma che la sua importanza ce l&#8217;ha eccome. La vicenda degli insider trading sui collocamenti azionari ha infatti azzerato i vertici della Nomura Holding, con il ceo Kenichi Watanabe e il coo Takumi Shibata che si sono dovuti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il Giappone è scosso da un brutto scandalo finanziario la cui eco fatica a giungere in Europa, ma che la sua importanza ce l&#8217;ha eccome. La vicenda degli insider trading sui collocamenti azionari ha infatti azzerato i vertici della Nomura Holding, con il ceo Kenichi Watanabe e il coo Takumi Shibata che si sono dovuti dimettere, sostituiti (dal primo agosto) da Koji Nagai (al momento dg) e Atsushi Yoshikawa (oggi ceo per le Americhe). La banca d&#8217;affari giapponese ha poi anche comunicato l&#8217;impressionante calo del 90% dell&#8217;utile netto nel secondo trimestre 2012 ad appena soli 1.89 miliardi di yen (che corrispondono a 18 milioni di euro, una inezia per un colosso delle dimensioni di Nomura)<span id="more-12134"></span>. Il crollo è stato parzialmente causato dalla perdita lorda di 12.1 miliardi di yen nelle operazioni estere, che sono andate in rosso per il nono trimestre consecutivo (ossia oltre 2 anni). Non sarebbero invece al momento calcolabili i danni dello scandalo in corso, anche perché si attendono le decisioni &#8220;disciplinari&#8221; delle autorità nipponiche.</p>
<p style="text-align: justify">Come si sa, il Giappone ha una normativa molto leggera sull&#8217;insider trading, un illecito che l&#8217;Unione Europea ha invece codificato in profondità (assai meno lo hanno fatto gli Usa). La Nomura è stata ora scoperta essere una specie di campione della specialità, tanto che il governo di Tokio ha dovuto promettere di varare (ma solo l&#8217;anno prossimo) una legge più severa in merito. Per ora, quindi, solo il vertice della banca paga i misfatti, con delle classiche dimissioni di massa dei capi.</p>
<p style="text-align: justify">Ma l&#8217;<em>affaire</em> Nomura è importante non tanto per le conseguenze che potrà avere in Giappone, quanto perché è indice di una mancata &#8220;conversione dei cuori&#8221; (e delle menti) di chi si occupa di mercati azionari. Nel settembre 2008 la banca d&#8217;affari nipponica fu veloce ad acquisire i business asiatici ed europei della Lehman Brothers, appena fallita. L&#8217;intenzione era di trasformare la Nomura in un protagonista di rango della finanza mondiale, tanto da concedere ai manager ex Lehman Bros ruoli di grande potere decisionale. Che dopo un disastro di quelle dimensioni non si sia avvertito il dovere di evitare come la peste comportamenti così contrari all&#8217;etica come l&#8217;insider trading è quindi un pessimo segnale. Lo scandalo Nomura in sé è piccolo visto da Bruxelles o da Roma, ma il rischio implicito è grande. Nel senso che, nonostante la lunga crisi nella quale tutti ancora ci dibattiamo, davvero i signori della guerra finanziaria globale sembrano non aver imparato nulla dai fatti del 2008.</p>
<div id="attachment_12139" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/07/pictures_kenichi_watanabe.jpg"><img class="size-medium wp-image-12139" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/07/pictures_kenichi_watanabe-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Kenichi Watanabe</p></div>
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		<title>Squinzi a Catania: «quella della pubblica amministrazione è la madre di tutte le riforme»</title>
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		<pubDate>Wed, 30 May 2012 14:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stamattina il neopresidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, è intervenuto all&#8217;86° assemblea dei soci di Assindustria Catania, fornendo tutta una serie di interessanti spunti di riflessione sulla realtà politico-economica italiana di oggi (chi fosse interessato può leggere la mia diretta Twitter: twitter@CarloLoRe). Nell’analisi di Squinzi, in Italia la bassa crescita è sostanzialmente dovuta al fatto che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Stamattina il neopresidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, è intervenuto all&#8217;86° assemblea dei soci di Assindustria Catania, fornendo tutta una serie di interessanti spunti di riflessione sulla realtà politico-economica italiana di oggi (chi fosse interessato può leggere la mia diretta Twitter: <a href="https://twitter.com/#!/CarloLoRe" target="_blank">twitter@CarloLoRe</a>). Nell’analisi di Squinzi, in Italia la bassa crescita è sostanzialmente dovuta al fatto che è sempre più difficile fare impresa, anche per una pressione fiscale sempre più forte. «Occorre fermare l’emorragia e ritrovare la fiducia», ha dichiarato il leader degli industriali, «credendo fortemente in quel che facciamo, al Nord come al Sud»<span id="more-12074"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Squinzi ha anche espresso un concetto abbastanza in controtendenza rispetto al comun sentire degli ultimi mesi, a proposito dell’Europa, che alcuni oggi avvertono quasi come un problema: «è chiaro che l&#8217;Europa “impatta” moltissimo sull&#8217;Italia ed anche sul Mezzogiorno», ha spiegato, «ma noi dell’Europa abbiamo bisogno, perché è la leva d’Archimede per il futuro. Come abbiamo bisogno di infrastrutture, ma concrete, non le megainfrastrutture spesso pensate e mai realizzate». Che sia stata una frecciatina contro l&#8217;ossessione di alcuni, dalle parti di Palazzo d&#8217;Orléans, attorno al Ponte di Messina?</p>
<p style="text-align: justify">Il presidente di Confindustria ha poi toccato il delicato tema della riforma della pubblica amministrazione, «la madre di tutte le riforme da fare in Italia, dove servono subito sburocratizzazione, semplificazione ed un quadro normativo più favorevole per le aziende. In sintesi, un modello più trasparente e responsabile di PA, insieme a un fisco stabile ed omogeneo, che consenta ai migliori di avere la possibilità di vincere, non ai più furbi». Parole sante. Con una valenza ancora maggiore perché dette in una terra dove molti, credendo di essere furbissimi, hanno contribuito a lasciare alle nuove generazioni un deserto di povertà e sottosviluppo.</p>
<div id="attachment_12077" class="wp-caption aligncenter" style="width: 300px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/05/pictures_giorgio_squinzi.jpg"><img class="size-full wp-image-12077" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/05/pictures_giorgio_squinzi.jpg" alt="" width="290" height="174" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgio Squinzi</p></div>
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		<title>Maledetto algoritmo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 06:35:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Davvero impari ormai la lotta fra i computer ultraveloci che presiedono la moltitudine delle transazioni sui mercati azionari del globo e i pochi esseri umani che ancora resistono nel campo e fisicamente operano nelle sedi delle Borse. È un mercato assolutamente asimmetrico, per mutare l&#8217;aggettivo più in voga fra gli esperti di guerra post attacco a New York. Quello classico, pur con il possente aiuto dell&#8217;informatica, e quello definito dell&#8217;High Frequency Trading (Hft) o High Speed Trading che dir si voglia, in grado di collocare numeri enormi, capire in largo anticipo l&#8217;andamento dei prezzi e condizionarli pesantemente. Se poi ciò sia legale non è ancora dato saperlo, viste la confusione e l&#8217;impreparazione dei contesti legislativi di tutto il mondo. Sullo sfondo, la riproposizione della Tobin Tax, la tassa su ogni transazione finanziaria effettuata in un Paese<span id="more-11956"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La tassa (che il suo ideatore, per inciso, ha sconfessato prima di morire) avrebbe un&#8217;aliquota assai bassa, del tutto ininfluente sul piccolo risparmiatore, ma, scattando ad ogni singola operazione, i pirati dell&#8217;Hft ne trarrebbero un grosso danno e sarebbero costretti a calmare i propri spiriti belluini. Purtroppo, però, il provvedimento è osteggiato dai big della finanza mondiale, che considerano l&#8217;idea di James Tobin un attacco ai loro supremi interessi. E così, un maledetto algoritmo può bruciare in qualche microsecondo miliardi di dollari di capitalizzazione. Ancora non siamo arrivati agli eccessi narrati da Robert Harris in <em>L&#8217;indice della paura</em>, ma, senza le opportune contromisure, la strada, possiamo starne certi, è quella di un impazzimento totale del mercato. Una entità spesso maligna ed insana di suo, figuriamoci quando è così palesemente &#8220;dopata&#8221;.</p>
<div id="attachment_11983" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/05/pictures_james_tobin.jpg"><img class="size-medium wp-image-11983" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/05/pictures_james_tobin-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">James Tobin</p></div>
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		<title>Contro gli Usa guerra monetaria di Cina e Giappone</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 07:18:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La notizia è certamente la più importante degli ultimi giorni, anche se la stampa occidentale l&#8217;ha quasi del tutto ignorata: la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone hanno deciso di abbandonare il dollaro per il loro interscambio commerciale, utilizzando le rispettive valute nazionali, renminbi e yen, per circa il 60% dell&#8217;export Pechino-Tokio. Si tratta di una scelta che potrebbe avere ripercussioni pesantissime sullo scenario finanziario mondiale ed anche su quello geopolitico. Il rischio è di una guerra monetaria contro il dollaro che finisca con il coinvolgere anche l&#8217;euro, proprio in un momento di debolezza delle due monete<span id="more-11454"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La mossa sino-nipponica in parte è il risultato della richiesta generale di un riassestamento delle maggiori valute mondiali. Gli stessi Usa lo hanno più volte chiesto alla Cina, ma certo non intendevano pressare per l&#8217;abbandono del dollaro, tutt&#8217;altro. Gli Stati Uniti da anni reclamano una rivalutazione del renminbi, ma Pechino nicchia per difendere il suo export, anzi non è da escludersi addirittura una svalutazione del renminbi entro la fine del 2012. Cosa che farebbe impennare le merci cinesi nel mondo, spazzando via qualsiasi eventuale pessimismo in merito alla possibilità dei prodotti Made in China di &#8220;sprintare&#8221; ancora sui mercati globali.</p>
<p style="text-align: justify">La Rep Pop rappresenta per l&#8217;Impero nipponico il partner commerciale in assoluto più importante. Fra i due Paesi vi sono scambi per 26.5 trilioni di yen (ovvero 3.340 miliardi di dollari), con un trend al rialzo che in 10 anni li ha visti triplicare. Ovvio, quindi, che Tokio (con un debito pubblico che è il più alto al mondo) debba necessariamente concedere qualcosa a Pechino, anche accorgendosi dell&#8217;eventuale danno derivante all&#8217;alleato americano nell&#8217;assecondare i <em>desiderata</em> del colosso post maoista. E dalla decisione di usare renminbi e yen per l&#8217;interscambio Cina-Giappone un <em>vulnus</em> per gli Usa già si può intravedere: i due Paesi asiatici avranno meno bisogno di dollari e ciò contrarrà bruscamente lo &#8220;spazio&#8221; sul quale gli Stati Uniti possono &#8220;spalmare&#8221;, tramite l&#8217;inflazione, gli effetti delle proprie scelte espansive.</p>
<p style="text-align: justify">Per l&#8217;estate prossima, poi, la Federal Reserve americana ha addirittura in programma una nuova immissione di liquidità (la terza), in ossequio al dogma del <em>quantitative easing</em> tanto caro al governatore Ben Bernanke, politica che fin qui è riuscita a limitare i danni della crisi economica globale per i cittadini statunitensi. Bernanke eviterà un simile passo dopo la scelta di Pechino e Tokio? Pare difficile, ma staremo a vedere. Fra Cina e Usa è ormai una partita a scacchi. Con l&#8217;egemonia sull&#8217;intero pianeta come posta in gioco.</p>
<p><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/12/flags_china_japan.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11458" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/12/flags_china_japan-300x158.jpg" alt="" width="300" height="158" /></a></p>
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		<title>Investire in derivati per proteggersi dal rischio Btp?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 05:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le banche estere fuggono via dai Btp. Quelle italiane per ora sembra di no, ma cercano di coprire i rischi della massiccia presenza di titoli di Stato &#8220;nostrani&#8221; nei propri portafogli. Come? Teniamoci forte: per la European Banking Authority (Eba), che in merito ha condotto specifici stress test (sulla cui reale utilità i dubbi sono [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Le banche estere fuggono via dai Btp. Quelle italiane per ora sembra di no, ma cercano di coprire i rischi della massiccia presenza di titoli di Stato &#8220;nostrani&#8221; nei propri portafogli. Come? Teniamoci forte: per la European Banking Authority (Eba), che in merito ha condotto specifici stress test (<a href="http://thelorereport.blogdo.net/gli-stress-test-non-servono-a-molto/" target="_blank">sulla cui reale utilità i dubbi sono fondati</a>), Intesa Sanpaolo ed Unicredit avrebbero raddoppiato la protezione sui titoli di Stato italiani con derivati per oltre un miliardo netto di euro ognuna<span id="more-11402"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, per difendersi dal remoto rischio sui solidi titoli italiani le due più grosse banche del nostro Paese acquisiscono derivati, ossia lo strumento finanziario per antonomasia più pericoloso in circolazione. È o non è una follia? Sarà o non sarà che gli alchimisti della finanza globale davvero hanno capito poco o nulla di quello che è successo dal 2008 in avanti? Ancora con i derivati giocano? E con motivazioni così assurde? Di fronte a simili scelte davvero si è sempre più senza parole &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/12/dollar_2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11409" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/12/dollar_2-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
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		<title>L&#8217;euro, l&#8217;inflazione, Prodi, Visco e Berlusconi</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 15:03:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Davvero è raro che il premier italiano Silvio Berlusconi negli ultimi tempi dica qualcosa di sensato e condivisibile. Eppure è accaduto. Mi riferisco alla sua posizione, recentemente ribadita, sul cambio irreversibile dell&#8217;euro, fissato ormai 15 anni or sono ad un livello palesemente errato che al momento dell&#8217;introduzione &#8220;fisica&#8221; della nuova moneta nel nostro Paese ha [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Davvero è raro che il premier italiano Silvio Berlusconi negli ultimi tempi dica qualcosa di sensato e condivisibile. Eppure è accaduto. Mi riferisco alla sua posizione, recentemente ribadita, sul cambio irreversibile dell&#8217;euro, fissato ormai 15 anni or sono ad un livello palesemente errato che al momento dell&#8217;introduzione &#8220;fisica&#8221; della nuova moneta nel nostro Paese ha prodotto un&#8217;ondata inflattiva violentissima, pagata a caro prezzo da tutti gli italiani proprio in un momento in cui, qualche mese dopo l&#8217;attacco alle Twin Towers, la crisi globale iniziava la sua prova generale, per così dire<span id="more-11296"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Ecco, il Cav. ha ricordato questo e subito dopo Romano Prodi, che di quel cambio a 1.936, 27 lire fu l&#8217;artefice, si è indignato, negando che l&#8217;entrata in vigore dei prezzi in euro nel gennaio 2002 abbia prodotto inflazione. Sulla stessa lunghezza d&#8217;onda si è posizionato Ignazio Visco, neogovernatore della Banca d&#8217;Italia. Ora, capisco la ragionevolezza di Prodi nel ricordare che all&#8217;epoca i rapporti di forza con la Germania di Helmuth Kohl erano tali da non potere imporre un cambio 1 euro/1.000 lire, ma negare l&#8217;assoluta evidenza dell&#8217;esplosione dei prezzi in Italia nei primi anni della nuova valuta significa essere (stati) semplicemente fuori dalla realtà.</p>
<div id="attachment_11297" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/pictures_silvio_berlusconi_romano_prodi.jpg"><img class="size-medium wp-image-11297" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/pictures_silvio_berlusconi_romano_prodi-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Silvio Berlusconi e Romano Prodi</p></div>
<div class="shr-publisher-11296"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Crisi, per uscirne occorre mettere l&#8217;uomo giusto al posto giusto a tutti i livelli</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 16:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l&#8217;effetto Grecia in tutta l&#8217;eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l&#8217;effetto Grecia in tutta l&#8217;eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno perso rispettivamente il 5.38% ed il 5%. Spread Btp-Bund a 459, ma sotto pressione anche i titoli bancari, con Unicredit e Intesa-San Paolo a lungo sospesi per eccesso di ribasso (alla fine, -14.22% per UniCredit e -15.65% per Intesa). Insomma, è stato l&#8217;ennesimo giorno di (ormai) ordinaria follia sui mercati. È utile chiedersi ancora perché?<span id="more-11253"></span></p>
<p style="text-align: justify">Posto che la responsabilità di quanto sta accadendo non è possibile addossarla per intero alla speculazione internazionale (che ha un suo ruolo sì, ma entro certi limiti), è evidente come la situazione corrente sia l&#8217;esito di una serie di concause. Probabilmente, oltre 20&#8242;anni dopo il crollo del cosiddetto socialismo reale, il capitalismo è anch&#8217;esso a fine ciclo. Il che sta accadendo anche &#8211; coincidenza terribile &#8211; in un momento di leadership nazionali e globali non all&#8217;altezza della situazione. Obama non è Clinton, Sarkozy non è Mitterrand, Berlusconi non è Spadolini, la Merkel non è Kohl, Barroso non è Delors. Bisogna prenderne atto.</p>
<p style="text-align: justify">Ovvio che ormai i problemi delle città italiane sono irrisolvibili se non a livello centrale a Roma, così come i problemi italiani sono irrisolvibili se non a livello centrale a Bruxelles e quelli europei sono irrisolvibili se non a livello globale. Detto questo, è chiaro che il nostro Paese, lo scrivo da mesi e mesi, paga sempre più una crisi di credibilità senza precedenti per l&#8217;Italia repubblicana. Ma non è che Europa ed Usa stiano poi tanto meglio.</p>
<p style="text-align: justify">Ad esempio, vien da chiedersi che senso abbia aver istituito la figura di Mr Euro facendone assumere la carica al presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy, il politico meno incisivo del Continente. Celebre per il grigiore e l&#8217;immobilismo, il burocrate belga dovrebbe semplicemente sparire dalla scena pubblica, altro che collezionare incarichi tanto delicati. Insomma, la crisi è sistemica, il trend è terribile per tutto l&#8217;Occidente, ma avere l&#8217;uomo giusto al posto giusto ci aiuterebbe molto.</p>
<p style="text-align: justify">Facciamo un trasversalissimo esercizio di immaginazione e ipotizziamo il democratico Pier Luigi Bersani al posto del populista Silvio Berlusconi, l&#8217;ultra socialdemocratico tedesco Oskar Lafontaine al posto del popolare portoghese José Manuel Barroso, il moderato svedese John Fredrik Reinfeldt al posto del democristiano fiammingo Herman van Rompuy, il repubblicano Mitt Romney al posto del democratico Barack Obama. Uomini politici realmente esperti di economia, in grado di pilotare la crisi, che già hanno dimostrato di sapere che cosa significhi sviluppo. Voglio illudermi che la situazione sarebbe un po&#8217; migliore.</p>
<div id="attachment_11281" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/paintings_ambrogio_lorenzetti_effetti_del_buon_governo_e_del_cattivo_governo_1339_siena_museo_civico.jpg"><img class="size-medium wp-image-11281" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/paintings_ambrogio_lorenzetti_effetti_del_buon_governo_e_del_cattivo_governo_1339_siena_museo_civico-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a><p class="wp-caption-text">Ambrogio Lorenzetti, &quot;Effetti del buon governo e del cattivo governo&quot;, 1339, Siena, Museo Civico</p></div>
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		<title>Caso Dexia, un salvataggio dal costo esorbitante</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 05:15:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;istituto di credito franco-belga-lussemburghese Dexia è stato nuovamente salvato dal tracollo. Per inciso, la banca (che ha un totale di attivi di 518 miliardi di euro, pari a quello di tutto il sistema bancario greco) a luglio aveva passato senza problemi gli stress test, a riprova della davvero scarsa utilità di questo strumento. L&#8217;accordo governativo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;istituto di credito franco-belga-lussemburghese Dexia è stato nuovamente salvato dal tracollo. Per inciso, la banca (che ha un totale di attivi di 518 miliardi di euro, pari a quello di tutto il sistema bancario greco) a luglio aveva passato senza problemi gli stress test, a riprova della davvero <a href="http://thelorereport.blogdo.net/gli-stress-test-non-servono-a-molto/" target="_blank">scarsa utilità di questo strumento</a>. L&#8217;accordo governativo raggiunto prevede: 1) che il ramo belga sia acquisito dallo Stato (belga, ovviamente) per 4 miliardi di euro (operazione cui parteciperà, come sostegno finanziario, Ubs); 2) che i crediti nei confronti degli enti locali francesi passeranno alle società pubbliche (sempre francesi) Caisse des Depots et Consignations e Banque Postale; 3) che le attività in Lussemburgo verranno cedute ad una singolare cordata di investitori composta  dal governo lussemburghese e da taluni fondi del Qatar<span id="more-11219"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Costo dell&#8217;operazione? Altissimo: i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo congeleranno ben 90 miliardi di euro a garanzia dei finanziamenti per Dexia. Al Belgio, Paese in crescita nonostante l&#8217;ormai cronicizzatasi incapacità di formare un esecutivo, il 65% dell&#8217;onere dell&#8217;operazione. Alla Francia il 35% ed al Lussemburgo il 3%. È bene ricordare come nel 2008 la banca sia già stata salvata tramite 6.4 miliardi di euro di sostegno statale. Soldi pubblici probabilmente andati sprecati, sembra di capire dalla corrente situazione.</p>
<p style="text-align: justify">Ma proviamo a dare un&#8217;occhiata ai numeri dell&#8217;istituto che, sulla carta, è il n. 20 d&#8217;Europa. Dexia ha circa 35.200 dipendenti (per un terzo stanno in Turchia), più o meno 8 milioni di clienti, 19.2 miliardi di capitale azionario, 732 milioni di profitti netti dichiarati nel 2010 e 3.8 miliardi di euro di bond greci nel suo portafoglio, nel quale stanno anche titoli italiani e spagnoli. Addirittura, i bond di Grecia, Italia e Spagna potrebbero arrivare al 30% complessivo degli investimenti finanziari di Dexia, il cui management si è davvero rivelato di ben scarsa lungimiranza.</p>
<p style="text-align: justify">La domanda da porsi è: servirà a qualcosa quest&#8217;ultimo salvataggio di Dexia? Molti analisti pensano di sì, ritenendo che in pochi mesi la banca si riprenderà. Il rischio, però, è che fra qualche anno (3? 5?), se non prima, si possa ripresentare la medesima situazione delle ultime settimane.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, di fronte a 90 miliardi di euro pubblici spesi davvero c&#8217;è da chiedersi se non sia una follia l&#8217;ormai continuo intervento statale a sostegno delle banche. Quante infrastrutture si potrebbero realizzare nei Paesi interessati utilizzando meglio i soldi spesi per salvare le banche? Quanti posti di lavoro si potrebbero creare?</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, prima o poi capiterà che uno Stato non riuscirà più a tappare la falla di qualcuno di questi colossi <em>too big to fail</em>. Ed allora l&#8217;intero sistema imploderà. Nel frattempo, però, migliaia di miliardi pubblici saranno stati bruciati inutilmente. Meglio sarebbe fare fallire subito le banche troppo inguaiate, limitandosi a garantire i clienti ed i lavoratori, non certo i manager e i lori megabonus.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/10/logo_dexia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11223" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/10/logo_dexia.jpg" alt="" width="291" height="110" /></a></p>
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		<title>Spread, qualche considerazione in merito</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 05:37:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi mesi si è tanto parlato di spread, una delle parole chiave della crisi economica corrente. Lo spread è una misura (nel senso di indicatore) del rischio di insolvenza relativa non un&#8217;impresa e una multinazionale, ma un titolo di Stato. Va da sé che finisca con l&#8217;essere un &#8220;termomentro&#8221; della salute finanziaria di un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Negli ultimi mesi si è tanto parlato di spread, una delle parole chiave della crisi economica corrente. Lo spread è una misura (nel senso di indicatore) del rischio di insolvenza relativa non un&#8217;impresa e una multinazionale, ma un titolo di Stato. Va da sé che finisca con l&#8217;essere un &#8220;termomentro&#8221; della salute finanziaria di un Paese. La parola è inglese ed ha avuto una lunga evoluzione attraverso i secoli. Il termine oggi significa soprattutto &#8220;differenziale&#8221;, ossia lo scarto valutato dai mercati tra il rendimento di quel titolo e il rendimento di un titolo corrispondente di uno Stato universalmente considerato solido e privo di rischi, come, ad esempio, la Germania<span id="more-11151"></span>. In genere per il confronto si prendono in considerazione i titoli di Stato decennali. Se il differenziale, lo spread appunto, si alza vuol dire che i mercati cominciano a fidarsi meno ed esigono interessi maggiori per mantenere fra i propri investimenti i titoli di un determinato Paese.</p>
<p style="text-align: justify">Ma che cosa è veramente lo spread? Proviamo ad aiutarci con il grafico sottostante. Il valore è così parametrato: 100 = 1% di interesse. Per cui, se lo spread è, ad esempio, indicato in 345, vuol dire che la differenza è del 3.45%.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/10/spread.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11215" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/10/spread-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>a</strong> = 3.5% (interessi Btp ad aprile 2011) | <strong>b</strong> = 4.6% (interessi Btp a metà settembre 2011)</p>
<p style="text-align: justify"><strong>c</strong> = 3.2% (interessi Bund ad aprile 2011) | <strong>d</strong> = 1.9% interessi Bund a metà settembre 2011)</p>
<p style="text-align: justify">Ora, quel che interessa l’Italia è il delta tra il 3.5% ed il 4.%6, vale a dire una maggiorazione dell’1:1% Che i bund tedeschi paghino l’1.9% con un vantaggio per la Germania in termini di costi per interessi pari all’1.3% è tutto sommato relativo per l’Italia e rientra nelle aspettative degli investitori, che ritenendo più affidabili i bund ne fanno maggiore richiesta (e ciò determina l’abbassamento del tasso di interesse). Ma non è questo il vero problema. I grossi investitori, gestendo patrimoni di terzi, sono rimasti assai scottati dalla crisi finanziaria del 2007-2008. Pertanto, al minimo sentore di problematiche (per inciso spesso pilotate) dirottano su altro gli investimenti, producendo solo un danno a chi ha affidato loro i denari da gestire (ad esempio perché disinvestono su titoli validi quali i btp).</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, vendendo btp e acquistando bund, addebitano costi provvigionali ai clienti che, intimoriti dal clima mediatico creatosi, accettano di buon grado il costo. Accade quindi che btp che offrivano una cedola (così sono chiamati gli interessi per questi titoli) del 3.5% sono venduti ad un prezzo inferiore (ovviamente, la cedola degli intersessi non cambia). Come dire che acquisto a 100 con interessi al 3.5% e vendo a 90. Chi compra, sia chiaro, mantiene sempre il 3.5% sui 100 investiti! Ecco quindi dove sta la speculazione, visto che non è raro che gli stessi investitori riacquistino per proprio tornaconto (o per quello dei clienti più importanti) a 90 ciò che hanno fatto vendere a 100.</p>
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		<title>La finanza globale e il corto circuito banche-Stati</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Aug 2011 17:14:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ennesimo crollo delle Borse all&#8217;odierna chiusura dei mercati non è certo stato una sorpresa. Ormai sono centinaia e centinaia i miliardi di euro di capitalizzazione che sono andati in fumo in pochi giorni solo nel Vecchio Continente. Soprattutto le banche, in Italia come nel resto d&#8217;Europa e negli Usa, sembrano essere in gravi difficoltà. Eppure [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;ennesimo crollo delle Borse all&#8217;odierna chiusura dei mercati non è certo stato una sorpresa. Ormai sono centinaia e centinaia i miliardi di euro di capitalizzazione che sono andati in fumo in pochi giorni solo nel Vecchio Continente. Soprattutto le banche, in Italia come nel resto d&#8217;Europa e negli Usa, sembrano essere in gravi difficoltà. Eppure proprio gli istituti di credito in America sono stati i beneficiari &#8211; prima con Bush jr e poi con Obama &#8211; dei più sostanziosi aiuti erogati dopo il crac di Lehman Brothers di quasi 3 anni fa<span id="more-11020"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Al punto in cui siamo, un ragionamento salta all&#8217;occhio. Era evidente tempo fa, ma lo diviene sempre più in questi giorni: il problema (ovvero uno dei tanti problemi dell&#8217;economia mondiale oggi) è che siamo in presenza di Stati che hanno salvato banche che hanno nel loro portafoglio ingenti quantità di titoli di Stato proprio di quegli Stati che le hanno salvate. Un corto circuito che sta mettendo a dura prova l&#8217;intero sistema della finanza globale.</p>
<p style="text-align: justify">Ma anche i rapporti fra gli stessi istituti di credito rischiano di andare in loop. In tal senso, un chiaro segnale viene dalla Banca Centrale svedese, con il suo capo economista, Lars Frisell, che sta tentando di preparare gli istituti di credito del suo Paese ad una eventuale crisi europea. «Il mercato interbancario rischia di collassare», ha dichiarato ieri Frisell, squarciando il (sottile) velo oltre il quale troppo a lungo si è preferito non guardare.</p>
<p style="text-align: justify">Considerato come il mercato interbancario sia quello tramite il quale le banche si finanziano prestandosi denaro le une con le altre, è ovvio che un suo eventuale collasso causerebbe per gli istituti europei una grave crisi di liquidità. Con, da un lato, un (ulteriore) drammatico credit crunch di cui farebbero le spese i cittadini e, dall&#8217;altro, un tracollo delle varie Borse del continente di molto peggiore di quello delle ultime settimane.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/08/la_roulette_della_crisi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11024" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/08/la_roulette_della_crisi-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
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		<title>Crisi globale, gli stress test sono davvero utili?</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 05:16:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni di blow back della crisi finanziaria globale, con le Borse che tracollano un po&#8217; ovunque in Occidente, mi chiedo il senso e l&#8217;utilità degli stress test, ossia di quelle simulazioni della Federal Reserve e della Bce per capire se le banche più grandi del mondo abbiano o meno capitale sufficiente per reggere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">In questi giorni di blow back della crisi finanziaria globale, con le Borse che tracollano un po&#8217; ovunque in Occidente, mi chiedo il senso e l&#8217;utilità degli stress test, ossia di quelle simulazioni della Federal Reserve e della Bce per capire se le banche più grandi del mondo abbiano o meno capitale sufficiente per reggere l&#8217;impatto di mutate condizioni del quadro macroeconomico (ovviamente mutate in peggio)<span id="more-10986"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La mia è null&#8217;altro che una impressione, per carità, ma credo che gli stress test non servano a molto. Faccio un esempio pratico. Santander, colosso bancario spagnolo, li ha superati di slancio per incappare poco dopo nel caustico giudizio di Moody&#8217;s, che a fine luglio ha minacciato di ridurre il suo rating. Vero è che non se ne può più della tirannia delle agenzie di valutazione (dietro le quali vi sono convenienze intrecciate e spesso anche palesi conflitti d&#8217;interesse), ma è mai possibile pensare che la bordata sia stata sparata del tutto a caso? L&#8217;affanno dell&#8217;economia spagnola targata Zapatero è palese e temere che la più grossa banca del Regno possa subire qualche conseguenza non mi sembra un&#8217;ipotesi fantascientifica. Gli stress test avranno tenuto conto del friabile tessuto economico complessivo spagnolo prima di promuovere Santander? Non è dato saperlo &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Detto questo, do libero sfogo ad un&#8217;altra sensazione: l&#8217;autunno 2011 non sarà una bella stagione per gli istututi di credito italiani, soprattutto per i colossi. L&#8217;Italia ormai è alle corde, questo è evidente, e la crisi non potrà non coinvolgere (anche e soprattutto) quelle nostre banche che hanno fatto la scelta dell&#8217;elefantiasi. Solo il patrimonio immobiliare e la diversificazione degli investimenti nei mercati emergenti potrebbero essere in qualche modo in grado di attutuire il colpo, ma non è da escludersi che prima di Natale il panorama bancario italiano possa essere sconvolto da qualche brutto scivolone.</p>
<p style="text-align: justify">Riflessione ulteriore: se il complessivo pessimo andamento di una economia nazionale può pesare assai negativamente sulle &#8220;condizioni di salute&#8221; di una grossa banca, è anche drammaticamente vero il contrario. Occorre smetterla con l&#8217;ipocrisia del &#8220;too big to fail&#8221;. Semplicemente non è vero. Una banca di dimensioni ciclopiche può fallire, altro che. Trascinando nel baratro il Paese di riferimento. Se ne deduce che, se non sarà l&#8217;Italia a danneggiare pesantemente qualcuna delle sue immani banche, prima o poi sarà una di queste a danneggiare pesantemente l&#8217;Italia.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/08/london_herald_25_october_1929.jpg"><img class="size-medium wp-image-10996" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/08/london_herald_25_october_1929-220x300.jpg" alt="" width="220" height="300" /></a></dt>
<dd>&#8220;London Herald&#8221;, 25 ottobre 1929</dd>
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<p style="text-align: center">&nbsp;</p>
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		<title>Nessun attacco all&#8217;Europa o all&#8217;Italia, è solo l&#8217;incapacità dei governanti</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 06:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dicono alcuni analisti che si è di fronte ad «un attacco speculativo senza precedenti al sistema Europa». A Roma e Milano addirittura indaga la Magistratura su tali presunti atti di speculazione. Mi si consenta di continuare ad essere molto perplesso in merito a tale semplicistica spiegazione. Non sarebbero quindi le più che discutibili scelte della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Dicono alcuni analisti che si è di fronte ad «un attacco speculativo senza precedenti al sistema Europa». A Roma e Milano addirittura indaga la Magistratura su tali presunti atti di speculazione. Mi si consenta di continuare ad essere molto perplesso in merito a tale semplicistica spiegazione. Non sarebbero quindi le più che discutibili scelte della Bce, l&#8217;incapacità di molti governi europei e l&#8217;inutilità della Obanomics a stare affossando l&#8217;Occidente. No, sarebbe un attacco speculativo<span id="more-10884"></span>. Come sempre in questi casi, si cerca un colpevole dall&#8217;esterno. Il che è un atteggiamento assai discutibile ed infantile, a mio avviso.</p>
<p style="text-align: justify">In tal modo, ovvio, si deresponsabilizzano Bruxelles, Roma, Atene, Dublino, Lisbona, Washington <em>et alia</em>. E si fa poco o nulla per invertire la rotta, mentre in primo luogo bisognerebbe mettere sul &#8220;banco degli imputati&#8221; Jean-Claude Trichet. Va bene che è in scadenza di incarico e che tutte le speranze sono ormai riposte in Mario Draghi che a breve prenderà il suo posto, ma non si può più permettere che l&#8217;economista transalpino accumuli errori su errori come il recente scellerato <a href="http://thelorereport.blogdo.net/i-tassi-troppo-alti-stroncano-la-ripresa-lo-dice-anche-arrow/" target="_blank">aumento dei tassi d&#8217;interesse</a>. Deve per forza fare danni fino all&#8217;ultimissimo giorno di mandato?</p>
<p style="text-align: justify">Quanto ai governi europei, possibile che nessuno si renda conto di come scandali, litigiosità fra alleati, instabilità interna e tensioni sociali minino oltre misura la credibilità di un Paese, rendendolo debole ed esposto a qualsivoglia rischio di &#8220;fluttuazione&#8221; del suo rating (giusto o sbagliato che sia tale sistema di valutazione, per carità &#8230;) ed alle ovvie relative conseguenze? Il premier Silvio Berlusconi, per fare un esempio a noi vicino, è così certo che i ripetuti risultati negativi di Piazza Affari siano il risultato di una speculazione che viene da lontano? Evitare, ad esempio, gli scandali che hanno reso l&#8217;Italia lo zimbello del mondo non sarebbe forse stato meglio per la solidità della nostra immagine internazionale?</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/stock_exchange_fall.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10888" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/stock_exchange_fall-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
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		<title>Trichet e la fragilità strutturale</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 06:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«La grande scoperta degli ultimi 3-4 anni è la fragilità strutturale dell&#8217;economia mondiale integrata che abbiamo creato», quindi «il rafforzamento della resistenza è centrale». Così si è espresso il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, intervenendo ai &#8220;Rencontres economiques&#8221; di Aix en Provence. Ora, davvero viene da chiedersi in che mondo hanno fin qui [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">«La grande scoperta degli ultimi 3-4 anni è la fragilità strutturale dell&#8217;economia mondiale integrata che abbiamo creato», quindi «il rafforzamento della resistenza è centrale». Così si è espresso il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, intervenendo ai &#8220;Rencontres economiques&#8221; di Aix en Provence. Ora, davvero viene da chiedersi in che mondo hanno fin qui vissuto economisti e politici come Trichet<span id="more-10827"></span>. Che l&#8217;economia planetaria post collasso del sistema sovietico fosse strutturalmente fragile è stato evidente dal giorno successivo il crollo del Muro di Berlino. Fior di intellettuali (per brevità cito solo Ignacio Ramonet o Viviane Forrester) da vent&#8217;anni lo affermano con forza, proponendo analisi e previsioni rivelatesi profetiche.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che Trichet ovviamente omette di dire è che la responsabilità della debolezza da lui così tardivamente evidenziata è dell&#8217;ultraliberismo trionfante che dagli anni Novanta in poi, avvelenando il mercato del lavoro, ha divelto il mercato <em>tout court</em>. Il mito liberista è così degenarato in una tendenza corsara che ha fatto carta straccia di garanzie e regole, minando alle fondamenta lo stesso sistema capitalista che di esso si è nutrito e che ne ha fatto l&#8217;ideologia egemone del globo. Ora il presidente della Bce, ossia uno degli uomini più influenti del mondo, comincia a parlare di fragilità strutturale di questo sistema. Ossia del sistema che egli stesso ha contribuito a creare con il lavoro di una vita. Arridatece Strauss-Kahn &#8230;</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/pictures_jean_claude_trichet.jpg"><img class="size-medium wp-image-10836" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/pictures_jean_claude_trichet-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a></dt>
<dd>Jean-Claude Trichet</dd>
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<p style="text-align: center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I tassi troppo alti stroncano la ripresa, lo dice anche Arrow</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 05:01:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non si vince il premio Nobel a caso, sia chiaro. In genere accade perché si è dei geni (a meno che non sia quello per la Letteratura o la Pace, ma è un altro discorso &#8230;) e si è dato davvero tanto alla propria disciplina. Una settimana fa, Milano Finanza (2 luglio 2011, p. 9) [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Non si vince il premio Nobel a caso, sia chiaro. In genere accade perché si è dei geni (a meno che non sia quello per la Letteratura o la Pace, ma è un altro discorso &#8230;) e si è dato davvero tanto alla propria disciplina. Una settimana fa, <em>Milano Finanza</em> (2 luglio 2011, p. 9) ha pubblicato una bella intervista a Kenneth Arrow, economista che il premio voluto dalla Banca di Svezia lo ha avuto assegnato nel 1972. Arrow, a 90&#8242;anni suonati un vero patriarca degli studi economici, dice delle cose di grande interesse, alcune condivisibili, altre meno<span id="more-10794"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, per l&#8217;anziano newyorkese, Grecia, Portogallo e Irlanda sono Stati così piccoli nello scacchiere globale che il loro eventuale default o la loro eventuale uscita dalla zona euro (sulla cui possibilità tecnica c&#8217;è comunque da ragionare) influirebbero ben poco sugli equilibri europei. Mi permetto di non condividere. A mio avviso sarebbe un rischio troppo alto per tutti i Paese dell&#8217;Unione far fallire Atene e/o Lisbona e/o Dublino. Quindi occorre fare di tutti affinché uno scenario simile non si realizzi.</p>
<p style="text-align: justify">Ma sempre su <em>Milano Finanza</em> Arrow sostiene anche un&#8217;altro concetto, assai valido, che proprio oggi assume una particolare luce profetica: se una banca centrale spinge i tassi troppo in alto taglia le gambe alla ripresa. Bene, giovedì 7, con una decisione presa all&#8217;unanimità, la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di interesse dello 0.25%, portando il saggio di riferimento dall’1.25% all’1.5%. I risultati non si sono fatti attendere, con un vero e proprio venerdì nero delle Borse che ha soprattutto penalizzato l&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, si potrà con più o meno legittimità parlare di speculazione e di attacco mirato, ma una cosa è certa: essere nella zona euro garantisce tutti i Paesi aderenti dalle sortire Soros style dei decenni scorsi. Quindi, se proprio si deve indicare un responsabile del tonfo di ieri a Piazza Affari forse sarebbe bene puntare il dito sulla Bce. Dove l&#8217;arrivo di Draghi al posto di Trichet a questo punto è davvero da attendere come il passaggio del Mar Rosso.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/pictures_kenneth_arrow.jpg"><img class="size-medium wp-image-10798" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/07/pictures_kenneth_arrow-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></dt>
<dd>Kenneth Arrow</dd>
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		<title>Nokia, in vista 4.000 tagli</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Apr 2011 11:28:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Com&#8217;era immaginabile, la Nokia ha annunciato drastici tagli all&#8217;occupazione. Un primo nefasto risultato del tardivo accordo con Microsoft per avere sui suoi smartphone il sistema operativo Windows Phone 7. La multinazionale finlandese, all&#8217;interno di un colossale piano di contrazione dei costi (ridurre di un miliardo di euro entro il 2013 le spese operative rispetto al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Com&#8217;era immaginabile, la Nokia ha annunciato drastici tagli all&#8217;occupazione. Un primo nefasto risultato del tardivo accordo con Microsoft per avere sui suoi smartphone il sistema operativo Windows Phone 7. La multinazionale finlandese, all&#8217;interno di un colossale piano di contrazione dei costi (ridurre di un miliardo di euro entro il 2013 le spese operative rispetto al 2010), taglierà 4.000 posti di lavoro entro la fine del 2012 (esulteranno i seguaci della profezia Maya &#8230;), con licenziamenti soprattutto in Danimarca, Finlandia e Regno Unito. Le trattative con i sindacati sono già state avviate<span id="more-10409"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, brutte notizie sono giunte anche per chi lavora su Symbian, la piattaforma perdente di questi anni fin qui utilizzata da Nokia e che verrà sostituita da Windows Phone 7. Lo sviluppo del software, insieme ai relativi 3.000 dipendenti, verrà trasferito alla Accenture, in attesa di capire come poter riposizionare il personale. La collaborazione prevede anche che Accenture fornisca alla Nokia software per la mobilità, i servizi commerciali ed operativi anche per la piattaforma Windows Phone, divenendo di fatto il partner privilegiato per le attività di sviluppo degli smartphone, nonché primario fornitore di servizi.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo i pessimi segnali dei mesi scorsi, <a href="http://thelorereport.blogdo.net/lincognita-nokia-sul-futuro-della-finlandia/" target="_blank">analizzati a fondo su questo blog</a>, simili mosse del colosso di Espoo erano scontate. Ora si tratta di salvaguardare quanti più lavoratori possibili, anche in previsione del fatto che non è da escludersi che il mercato punisca sempre più i prodotti di fascia alta Nokia, preferendo gli ormai indispensabili tablet. Per inciso, ancora in merito non pervengono segnali dai finnici. Che si stiano definitivamente arrendendo alla superiorità di Apple, Samsung e Rim?</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/04/flags_finland1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10411" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/04/flags_finland1-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a></p>
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		<title>Eurodefault?</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Apr 2011 08:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Davvero un brutto risveglio dopo le vacanze pasquali per i governanti europei, alle prese con dei nuovi dati che fanno tremare. Rispetto al suo Prodotto interno lordo, il deficit pubblico di Atene nel 2010 è salito al 10.5%, sforando di un buon 1.1% le stime del governo ellenico che lo davano al 9.4%. La rilevazione è di Eurostat, l&#8217;ufficio statistico europeo, che ha pubblicato la prima notifica dei dati sul deficit e sul debito dei Paesi Ue per l&#8217;anno scorso. Tracollo per l&#8217;Irlanda, al -32.4%, mentre il Portogallo è al quinto posto con -9.1%. I Paesi più virtuosi sono tutti in Nord Europa: il Lussemburgo, con un deficit tenuto splendidamente sotto controllo all&#8217;1.7% del Pil, la Finlandia, con un rapporto al 2.5%, e la Danimarca, al 2.7%<span id="more-10392"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Ma andiamo più nel dettaglio in questi conti resi noti da Eurostat. La Grecia (con dei rendimenti sui suoi titoli di Stato che segnano nuovi record) sfora ampiamente il deficit anche nel 2010, tanto che Berlino per la prima volta ipotizza il default sul debito ellenico ed un consigliere della Merkel parla apertamente della necessità di una ristrutturazione del debito. Eventualità che dalla Banca Centrale Europea qualcuno definisce addirittura peggiore del collasso della Lehman Brothers. In ogni caso, l&#8217;eventualità che Atene annunci a breve un allungamento delle scadenze sul suo debito o un taglio dei rimborsi si fa sempre più concreta di ora in ora. In ogni caso, Eurostat fissa al 10.5% il rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo greco per il 2010, abbastanza al di sopra delle stime governative, che invece lo prevedevano al 9.4%. Peggio c&#8217;è solo l&#8217;abnorme 32.4% dell&#8217;Irlanda. Del resto, per Atene è &#8220;business as usual&#8221; dopo il 12% di deficit del 2009 che ha procurato un&#8217;ondata di panico e di violenza nel Paese.</p>
<p style="text-align: justify">Contromisure? Il governo socialista di George Papandreou, erede della storica casata politica greca, ha anticipato una stretta sull&#8217;evasione fiscale, puntando ad aumentare il gettito di 3.5 miliardi di euro entro il 2015. Sarà, ma la fiducia dei mercati è oggi bassissima in conseguenza dei fondati timori di ristrutturazione del debito. Del resto, il tasso pagato dai titoli di Stato greci a due anni ha letteralmente sfondato la soglia (davvero record) del 24%, guadagnando tre punti in 5 giorni, con un rendimento alla scadenza decennale che paga oltre il 12% (1.200 punti base) in più rispetto al solidissimo bund tedesco. Ognuno tragga da sé le sue conclusioni.</p>
<p style="text-align: justify">Ma mica l&#8217;allarme di Eurostat è confinato alla sola Grecia. L&#8217;instabilità economica sta infatti rapidamente tornando a contagiare i Paesi cosiddetti &#8220;periferici&#8221; della zona euro, a cominciare dal Portogallo, con uno spread (altro record) di 635 centesimi rispetto al bund a 10 anni. La situazione a Lisbona sarebbe così grave che la stampa sta cominciando a scrivere dell&#8217;ipotesi di pagare tredicesime e quattordicesime ai dipendenti pubblici in titoli di Stato, non in contanti. In una situazione normale sarebbe fantascienza, ma nel Portogallo di oggi tutto è possibile.</p>
<p style="text-align: justify">Male, anzi malissimo, anche l&#8217;Irlanda, con lo spread decennale a 720 punti. Pure in questo caso i timori di default, ossia di incapacità del governo di far fronte alle scadenze sul debito, schizzano in orbita. Povera Europa &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/04/flags_eu.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10396" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/04/flags_eu-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
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		<title>Terremoto in Giappone/7 Warren Buffett già (pre)vede la crescita</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 08:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Buone notizie per il Giappone vengono da Warren Buffett, il guru della finanza mondiale, che dopo il catastrofico terremoto che ha colpito il Paese asiatico lo scorso 11 marzo parla di una veloce opportunità di ripresa per la sua economia. A Saegu, in Corea del Sud (dove si trova per l&#8217;inaugurazione di un nuovo impianto [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Buone notizie per il Giappone vengono da Warren Buffett, il guru della finanza mondiale, che dopo il catastrofico terremoto che ha colpito il Paese asiatico lo scorso 11 marzo parla di una veloce opportunità di ripresa per la sua economia. A Saegu, in Corea del Sud (dove si trova per l&#8217;inaugurazione di un nuovo impianto della TaeguTec, azienda controllata dalla sua Iscar Metalworking), l&#8217;ad e presidente di Berkshire Hathaway ha dichiarato che non ci pensa affatto a disfarsi dei titoli giapponesi nel portafoglio della sua società, tutt&#8217;altro<span id="more-10101"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">«Chiaramente ci vorrà del tempo per la ricostruzione &#8211; ha dichiarato Buffett &#8211; ma il futuro economico del Giappone non è cambiato. Se possedessi titoli giapponesi, di certo non li venderei a causa degli eventi di questi ultimi dieci giorni, perché un evento inaspettato e straordinario crea sempre nuove opportunità d&#8217;acquisto».</p>
<p style="text-align: justify">Qualche mese fa, l&#8217; &#8220;Oracolo di Omaha&#8221; aveva ribadito ancora una volta di preferire investimenti &#8220;solidi&#8221; in aziende come la Coca-Cola Company piuttosto che in giganti dell&#8217;elettronica come la Apple, anzi, era stato davvero duro nei confronti del settore It: «ho sempre avuto poche quote di partecipazione in aziende produttrici di apparecchi elettronici e probabilmente ne possederò poche anche in futuro. Ovvio chel&#8217;andamento economico di aziende come Coca-Cola è molto più semplice da ipotizzare».</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;analisi di Buffett sul Giappone arriva mentre i produttori di elettronica stanno ancora cercando di calcolare i danni provocati dal terremoto. Le aziende nipponiche producono circa il 20% di tutta la tecnologia in circolazione sul pianeta, il 40% dei componenti e poco meno del 20% dei processori.</p>
<p style="text-align: justify">In Corea Buffett ha anche parlato del futuro dell&#8217;energia nucleare, gelando gli entusiasmi dei supporter dell&#8217;atomo: «credo che non verranno costruiti nuovi impianti nucleari negli Stati Uniti per molto, molto tempo». Crediamogli sulla parola.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/pictures_warren_buffett.jpg"><img class="size-medium wp-image-10104" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/pictures_warren_buffett-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></dt>
<dd>Warren Buffett</dd>
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		<title>Libia, Profumo di svarione epocale</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 12:33:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il senno di poi, le perplessità di Dieter Rampl, presidente di UniCredit, sulle &#8220;relazioni pericolose&#8221; che l&#8217;ex amministratore delegato Alessandro Profumo manteneva con la Libia del colonnello Gheddafi risultano oggi più che fondate. Rampl voleva vederci chiaro in questo rapporto privilegiato con i libici, che non lo convinceva del tutto. Pare avesse ragione da [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Con il senno di poi, le perplessità di Dieter Rampl, presidente di UniCredit, sulle &#8220;relazioni pericolose&#8221; che l&#8217;ex amministratore delegato Alessandro Profumo manteneva con la Libia del colonnello Gheddafi risultano oggi più che fondate. Rampl voleva vederci chiaro in questo rapporto privilegiato con i libici, che non lo convinceva del tutto<span id="more-9851"></span>. Pare avesse ragione da vendere.</p>
<p style="text-align: justify">Ora oltre il 7% della megabanca italiana (a metà settembre 2010, la Lia &#8211; Libyan Investment Authority &#8211; aveva portato al 2.594% la sua quota, da aggiungere, secondo il prospetto della Consob, al 4.613 % della Central Bank of Libya per un totale del 7.207%) si trova in mani libiche e qualche domanda sul futuro è bene cominciare a porsela. La Libia rimane un Paese ricchissimo di petrolio ed i suoi fondi d&#8217;investimento certo non tracolleranno. Ma il caos odierno ed una probabile transizione traumatica ad un nuovo regime (e di che tipo?) qualche ombra la gettano su piazza Cordusio.</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, il momento di oggettiva preoccupazione che sta vivendo UniCredit a causa dello &#8220;svarione&#8221; libico, diciamo così, dà oggi ragione a chi sosteneva che Profumo da tempo non stesse più  indovinando una scelta strategica. Ma mentre lui si gode la sua buonuscita di platino, le preoccupazioni sono tutte degli azionisti della banca. Soprattutto di quelli piccoli.</p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/stickers_profumo_via_da_unicredit.jpg"><img class="size-medium wp-image-9854" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/stickers_profumo_via_da_unicredit-300x165.jpg" alt="" width="300" height="165" /></a></dt>
<dd>Profetica vignetta di Vukic datata 21 settembre 2010, appena dopo la rottura del rapporto fra Alessandro  Profumo ed UniCredit</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: center">
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		<title>La Svezia torna ad essere una potenza economica</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2011 06:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un&#8217;Europa che (eccezion fatta per la Germania) arranca per uscire dalla crisi, la Svezia ha una economia che cresce con forza, tanto da costringere la Riksbank (la Banca Reale, ossia la banca centrale del Regno Vichingo Settentrionale) ad alzare i tassi d&#8217;interesse (dall&#8217;1.25% all&#8217;1.50%) per tenere sotto controllo l&#8217;inflazione. La banca centrale svedese ha [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">In un&#8217;Europa che (eccezion fatta per la Germania) arranca per uscire dalla crisi, la Svezia ha una economia che cresce con forza, tanto da costringere la Riksbank (la Banca Reale, ossia la banca centrale del Regno Vichingo Settentrionale) ad alzare i tassi d&#8217;interesse (dall&#8217;1.25% all&#8217;1.50%) per tenere sotto controllo l&#8217;inflazione<span id="more-9805"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La banca centrale svedese ha anche rivisto al rialzo le stime di crescita dell&#8217;economia del Paese per il primo trimestre 2012 (dal 2.2% al 2.5%), nonché per il primo trimestre 2013 (dal 3.1% al 3.2%). Per il 2012 la Riksbank prevede che il Pil svedese crescerà ad un tasso medio del 2.4% (2.3% era la precedente valutazione). Per il 2011 la stima di crescita è addirittura del 4.4%.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, l&#8217;economia della Svezia va davvero a gonfie vele e pare aver definitivamente abbandonato il momento buio del Pil in contrazione di circa 8 punti percentuali, causata dalla contrazione della domanda mondiale cui Stoccolma è molto legata. Ottima la risposta della banca centrale per constratare la crisi: triplicare gli asset in bilancio da 200 a 708 miliardi di corone (ricordiamo che il Paese non ha adottato l&#8217;euro), dando preziosa liquidità con scadenze assai più lunghe della norma.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/flag_sweden.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9818" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/flag_sweden-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a></p>
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		<title>L&#8217;incognita Nokia sul futuro della Finlandia</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 10:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;assenza di fatto della Nokia dal Mobile World Congress di Barcellona che si chiude oggi (la casa finlandese è sì alla kermesse, ma non presenta nessun dispositivo) è un pessimo segnale. I numeri del colosso finnico della telefonia mobile oggettivamente non sono esaltanti ed il momento è avvertito come critico. Il primo produttore al mondo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;assenza di fatto della Nokia dal Mobile World Congress di Barcellona che si chiude oggi (la casa finlandese è sì alla kermesse, ma non presenta nessun dispositivo) è un pessimo segnale. I numeri del colosso finnico della telefonia mobile oggettivamente non sono esaltanti ed il momento è avvertito come critico. Il primo produttore al mondo di cellulari (ancora per quanto?) ha chiuso il quarto trimestre 2010 con un utile netto di 745 milioni di euro, in calo del 21.4% rispetto al medesimo periodo del 2009 (comunque superiore al consensus, la media delle previsioni degli analisti, che era di 526 milioni), un fatturato in crescita del 6% a 12.7 miliardi di euro contro gli 11.99 miliardi del 2009 (le attese erano per 12.35 miliardi) e un utile per azione di 0.22 euro (le attese erano per 0.19)<span id="more-9789"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto riguarda il 2010 nel suo complesso, l&#8217;utile è stato di 1.85 miliardi di euro (891 milioni nel 2009), ma le vendite (ed è questo il dato più preoccupante) sono state in calo del 4% (42.4 miliardi), con una quota di mercato che è comunque passata al 32% dal 34%. Le vendite di cellulari Nokia sono quindi scese in un anno del 10%. Assai peggiore è però il dato inerente il segmento degli smartphone, dove la market share dei finnici è scesa dal 38% al 31%, con in aggiunta il calo del prezzo medio (ormai la competizione è feroce). Per il 2011 da poco iniziato, poi, il margine operativo previsto dalla stessa Nokia continuerà a calare pure nel primo trimestre, per attestarsi tra il 7 ed il 10% (era l&#8217;11.3% nel quarto trimestre 2010).</p>
<p style="text-align: justify">Intendiamoci, non sono numeri pessimi, ma diventano preoccupanti se inseriti nel contesto competitivo globale e messi a confronto con la crescita dei rivali. In ogni caso, il futuro non è roseo per Nokia ed il recente accordo con la Microsoft (di cui comunque si parlava da oltre un anno) potrebbe essere giunto troppo tardi (a prescindere dal fatto che non si ricorda una partnership di successo fra chicchessia e la creatura di Bill Gates, una sorta di &#8220;mantide religiosa&#8221; delle multinazionali).  L&#8217;essersi intestarditi per anni ad utilizzare la perdente piattaforma Symbian come sistema operativo per gli smartphone ha ad esempio danneggiato Nokia oltre le previsioni e probabilmente a poco varrà il &#8220;rimpasto&#8221; in consiglio d&#8217;amministrazione che il <em>Wall Street Journal</em> dà per imminente.</p>
<p style="text-align: justify">Nel mirino del ceo, il canadese Stephen Elop, vi è soprattutto Niklas Savander, il finnico-svedese vicepresidente esecutivo del gruppo che negli anni ha strenuamente difeso il Symbian. A ben vedere, però, Savander era e rimane il capo della sezione Markets, addirittura di molto potenziata (ad esempio, include ora l&#8217;IT), ma certo dentro il board di Nokia, che Elop ha voluto chiamare Nokia Leadership Team, vi sono oggi alcuni non finnici il cui peso cresce sempre più (di contro, appare ovvio come il peso finnico dentro Nokia andrà progressivamente a diminuire). Insomma, di epurazioni ve ne sono state (<em>in primis</em> quella di Anssi Vanjoki) e ve ne saranno altre, ma di rivoluzioni no. Basterà tale atteggiamento a raddrizzare la rotta?</p>
<p style="text-align: justify">Fin qui l&#8217;analisi della situazione della multinazionale. Ma Nokia non è solo una mega azienda. Nokia è, di fatto, l&#8217;ossatura stessa della Finlandia, il Paese che da anni primeggia nel mondo in quanto ad indice di sviluppo umano. Senza cedere alla tentazione di considerare vera la leggenda metropolitana che vorrebbe il Pil finlandese dipendente per metà dalla Nokia, vero è però che il fatturato dell&#8217;azienda è più o meno il 10% del Pil finnico. E vero è anche che con l&#8217;indotto il peso specifico di Nokia sull&#8217;intera economia finlandese sale a livelli certo considerevoli (20%?). Le attuali ombre grigie sul futuro di Nokia sono quindi una incognita altrettanto grigia sul futuro di Helsinki.</p>
<p style="text-align: justify">Per carità, al momento nulla lascia presagire un eventuale tracollo repentino della multinazionale, ma dopo il crac dell&#8217;Islanda e l&#8217;esplosione di Lehman Brothers è sempre bene essere preparati al peggio e valutare con la massima attenzione ogni segnale negativo nell&#8217;andamento di aziende dalle dimensioni così grandi da poter, in caso di difficoltà, mettere in ginocchio lo Stato che le ospita. In merito, sarà bene che il governo finnico si ponga una sola domanda: senza ipotizzare scenari apocalittici per l&#8217;azienda leader del Paese, la progressiva perdita di influenza dei finlandesi dentro Nokia potrebbe condurre nel medio periodo ad un trasferimento altrove (Londra?) della sua sede legale? Chiaro che il colpo in termini di tassazione non più dovuta ad Helsinki sarebbe terribile per lo Stato. C&#8217;è da rifletterci sopra seriamente. Altro che il trasferimento della Fiat a Detroit &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/flags_finland.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9791" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/flags_finland-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a></p>
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		<title>Fusione Fiat-Chrysler: l&#8217;idea è geniale, ma i rischi non mancano</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 08:47:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In genere sono assolutamente contrario alle fusioni ed acquisizioni, che ritengo fonte di brutali lesioni dei diritti dei lavoratori. Nel caso della proposta di Sergio Marchionne, però, mi sento di fare un&#8217;eccezione. Il merger definitivo fra Fiat e Chrysler ipotizzato dal capo del Lingotto è davvero una  pensata geniale, l&#8217;ultima in ordine di tempo tirata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">In genere sono assolutamente contrario alle <a href="http://thelorereport.blogdo.net/la-crisi-di-citigroup-e-loccasione-per-riflettere-sulla-mergermania/" target="_blank">fusioni ed acquisizioni</a>, che ritengo fonte di brutali lesioni dei diritti dei lavoratori. Nel caso della proposta di Sergio Marchionne, però, mi sento di fare un&#8217;eccezione. Il merger definitivo fra Fiat e Chrysler ipotizzato dal capo del Lingotto è davvero una  pensata geniale, l&#8217;ultima in ordine di tempo tirata fuori dal cilindro dal vulcanico megamanager italo-canadese. Che ha certo una idea molto dura (che non condivido affatto) delle relazioni industriali, ma che ha anche una vision globale dell&#8217;economia così futurista come in Italia davvero pochi riescono ad avere (e sicuramente non fanno né gli imprenditori, né i politici)<span id="more-9739"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">A ben riflettere, fondere insieme Fiat e Chrysler sarebbe null&#8217;altro che l&#8217;atto finale di un processo di internazionalizzazione dell&#8217;azienda torinese cominciato da Marchionne anni fa. Processo che, si noti, ha salvato la Fiat dall&#8217;estinzione. Perché una cosa che nessuno dice in Italia è che senza Marchionne con buona probabilità la casa del Lingotto non esisterebbe più. Prima che arrivasse, infatti, vi erano tutte le condizioni per un tracollo definitivo della Fiat, stile Enron  o Lehman Brothers per intenderci. Marchionne ha invece preso in mano un&#8217;azienda decotta e l&#8217;ha portata ad essere un player di assoluto rilievo nel mercato automobilistico mondiale. Ciò ha comportato una radicale modifica della natura stessa dell&#8217;azienda ed oggi, piaccia o non piaccia, la Fiat è una importante multinazionale. In quest&#8217;ottica risulta perfetta anche la scelta di allocare l&#8217;eventuale headquarters della nuova azienda post fusione negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, rischi nell&#8217;operazione adombrata da Marchionne ve ne sono. Il più grande è che la nuova società possa divenire sempre meno italiana. Ma questo, più che un rischio, è un destino. Prima o poi la Fiat dovrà abbandonare l&#8217;Italia e non è peregrino ipotizzare che nel medio-lungo periodo finirà con il dismettere tutti gli impianti presenti sul nostro territorio. È nella logica delle cose. Alla fine la grandezza di Marchionne è proprio qui: ha resuscitato un cadavere e lo ha fatto divenire protagonista della scena internazionale, ma il &#8220;Lazzaro dell&#8217;automobilismo&#8221;, per vivere, non può restare soffocato nel suo sarcofago tricolore e deve abbandonarlo, se occorre anche correndo via il più lontano possibile.</p>
<p style="text-align: justify">Alla fine, quindi, Marchionne sta riuscendo a dare a chi lavora in Fiat una seconda chance che molti lavoratori nel mondo non hanno avuto. L&#8217;azienda sarebbe dovuta scomparire anni fa, con una vera e propria catastrofe occupazionale per il Paese. Questo non è accaduto. Magari fra dieci anni (ipotizziamo nel 2021?) la Fiat abbandonerà definitivamente l&#8217;Italia, essendosi trasformata in qualcosa di radicalmente diverso da quel che conosciamo. Bene, considerato come senza Marchionne alla sua guida l&#8217;azienda sarebbe probabilmente collassata intorno al 2006, possiamo dire che grazie a lui  il problema si porrà una quindicina d&#8217;anni dopo. Chi lavorava in Lehman Brothers ha avuto una quindicina di minuti per liberare i cassetti e lasciare gli uffici.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/sergio-marchionne.jpg"><img class="size-medium wp-image-9743" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/sergio-marchionne-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></dt>
<dd>Sergio Marchionne</dd>
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		<title>Approvato il bilancio Ue</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 18:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Parlamento europeo in seduta plenaria ha finalmente adottato il bilancio generale Ue per l&#8217;anno finanziario 2011. Gli europarlamentari, dopo essersi accapigliati per mesi, hanno approvato a larga maggioranza gli importi proposti dalla Commissione nel nuovo progetto di bilancio, presentato il 26 novembre, ossia 141.8 miliardi di euro in stanziamenti d&#8217;impegno e 126.5 miliardi in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il Parlamento europeo in seduta plenaria ha finalmente adottato il bilancio generale Ue per l&#8217;anno finanziario 2011. Gli europarlamentari, dopo essersi accapigliati per mesi, hanno approvato a larga maggioranza gli importi proposti dalla Commissione nel nuovo progetto di bilancio, presentato il 26 novembre, ossia 141.8 miliardi di euro in stanziamenti d&#8217;impegno e 126.5 miliardi in pagamenti<span id="more-9431"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Nonostante il difficile momento di grave crisi economica globale, i due rami dell&#8217;autorità di bilancio europea hanno quindi deciso in maniera si può dire responsabile di trovare un accordo, evitando l&#8217;applicazione del regime dei dodicesimi e proponendo, al contempo, un aumento degli impegni di pagamento del 2.91 % rispetto al bilancio 2010.</p>
<p style="text-align: justify">In effetti, le cifre del nuovo bilancio rispecchiano <em>in toto</em> l&#8217;accordo informale che era stato raggiunto durante la Conciliazione, accordo con il quale il Parlamento aveva ottenuto il 100 % degli aumenti sulle linee indicate come prioritarie nel voto della sessione plenaria di ottobre: ricerca, istruzione, gioventù, mobilità, processo di pace in Medio Oriente e Palestina.</p>
<p style="text-align: justify">Durante i negoziati per il bilancio, il Parlamento aveva anche sollevato anche una serie di questioni politiche inerenti l&#8217;implementazione delle disposizioni di bilancio contenute nel Trattato di Lisbona e, in particolare, le norme che prevedono il pieno coinvolgimento del Parlamento nella futura discussione sulla revisione delle prospettive finanziarie.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo un lungo ed acceso negoziato, cominciato il 27 ottobre, la delegazione del Parlamento ha ottenuto un accordo che prevede un impegno delle prossime 4 presidenze di turno (Ungheria, Polonia, Danimarca e Cipro) sul suo coinvolgimento nel prossimo dibattito sul Quadro Finanziario Pluriennale. Resta irrisolta, invece, la questione della mobilitazione del meccanismo di flessibilità sopra lo 0.03 % dell&#8217;Rnl a maggioranza qualificata (e non all&#8217;unanimità), per finanziare le spese improvvise o le nuove competenze comunitarie riconosciute all&#8217;Ue dal Trattato di Lisbona.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/12/maps_european_union_countries.gif"><img class="size-medium wp-image-9434" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/12/maps_european_union_countries-300x241.gif" alt="" width="300" height="241" /></a></dt>
<dd>Gli Stati membri dell&#8217;Unione Europea</dd>
</dl>
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		<title>Dopo il caso Irlanda ci può salvare solo l&#8217;E-bond</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 05:48:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grecia: fallen. Irlanda: fallen. In ordine, i prossimi Stati membri dell&#8217;Unione Europea a collassare potrebbero essere: Portogallo, Spagna, Ungheria e Italia. Solo che il contribuente tedesco, azionista di maggioranza dell&#8217;intera Ue, non accetterà di salvare nessun&#8217;altro dopo il Portogallo. Insomma, se non il prossimo degli Stati del Vecchio Continente che andrà in crisi, di certo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Grecia: fallen. Irlanda: fallen. In ordine, i prossimi Stati membri dell&#8217;Unione Europea a collassare potrebbero essere: Portogallo, Spagna, Ungheria e Italia. Solo che il contribuente tedesco, azionista di maggioranza dell&#8217;intera Ue, non accetterà di salvare nessun&#8217;altro dopo il Portogallo. Insomma, se non il prossimo degli Stati del Vecchio Continente che andrà in crisi, di certo quello immediatamente successivo avrà il default come unica prospettiva<span id="more-9400"></span>.</p>
<p>In questo scenario drammatico, mi sembra che davvero i bond europei o E-bond che dir si voglia, proposti, tra gli altri, dal presidente dell&#8217;eurogruppo Jean-Claude Juncker e dal ministro dell&#8217;Economia italiano Giulio Tremonti (si veda <em>«E-bonds would end the crisis»</em>, in <em>The Financial Times</em>, 5 dicembre 2010), possano rappresentare una solida soluzione alla crisi in atto, una delle poche che è realistico ipotizzare. Dei titoli di debito denominati in euro che verrebbero emessi da un&#8217;apposita agenzia dell&#8217;Ue farebbero dell&#8217;Europa unita una realtà davvero solida al pari degli Usa, sul cui debito nessuno al mondo si sogna di speculare. Ma la scelta è tutta politica e in materia, si sa, Bruxelles non eccelle &#8230;</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/12/pictures_giulio_tremonti.jpg"><img class="size-medium wp-image-9402" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/12/pictures_giulio_tremonti-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" /></a></dt>
<dd>Giulio Tremonti</dd>
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		<title>La strana idea del ritorno al gold standard</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 06:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da qualche settimana il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick &#8211; già dirigente di Goldman Sachs, nonché vice segretario di Stato americano con George Walker Bush &#8211; ragiona apertamente attorno alla proposta di ritornare al gold standard, ossia il sistema abbandonato dalla comunità internazionale nel 1971 con la fine della convertibilità del dollaro. Keynes non [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Da qualche settimana il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick &#8211; già dirigente di Goldman Sachs, nonché vice segretario di Stato americano con George Walker Bush &#8211; ragiona apertamente attorno alla proposta di ritornare al gold standard, ossia il sistema abbandonato dalla comunità internazionale nel 1971 con la fine della convertibilità del dollaro<span id="more-9260"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Keynes non amava il gold standard, anzi riteneva che fosse una palese eredità barbarica. E non a torto. Oggi una sua reintroduzione, oltre a causare uno choc con esiti imprevedibili sui mercati internazionali, di certo indebolirebbe di molto il ruolo delle politiche monetarie dei vari Paesi e delle varie banche centrali. Non solo, perché rischierebbe anche di scatenare un incontrollabile processo di deflazione.</p>
<p style="text-align: justify">La domanda da porsi a questo punto è una: come mai Zoellick pensa ad un simile balzo indietro nel tempo e non ad una concreta e radicale riforma dell&#8217;intero sistema monetario internazionale? Sarebbe la soluzione migliore per il mondo intero. Ma forse costringerebbe Washington, Bruxelles e Tokio a trattare seriamente e senza timori reverenziali con Pechino, che della sua discutibile (ed oltremodo ingessata) politica monetaria ha fatto una eccezionale leva di crescita economica. Insomma, non si ha la forza di imporre alla Cina una corretta fluttuazione del cambio dello yuan-renmimbi che riequilibrerebbe i rapporti di forza commerciali globali e si pensa di portare l&#8217;orologio della Storia indietro di 40&#8242;anni? A dir poco discutibile &#8230;</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/11/gold.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9261" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/11/gold-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Sulla (comprensibile) scarsa italianità di Marchionne</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 05:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Le dichiarazioni di ieri dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, hanno fatto scalpore. I sindacati lo hanno subito accusato di anti italianità, seguiti a ruota da qualche politico. Eppure il ragionamento del manager, da un punto di vista logico, non fa una grinza. Marchionne, infatti, si è limitato ad evidenziare come, per il 2011, su di un utile operativo di circa 2 miliardi di euro nemmeno un cent provenga dall’Italia. In parole più semplici, le fabbriche Fiat su territorio nazionale non producono utili, tutt’altro<span id="more-9101"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il dato sarà certo verificato dalle controparti della multinazionale italiana, ma ad una prima occhiata mi pare veritiero. In ogni caso, ha semplicemente fatto scandalo che Marchionne lo abbia evidenziato. Come se fosse un tabù sottolineare l’improduttività (presunta, per carità, presunta …) degli impianti Fiat in Italia. Ovvio che il retropensiero (perché, si sa, lungo lo Stivale si vive di retropensiero) più o meno diffuso è che Marchionne stia cominciando a mettere le mani avanti per far ingoiare al Paese il boccone amarissimo di un eventuale programma di dismissioni delle fabbriche tricolori. Retropensiero non infondato, sia chiaro.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, qualunque fosse l’intento di Marchionne ieri nel dire quel che ha detto, di sicuro vi sono tanti ragionamenti da fare in merito al destino (ma anche alla storia) della Fiat anziché metaforicamente inchiodare subito alla croce il suo management. La prima delle considerazioni opportune è che sbaglia chi considera la Fiat un’azienda italiana. Non lo è più da anni, se ne facciano tutti una ragione. La Fiat è una multinazionale che, sotto la guida di Sergio Marchionne, è passata dall’essere un decotto boccone mal digerito da General Motors (e da questa quasi rigurgitato) ad importante player internazionale del settore, sganciandosi dal colosso di Detroit (nel frattempo rivelatosi ancor più friabile dell’argilla) e finendo con il rilevare l’americana Chrysler. La Fiat, ribadisco, non è più italiana da anni e le sue logiche non possono restare ancorate ad una visione nazionale che inevitabilmente finirebbe con l’ingabbiarla.</p>
<p style="text-align: justify">Certo, a questo punto del ragionamento qualcuno potrebbe giustamente ricordare come nella storia della casa torinese il governo italiano &#8211; per decenni e decenni! – l’abbia fortemente sostenuta ad ogni sussulto di crisi. Da ragazzo consideravo la politica economica di Palazzo Chigi nei confronti del Lingotto una strana forma di collettivizzazione delle perdite alternata con la privatizzazione degli utili. Non ho cambiato idea. Nel tempo abbiamo assistito ad un prolungato clamoroso errore da parte dei vari governi italiani. La Fiat andava fatta “nuotare liberamente” anche facendole correre il rischio di “affogare”. Al limite, si sarebbe dovuto varare un massiccio piano di salvataggio dei lavoratori, ricollocandoli o garantendo loro principeschi indennizzi. Di certo sarebbe costato meno di quanto sono costati i tanti “salvataggi” effettuati. Certo, prevengo l’obiezione, non si possono valutate le complesse relazioni industriali degli anni ’60-’70-’80 con il metro di giudizio del 2010. Lo capisco. Ma almeno che l’esperienza dei rapporti Stato-Fiat sia da monito per evitare, in futuro, altre simili perverse relazioni. Ogni riferimento a Telecom Italia è puramente casuale, sia chiaro …</p>
<p style="text-align: justify">Rimane da ragionare sull’accusa di anti italianità lanciata contro Marchionne. L’ad Fiat (che è anche cittadino canadese), come credo tutti i nostri connazionali con un background di studio, di vita e/o di lavoro all’estero, è assai disincantato nel suo sentirsi italiano. Io, personalmente, ho una esperienza internazionale di certo minore di Marchionne, ma credo mi basti per poter capire convinzioni e stato d’animo del manager Fiat. Quando ci si confronta con realtà di vita fuori dal nostro Paese il più delle volte si resta incantati. La civiltà diffusa della gente comune, la certezza del diritto, la garanzia che tutti seguano le regole salta subito all’occhio del viaggiatore come del lavoratore che per un certo periodo, breve o lungo che sia, vive lontano dall’Italia. Ad essere gentili, in 6-7 casi su 10 fuori dal nostro Paese si trovano realtà socio-culturali decine di anni avanti rispetto a noi. In confronto al nostro Sud piegato/piagato da Mafie varie e criminalità spicciola, poi, buona parte del pianeta è assolutamente preferibile. Di certo lo è il Canada, Patria d’adozione dell’ad Fiat. È quindi così esecrabile la freddezza di Marchionne nei confronti del nostro Paese? Ma per carità … Marchionne dirà anche cose antipatiche ed indigeste, ma con un fondo di verità spesso un paio di chilometri.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/10/sergione_marchionne.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9102" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/10/sergione_marchionne-300x180.jpg" alt="Sergio Marchionne" width="300" height="180" /></a></p>
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		<title>Il debito di Londra è sottostimato?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per l&#8217;autorevole quotidiano inglese Daily Telegraph, il debito pubblico britannico sarebbe sottostimato di ben 6 volte e i dati diffusi in merito dall&#8217;Office for National Statistics non sarebbero veritieri, soprattutto perché non terrebbero conto delle gravi passività pensionistiche. Secondo i più accurati calcoli dell&#8217;Institute of Economic Affairs, infatti, inserendo nei conti pubblici di Londra anche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Per l&#8217;autorevole quotidiano inglese <em>Daily Telegraph</em>, il debito pubblico britannico sarebbe sottostimato di ben 6 volte e i dati diffusi in merito dall&#8217;Office for National Statistics non sarebbero veritieri, soprattutto perché non terrebbero conto delle gravi passività pensionistiche.<br />
Secondo i più accurati calcoli dell&#8217;Institute of Economic Affairs, infatti, inserendo nei conti pubblici di Londra anche la voce pensioni, il debito sale fino a raggiungere un livello ipotizzato fra i 3.680 e 4.840 miliardi di sterline (ossia circa 7.000 miliardi di euro). God save il povero Cameron &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/flags_union_jack.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8836" title="flags_union_jack" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/flags_union_jack.jpg" alt="" width="556" height="343" /></a></p>
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		<title>Se la Cina sorpassa il Giappone è proprio tempo di archiviare il Pil</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 06:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Secondo i dati diffusi dal governo postmaoista, nel secondo trimestre 2010 la Repubblica Popolare Cinese ha registrato un Pil di 1.339 miliardi di dollari, contro i 1.288 miliardi del Giappone. Leggendo i dati su base semestrale diffusi da Tokyo, invece, il Pil nipponico a metà anno risulta essersi attestato a 2.578 miliardi di dollari, contro i 2.532 miliardi di Pechino. L&#8217;economia giapponese starebbe comunque rallentando, considerato come in un anno la crescita sia stata solo dello 0,4% (+0,1% su base trimestrale). Tale fase di stabilizzazione rende assai probabile l&#8217;ipotesi di un definitivo sorpasso della Cina sul Giappone a fine 2010 per quanto riguarda i valori assoluti dell&#8217;intero anno<span id="more-8802"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Quella cinese si appresterebbe a divenire quindi la seconda economia del mondo, alle spalle della statunitense, ma certo molto dietro. Su base annua infatti si può ancora ragionare attorno ad un gap che vede 5.000 miliardi circa di dollari dell&#8217;economia cinese e quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana. Insomma, anche con gli attuali tassi di crescita, a Pechino occorreranno circa dieci anni, se non di più, per raggiungere Washington.</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto fondato su basi a mio avviso fragili, lo sviluppo cinese è oggi certo impetuoso, nessuno lo nega. Più o meno a inizio millennio la Rep Pop era la settima economia al mondo, poi ha cominciato a correre forte, nel 2007 ha superato la Germania, conquistando il terzo posto, e a fine 2010 si piazzerà quasi certamente seconda. Per completezza d&#8217;informazione è bene dire che per la fine dell&#8217;anno gli esperti stimano di vedere la Germania al quarto posto e a seguire Francia, Regno Unito, Italia e Brasile. Questo, ovviamente, in base al Pil, un indicatore che proprio evidenziando il sorpasso cinese sul Giappone mostra ormai tutti i suoi clamorosi limiti.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, considerando come la popolazione cinese sia più o meno 10, ma fors&#8217;anche 12 volte quella nipponica (l&#8217;ultimo censimento ufficiale dell&#8217;immenso Paese è del 2000), è chiaro come un Pil sostanzialmente uguale in valori assoluti si trasformi in una distanza abissale a favore del Giappone se solo si comincia a ragionare il termini di Pil pro capite.</p>
<p style="text-align: justify">Ma non è tanto questo il fulcro della questione. Il problema è che bisogna smetterla una volta per tutte di porre al centro in maniera così esasperata la produzione. Ben altri sono infatti gli indicatori del trend, positivo o meno, di una Nazione. E se proprio non si vuol adottare il cosiddetto Pil della felicità introdotto in Bhutan, almeno si privilegi l&#8217;indice di sviluppo umano, ben più veritiero dello stato di salute di un Paese del sommamente parziale prodotto interno lordo.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/flags_china_japan.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8806" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/flags_china_japan.jpg" alt="" width="389" height="205" /></a></p>
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		<title>La Spagna campione del mondo a fine ciclo del Paese</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 06:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">E così la Spagna è contemporaneamente campione d&#8217;Europa e del mondo in carica sia nel calcio che nel basket. La vittoria di ieri arriva però in un momento molto strano per il Regno iberico, in piena crisi economica ed appena dopo una potente manifestazione di piazza tenutasi a Barcellona per chiedere l&#8217;indipendenza della Catalogna. Per inciso, pochi i megaschermi montati nella rovente periferia del Paese e molti gli episodi di intolleranza nei confronti dei coraggiosi che aspettavano la partita indossando la maglia della nazionale. Un accoltellato vi è stato non solo a Pamplona, in Navarra, innumerevoli le aggressioni ai tifosi delle cosiddette furie rosse<span id="more-8597"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Personalmente ho una teoria, che questa vittoria spagnola in Sud Africa conferma in pieno: spesso si arriva ai vertici di uno sport a conclusione di un ciclo economico positivo. È capitato ad alcune città italiane, come Ancona, Treviso o Sassuolo, giunte nel corso degli anni in serie A o a lottare per la massima serie dopo brillanti performance economiche, ma comunque alla fine di un ciclo positivo. Ovvio, tutto sommato, perché il miracolo sportivo si costruisce anche con il denaro e lo sviluppo complessivo di un centro, piccolo o grande che sia, favorisce sempre il calcio.</p>
<p style="text-align: justify">Tornando alla Spagna, i mondiali passano, i problemi rimangono. Non si illudano troppo a Madrid e dintorni. Anzi, non è detto che la Coppa del Mondo alla fine non faccia più male che bene al Regno, soffiando sul fuoco dell&#8217;odio anti Stato centrale. Di certo nei Paesi Baschi oggi non si festeggia, tutt&#8217;altro &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/07/flags_spain.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8600" title="flags_spain" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/07/flags_spain.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
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		<title>Moody&#8217;s vs Spain</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 15:42:12 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ormai è evidente: da parte di Moody&#8217;s vi è una sorta di accanimento antispagnolo, tanto che alcuni parlano di aperta ostilità dell&#8217;agenzia nei confronti del Regno iberico (<em>MF</em> di ieri titolava <a href="http://www.milanofinanza.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1666460&amp;codiciTestate=7&amp;sez=giornali&amp;testo=moody&amp;titolo=Moody%27s%20vuole%20Madrid%20in%20ginocchio" target="_blank"><em>Moody&#8217;s vuole Madrid in ginocchio</em></a>)<span id="more-8574"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Poco prima di una importante asta di titoli di Stato l&#8217;agenzia ha infatti messo sotto osservazione il rating AAA sul debito sovrano spagnolo e subito dopo l&#8217;asta (andata comunque bene) ha tagliato il rating di ben cinque regioni con outlook negativo. Nel dettaglio, sono state declassate da AA1 ad AA2 le regioni di Castiglia-Leon, Estremadura, Madrid e Murcia ed abbassato da AA2 ad AA3 il rating su Castiglia-La Mancha.</p>
<p style="text-align: justify">Risultato? 118 miliardi di capitalizzazione sono stati bruciati dalle Borse europee nell&#8217;ennesima giornata nera, che ha visto anche dati non eccezionali comunicati da Cina (in &#8211; per ora leggera &#8211; frenata) e Stati Uniti (ripresa incerta).</p>
<p style="text-align: justify">Davvero urge una profonda riforma delle agenzie di rating, perché il loro strapotere, è sempre più chiaro, non fa assolutamente bene all&#8217;economia, né finanziaria, né produttiva &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/07/logo_moodys.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8577" title="logo_moodys" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/07/logo_moodys.jpg" alt="" width="450" height="310" /></a></p>
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		<title>L&#8217;impero di Branson: è sir Richard il vero genio dell&#8217;economia globale</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 09:42:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Magari fra qualche mese/anno la crisi (quella in corso o l&#8217;inevitabile prossima) abbatterà il suo impero come se fosse un castello di carte, ma ad oggi pare proprio che Richard Branson &#8211; geniale imprenditore del Surrey, dal 1999 baronetto di Sua Maestà la regina Elisabetta II &#8211; sia il genio dell&#8217;innovazione più lungimirante del panorama [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Magari fra qualche mese/anno la crisi (quella in corso o l&#8217;inevitabile prossima) abbatterà il suo impero come se fosse un castello di carte, ma ad oggi pare proprio che Richard Branson &#8211; geniale imprenditore del Surrey, dal 1999 baronetto di Sua Maestà la regina Elisabetta II &#8211; sia il genio dell&#8217;innovazione più lungimirante del panorama internazionale<span id="more-7988"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Ad appena 22 anni sir Richard ebbe un immane successo creando la casa discografica Virgin Records, cui si aggiunse poi la Virgin Music, che in poco tempo mise sotto contratto nomi del calibro di Mike Oldfield, Phil Collins, Bryan Ferry, nonché i Sex Pistols e i Culture Club.  Oggi Branson è uno degli uomini più ricchi del Regno Unito, con un patrimonio stimato in 4.4 miliardi di dollari ed un gruppo che ormai ha oltre 30.000  dipendenti e circa 11 miliardi di sterline (più o meno 12 di euro) di fatturato.</p>
<p style="text-align: justify">Fra le sue idee più riuscite, la compagnia aerea Virgin Atlantic e l&#8217;avveniristica Virgin Galactic, che progetta viaggi nell&#8217;orbita terrestre. È presente inoltre nel business delle carte di credito, del fitness (Virgin Active) delle radio (Virgin Radio), delle bibite, delle assicurazioni pensionistiche, del gioco d&#8217;azzardo on line (Virgin Poker) e degli autonoleggi, a riprova di una incredibile versatilità imprenditoriale.</p>
<p style="text-align: justify">Grande l&#8217;interesse di Branson anche per la Formula 1. Nel 2009 le due monoposto Brawn GP, la casa che al suo esordio ha vinto il mondiale, hanno sfoggiato il marchio Virgin. Il brand è poi divenuto sponsor della neonata Manor, che qualche mese dopo Branson ha acquistato per intero, tramutandola in Virgin Racing.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;ultima sfida di sir Richard pare ora essere sul fronte bancario. Puntando ad acquisire degli asset di alcune banche britanniche nazionalizzate in seguito alla crisi del 2008/2009 (Rbs, Lloyds e Northern Rock), Branson vuole creare la Virgin Bank. Davvero sarebbe il trionfo per un imprenditore del tutto atipico di cui da ragazzino gli insegnanti dicevano «diventerà un criminale o un milionario». Buona la seconda &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_8091" class="wp-caption aligncenter" style="width: 621px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/04/pictures_richard_branson.jpg"><img class="size-full wp-image-8091" title="pictures_richard_branson" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/04/pictures_richard_branson.jpg" alt="" width="611" height="404" /></a><p class="wp-caption-text">Richard Branson</p></div>
<p style="text-align: justify">
<div class="shr-publisher-7988"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Crisi a &#8220;V&#8221; o recessione postmoderna?</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 04:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal settembre 2008 due diverse scuole di pensiero cercano di spiegare la crisi economica in atto. Gli ottimisti (in genere analisti vicini agli ambienti di Wall Street) parlano di una classica crisi a &#8220;V&#8221;, con la rapida caduta (che già ci sarebbe stata) e un altrettanto rapido ritorno al condizioni di normalità. I pessimisti parlano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Dal settembre 2008 due diverse scuole di pensiero cercano di spiegare la crisi economica in atto. Gli ottimisti (in genere analisti vicini agli ambienti di Wall Street) parlano di una classica crisi a &#8220;V&#8221;, con la rapida caduta (che già ci sarebbe stata) e un altrettanto rapido ritorno al condizioni di normalità. I pessimisti parlano invece di recessione postmoderna, molto profonda e seguita sì da una qualche forma di ripresa, ma senza creazione di nuovi posti di lavoro che vadano a sostituire quelli persi per la crisi.<br />
La domanda da porsi, semplicissima, è questa: ma vi è davvero ripresa se non viene in qualche modo mitigata la piaga della disoccupazione? Francamente, anche con un occhio ai correnti drammi sociali in Italia, non mi pare proprio che si possa riprondere di sì &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/economic_crisis.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7716" title="economic_crisis" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/economic_crisis.jpg" alt="" width="440" height="267" /></a></p>
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		<title>Ardere di disperazione per il lavoro che non c&#8217;è (più)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 05:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un operaio 36enne senza occupazione si è suicidato dandosi fuoco a Brembate, in provincia di Bergamo. L&#8217;uomo aveva lavorato fino a novembre in una piccola azienda di Zingonia, fallita all&#8217;improvviso. Lo choc della perdita del posto lo aveva fatto entrare in una profonda depressione. Da qui il gesto irreparabile, orribile anche nelle modalità. Grido atroce [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Un operaio 36enne senza occupazione si è suicidato dandosi fuoco a Brembate, in provincia di Bergamo. L&#8217;uomo aveva lavorato fino a novembre in una piccola azienda di Zingonia, fallita all&#8217;improvviso. Lo choc della perdita del posto lo aveva fatto entrare in una profonda depressione. Da qui il gesto irreparabile, orribile anche nelle modalità. Grido atroce che incarna tutte le sofferenze di questo Occidente senza più nulla per cui valga realmente la pena vivere<span id="more-7695"></span>.<img title="More..." src="http://thelorereport.blogdo.net/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">Sua Santità, Benedetto XVI, ieri, durante l&#8217;Angelus, ha appunto parlato del dramma della disoccupazione. Probabilmente allarmato dai dati Istat diffusi venerdì: 10% di disoccupati nell&#8217;Unione Europea, 8.5% in Italia. Ossia 2 milioni di persone senza lavoro nel nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify">Nel mentre, i governi si permettono anche di parlare di ripresa. Lo dicessero in faccia alla moglie di un uomo semplicemente arso dalla disperazione &#8230;</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/colors_purple_resized.jpg"><img class="aligncenter" title="colors_purple_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/colors_purple_resized.jpg" alt="" width="350" height="350" /></a></p>
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		<title>Ardere di disperazione per il lavoro che non c&#8217;è (più)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 05:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un operaio 36enne senza occupazione si è suicidato dandosi fuoco a Brembate, in provincia di Bergamo. L&#8217;uomo aveva lavorato fino a novembre in una piccola azienda di Zingonia, fallita all&#8217;improvviso. Lo choc della perdita del posto lo aveva fatto entrare in una profonda depressione. Da qui il gesto irreparabile, orribile anche nelle modalità. Grido atroce [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Un operaio 36enne senza occupazione si è suicidato dandosi fuoco a Brembate, in provincia di Bergamo. L&#8217;uomo aveva lavorato fino a novembre in una piccola azienda di Zingonia, fallita all&#8217;improvviso. Lo choc della perdita del posto lo aveva fatto entrare in una profonda depressione. Da qui il gesto irreparabile, orribile anche nelle modalità. Grido atroce che incarna tutte le sofferenze di questo Occidente senza più nulla per cui valga realmente la pena vivere<span id="more-7676"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Sua Santità, Benedetto XVI, ieri, durante l&#8217;Angelus, ha appunto parlato del dramma della disoccupazione. Probabilmente allarmato dai dati Istat diffusi venerdì: 10% di disoccupati nell&#8217;Unione Europea, 8.5% in Italia. Ossia 2 milioni di persone senza lavoro nel nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify">Nel mentre, i governi si permettono anche di parlare di ripresa. Lo dicessero in faccia alla moglie di un uomo semplicemente arso dalla disperazione &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/colors_purple_resized.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7681" title="colors_purple_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/colors_purple_resized.jpg" alt="" width="350" height="350" /></a></p>
<div class="shr-publisher-7676"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Obama contro la mergermania</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 07:41:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato guerra ai banchieri di Wall Street, annunciando una serie di rivoluzionarie misure che saranno alla base di una riforma finanziaria epocale. Intanto il limite del 10% dei depositi complessivi americani per istituto. Poi il divieto di essere nel contempo banca d&#8217;affari e banca commerciale. Ed infine anche un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato guerra ai banchieri di Wall Street, annunciando una serie di rivoluzionarie misure che saranno alla base di una riforma finanziaria epocale. Intanto il limite del 10% dei depositi complessivi americani per istituto. Poi il divieto di essere nel contempo banca d&#8217;affari e banca commerciale. Ed infine anche un limite alle dimensioni degli istituti, in maniera da sottrarre loro una fondamentale arma di ricatto, ossia il classico ragionamento &#8220;siamo troppo grandi per poter fallire, l&#8217;effetto sociale sarebbe devastante&#8221;<span id="more-7513"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, un attacco in piena regola a quella che io definisco <a href="http://thelorereport.blogdo.net/la-crisi-di-citigroup-e-loccasione-per-riflettere-sulla-mergermania/" target="_blank"><em>mergermania</em></a>, la tendeza bulimica a ricorrere a merger &amp; acquisitions per crescere sempre più, sconfinando in una elefantiasi che finisce col distruggere buona parte dei vantaggi dell&#8217;economia di scala.</p>
<p style="text-align: justify">Grande Obama  in questa occasione, quindi. Pessimo presidente in politica estera e nella lotta al terrorismo internazionale, ma fin qui buono davvero in politica interna ed economica. Se passerà la riforma sanitaria entrerà nella Storia per un motivo serio che non quello del colore della sua pelle. E se poi riuscirà a ideare e attuare anche una radicale riforma finanziaria, davvero avrà buttato le basi per grande un avanzamento (social)democratico del suo Paese.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_7517" class="wp-caption aligncenter" style="width: 259px"><img class="size-full wp-image-7517" title="pictures_barack_obama_as_superman" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/pictures_barack_obama_as_superman.jpg" alt="Barack Obama in posa davanti a una statua di Superman" width="249" height="300" /><p class="wp-caption-text">Barack Obama in posa davanti a una statua di Superman</p></div>
<div class="shr-publisher-7513"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Fallita la Japan Airlines</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 14:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un momento in cui l&#8217;economia giapponese sembrava stesse risollevandosi, arriva la notizia clamorosa dell&#8217;istanza di bancarotta della Japan Airlines (Jal). La Jal è l&#8217;unico responsabile del suo dissesto economico, considerate le storiche spese folli del suo management. Negli anni Ottanta, infatti, il gruppo si è ingrandito moltissimo comperando resort, campi da golf e centri [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">In un momento in cui <a href="http://thelorereport.blogdo.net/turbo-japan/" target="_blank">l&#8217;economia giapponese sembrava stesse risollevandosi</a>, arriva la notizia clamorosa dell&#8217;istanza di bancarotta della Japan Airlines (Jal). La Jal è l&#8217;unico responsabile del suo dissesto economico, considerate le storiche spese folli del suo management. Negli anni Ottanta, infatti, il gruppo si è ingrandito moltissimo comperando resort, campi da golf e centri commerciali, ma rimanendo ad un certo punto sotto le macerie della grave bolla economica degli ultimi anni, nonché del drastico calo del traffico aereo dopo gli eventi dell&#8217;11 settembre 2001.<br />
Ora la compagnia pare sia costretta a licenziare circa 15.600 dipendenti. Un colpo davvero mortale alla ripresa nipponica.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-7487" title="flags_japan_rising_sun" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/flags_japan_rising_sun.jpg" alt="flags_japan_rising_sun" width="340" height="227" /></p>
<div class="shr-publisher-7484"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Inflazione, per l&#8217;Istat è ai minimi storici</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 15:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c&#8217;è nulla da fare, chiunque sia a guidare Palazzo Chigi l&#8217;Istat, istituzionalmente, si rivela prono ai desideri del governo di turno. In un momento storico in cui la gente arranca in tutto il Paese e al Sud è praticamente alla disperazione, anche a causa di prezzi che dal 2002 sono impazziti, l&#8217;istituto dirama dati [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Non c&#8217;è nulla da fare, chiunque sia a guidare Palazzo Chigi l&#8217;Istat, istituzionalmente, si rivela prono ai desideri del governo di turno.<br />
In un momento storico in cui la gente arranca in tutto il Paese e al Sud è praticamente alla disperazione, anche a causa di prezzi che dal 2002 sono impazziti, l&#8217;istituto dirama dati che danno l&#8217;inflazione a +0.8%, che sarebbe il miglior risultato da 50&#8242;anni a questa parte dopo il -0.4% del 1959. Semplicemente ridicolo &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-7303" title="numbers" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/numbers.jpg" alt="numbers" width="400" height="260" /></p>
<div class="shr-publisher-7302"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Con il Burj Dubai l&#8217;uomo risfida il cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 10:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un bel po&#8217; di millenni dopo il biblico tentativo della Torre di Babele, ecco che oggi si inaugura la Torre di Dubai, in arabo Burj Dubai. Di certo è l&#8217;edificio più alto del mondo, anche se la misura precisa è tenuta ancora segreta. Gia il 5 febbraio del 2009 il grattacielo aveva superato i 500 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Un bel po&#8217; di millenni dopo il biblico tentativo della Torre di Babele, ecco che oggi si inaugura la Torre di Dubai, in arabo Burj Dubai. Di certo è l&#8217;edificio più alto del mondo, anche se la misura precisa è tenuta ancora segreta.<br />
Gia il 5 febbraio del 2009 il grattacielo aveva superato i 500 metri, sorpassando il Taipei 101, detentore del record precedente, a Taiwan. Ma i proprietari e costruttori del Burj Dubai, la Emaar Properties, hanno voluto infrangere ogni record. Ed ecco, quindi, gli 819 metri attuali (guglia compresa), anche se occorrerà attende stasera per la conferma dei dati.<br />
Il numero di piani abitabili dovrebbe essere 162, pure questo un record. Peccato che l&#8217;inaugurazione sarà di certo oscurata dalle attuali difficoltà economiche dell&#8217;Emirato, che a novembre ha sfiorato il default.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_7281" class="wp-caption aligncenter" style="width: 450px"><img class="size-full wp-image-7281" title="images_dubai_burj_dubai" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/images_dubai_burj_dubai.jpg" alt="Il Burj Dubai che si inaugura stasera" width="440" height="826" /><p class="wp-caption-text">Il progetto del Burj Dubai</p></div>
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		<title>Saab, il pendolo della paura</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 08:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Davvero è un pessimo Natale per i lavoratori della Saab, la storica casa automobilistica svedese ormai da anni di proprietà dell&#8217;americana General Motors. Venerdì 18 GM aveva reso noto di voler porre fine all&#8217;attività della Saab dopo il fallimento dei negoziati con Spyker Cars, una piccola casa olandese specializzata in vetture sportive. Dopo il ferale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Davvero è un pessimo Natale per i lavoratori della Saab, la storica casa automobilistica svedese ormai da anni di proprietà dell&#8217;americana General Motors.<br />
Venerdì 18 GM aveva reso noto di voler porre fine all&#8217;attività della Saab dopo il fallimento dei negoziati con Spyker Cars, una piccola casa olandese specializzata in vetture sportive.<br />
Dopo il ferale annuncio, GM ha comunque ricevuto diverse altre proposte per Saab, proposte che ora intende valutare, anche se pare che proprio la Spyker abbia presentato in nottata una nuova offerta di acquisto per la controllata svedese del gruppo di Detroit.<br />
Prosegue quindi lo stillicidio di notizie sul destino di un brand storico dell&#8217;automobilismo mondiale. E prosegue il pendolo fra speranza e sconforto per i dipendenti del gruppo,  circa 4.000, che rischiano di dover andare tutti a casa.</p>
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		<title>Dubai, nessun intervento del governo per sostenere la holding di Stato, il problema è tutto degli investitori</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 20:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La crisi finanziaria della Dubai World, la holding finanziaria dell&#8217;Emirato del Dubai, anche oggi ha pesato sui mercati internazionali, soprattutto a seguito dell&#8217;annuncio di Abddulrahman al-Saleh, direttore generale del ministero delle Finanze di Dubai, che il governo non intende garantire i debiti di Dubai World e che i suoi tanti creditori, soprattutto esteri, saranno costretti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La crisi finanziaria della Dubai World, la holding finanziaria dell&#8217;Emirato del Dubai, anche oggi ha pesato sui mercati internazionali, soprattutto a seguito dell&#8217;annuncio di Abddulrahman al-Saleh, direttore generale del ministero delle Finanze di Dubai, che il governo non intende garantire i debiti di Dubai World e che i suoi tanti creditori, soprattutto esteri, saranno costretti «a breve termine» a patire le conseguenze della ristrutturazione del debito della conglomerata<span id="more-6745"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">«I creditori &#8211; ha spiegato al-Saleh in televisione &#8211; dovranno assumersi la loro parte di responsabilità per la loro decisione di prestare soldi alle compagnie». «Non è corretto pensare &#8211; ha aggiunto &#8211; che la Dubai World faccia parte del governo, di Dubai che è si proprietario della compagnia, ma non la garantisce».</p>
<p style="text-align: justify">La Dubai World, ha precisato il dg, «fa accordi con tutti gli investitori su tale base ed i suoi prestiti riguardano i progetti e non le garanzie del governo».</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, secondo al-Saleh la reazione dei mercati, anche di quelli interni, ossia le Borse di Dubai e Abu Dhabi, è stata esagerata. «La ristrutturazione del debito &#8211; ha proseguito &#8211; è una decisione che nel lungo periodo è nell&#8217;interesse di tutti, anche se posso capire come nel breve periodo possa infastidire i creditori».</p>
<p style="text-align: justify">Tale ristrutturazione dovrebbe riguardare 5.7 miliardi di debiti, con scadenza prima del prossimo maggio. La Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti ha assicurato che fornirà liquidità extra al sistema bancario, ma al-Saleh dubita comunque che ce ne sia realmente bisogno («Penso che le banche a questo stadio non abbiamo bisogno di liquidità extra da parte della banca centrale», ha affermato con una sicurezza certamente degna di miglior causa).</p>
<p style="text-align: justify">Intanto le borse degli Eau sono in picchiata, con chiusure davvero in profondo rosso. Il listino di Dubai oggi ha perso il 7.3%, con tutti i gruppi bancari ed edilizi in rotta. Accora peggio l&#8217;andamento della Borsa di Abu Dhabi, la capitale dell&#8217;Unione, nonché sede della sua Banca Centrale, che ha fatto registrare un -8.3%.</p>
<p style="text-align: justify">Prima dello sconquasso di mercoledì e giovedì scorsi, la Borsa di Dubai aveva avuto un ottimo 2009, con un rialzo complessivo del 28% dal primo di gennaio, ma a questo punto parlare di una buona performance annuale non ha più senso alcuno, tanto sono nere le nubi sull&#8217;Emirato.</p>
<p style="text-align: justify">Per inciso, il tirarsi fuori dalla mischia del governo di Dubai è un pessimo segnale per chi sperava che addirittura la capitale dell&#8217;Unione, Abu Dhabi, intervenisse facendo appianare i debiti dalla Banca Centrale. Pare evidente con le cose non andranno così. Affatto.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6748" class="wp-caption aligncenter" style="width: 472px"><img class="size-full wp-image-6748" title="Vista notturna di Dubai" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/Vista-notturna-di-Dubai.jpg" alt="Vista notturna di Dubai" width="462" height="303" /><p class="wp-caption-text">Vista notturna di Dubai</p></div>
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		<title>La General Motors pensa di chiudere la Saab</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 07:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A giorni il cda della General Motors dovrebbe riunirsi a Detroit per decidere del destino della controllata Saab dopo che il gruppo svedese Koenigsegg ha rinunciato alla sua acquisizione. E dire che il governo di Stoccolma aveva anche garantito un prestito di varie centinaia di milioni di dollari per riportare il prestigioso marchio sotto una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">A giorni il cda della General Motors dovrebbe riunirsi a Detroit per decidere del destino della controllata Saab dopo che il gruppo svedese Koenigsegg ha rinunciato alla sua acquisizione. E dire che il governo di Stoccolma aveva anche garantito un prestito di varie centinaia di milioni di dollari per riportare il prestigioso marchio sotto una proprietà nazionale, contribuendo così a garantire anche l&#8217;occupazione negli stabilimenti della casa automobilistica.<br />
A questo punto, follie di una certa Globalizzazione, non è nemmenno da escludersi che GM decida di chiudere definitivamente Saab, uno dei brand più prestigiosi d&#8217;Europa, nonché una bella fetta di storia del celebre design scandinavo.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-6705" title="logo_saab" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/logo_saab.jpg" alt="logo_saab" width="294" height="290" /></p>
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		<title>Dubai, un (quasi) default annunciato</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 17:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;economista turco (ma di fatto ormai americano) Nouriel Roubini, docente alla New York University, aveva appena  finito di dire qualche giorno fa che il peggio della crisi economica iniziata a settembre 2008 ancora sarebbe dovuto venire che ecco servita la ferale notizia del quasi default di Dubai, la città simbolo di quello sviluppo finanziario che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;economista turco (ma di fatto ormai americano) <a href="http://www.rgemonitor.com/blog/roubini/" target="_blank">Nouriel Roubini</a>, docente alla New York University, aveva appena  finito di dire qualche giorno fa che <a href="http://thelorereport.blogdo.net/crisi-economica-il-peggio-deve-ancora-venire/" target="_blank">il peggio della crisi economica</a> iniziata a settembre 2008 ancora sarebbe dovuto venire che ecco servita la ferale notizia del quasi default di Dubai, la città simbolo di quello sviluppo finanziario che fino a qualche tempo fa ingenuamente si era ritenuto senza limiti<span id="more-6682"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La holding statale Dubai World oggi ha terrorizzato il mercato azionario mondiale. Cuore finanziario dell&#8217;Emirato, la Dubai World controlla il mercato immobiliare, quello della finanza e quello dell&#8217;energia. Ebbene, raggiunti i 59 miliardi di dollari di passività (ovvero il 70% del debito statale complessivo) ha chiesto ai creditori una moratoria di sei mesi sulle rate da versare, pessimo segnale, prodromico di un default dichiarato.</p>
<p style="text-align: justify">La mossa, è comprensibile, ha avuto subito un effetto devastante sui mercati finanziari, timorosi del coinvolgimento di alcune grandi banche esposte al debito dell&#8217;Emirato, tra cui anche numerosi istituti europei.</p>
<p style="text-align: justify">Le prime stime parlavano di circa 40 miliardi di perdite ed a poco è servito l&#8217;intervento del governo arabo con la per nulla convinta dichiarazione sulla «durevolezza»  dell&#8217;economia di Dubai, considerato come alla fine della giornata borsistica in Europa fossero stati bruciati circa 159 miliardi di euro di capitalizzazione.</p>
<p style="text-align: justify">Gli Emirati Arabi Uniti non erano stati scossi troppo violentemente all&#8217;inizio della crisi economica corrente, durante i giorni della scomparsa di Lehman Brothers per intenderci. Ma nei mesi successivi, diciamo dalla primavera del 2009, qualche sinistro scricchiolio lo hanno emesso e solo gli ottimisti ad oltranza non hanno voluto capire gli inequivocabili segnali che la futuristica città inviava agli investitori. Perché che scoppi una bolla immobiliare proprio in una metropoli che ha fatto del suo sviluppo fisico il cavallo di battaglia, nonché il biglietto di presentazione al mondo è il peggiore dei segnali. Come se alla Nasa si dichiarassero scettici sull&#8217;opportunità di investigare il cosmo.</p>
<p style="text-align: justify">Rimane ora da capire se lo stato di crisi di fatto annunciato oggi dalla Dubai World sia superabile con qualche mese di moratoria, come richiesto dagli interessati, o se il destino della holding statale sia segnato. E rimane da capire se la brutta reazione odierna dei mercati sia un episodio circoscrivibile a pochi giorni di perdite o se l&#8217;annuncio degli arabi rappresenti l&#8217;inizio di una nuova fase critica dell&#8217;economia globale, proprio in un momento in cui alcuni analisti e (soprattutto) alcuni indicatori (come il Pil americano e quello nipponico) la davano in ripresa.</p>
<p style="text-align: justify">Difficile, se non impossibile, prevedere gli sviluppi di medio termine della vicenda, ma di sicuro, se la crisi della Dubai World dovesse essere irreversibile, è ovvio che il mondo si troverebbe a vivere un momento ben più drammatico di quello attraversato con il tracollo di Lehman Brothers. Da  ovunque si osservi la faccenda, insomma, l&#8217;indicazione di Nouriel Roubini pare ben sensata: il peggio deve ancora venire.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6686" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-6686" title="skylines_dubai" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/skylines_dubai.jpg" alt="La skyline di Dubai" width="350" height="262" /><p class="wp-caption-text">La skyline di Dubai</p></div>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Turbo Japan?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 13:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È di nuovo &#8220;turbo Japan&#8221;? L&#8217;economia nipponica sembrerebbe aver ripreso a correre forte. Il Pil dell&#8217;Arcipelago, infatti, sta crescendo del 4.8% su base annua, ben più delle previsioni (3%) e qualcosa in più anche rispetto a quello statunitense, che è al 3.5%. Su base trimestrale, poi, il dato è ancora più confortante: + 1.2%, il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">È di nuovo &#8220;turbo Japan&#8221;? L&#8217;economia nipponica sembrerebbe aver ripreso a correre forte. Il Pil dell&#8217;Arcipelago, infatti, sta crescendo del 4.8% su base annua, ben più delle previsioni (3%) e qualcosa in più anche rispetto a quello statunitense, che è al 3.5%. Su base trimestrale, poi, il dato è ancora più confortante: + 1.2%, il doppio di quanto previsto<span id="more-6584"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Certo, le preoccupazioni che il Paese possa ricadere nella recessione vi sono, ma per ora il premier Yukio Hatoyama, praticamente il primo esponente del Partito Democratico nipponico a guidare il Paese da 55 anni a questa parte, si gode il buon momento, frutto, sia detto, anche del pacchetto di stimoli per l&#8217;economia varato dall&#8217;immediato predecessore, il cattolico Taro Aso, che alla guida del suo esecutivo liberaldemocratico aveva in qualche modo incardinato le politiche di ripresa.</p>
<p style="text-align: justify">Visto il buon successo degli stimoli ideati da Aso, Hatoyama pare essere intenzionato a proseguire su questa strada, con un ulteriore pacchetto da 20 miliardi di euro destinati a &#8220;sollecitare&#8221; la crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify">Il governo democratico, quindi, sembra reggere la prova dei primi mesi. Gli analisti hanno sempre considerato il Dpj inadatto a guidare il Paese in un frangente di crisi e recessione, ma per adesso Hatoyama sembra lavorare nel solco di Aso.</p>
<p style="text-align: justify">È chiaro, dovrà al più presto mettere mano alle sue tante promesse elettorali, dalla promozione del lavoro a tempo indeterminato a scuola e sanità gratis per tutti, dallo stimolo ai consumi individuali alla riduzione del potere della burocrazia, ma con una economia più sana di quella del 2008 e dei primi mesi del 2009 riuscirà forse a portare avanti più serenamente il suo progetto socialdemocratico (ovvero populista per i detrattori). A meno che la recente crescita non si riveli un flop. Rompendo il turbo &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-6585" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/flags_japan.jpg" alt="flags_japan" width="452" height="302" /></p>
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		<title>Crisi economica, il peggio deve ancora venire</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 06:03:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nouriel Roubini è uno dei pochi veri &#8220;scienziati tristi&#8221; su cui oggi il mondo può contare almeno per una analisi seria della crisi globale in corso. L’economista già tre anni fa aveva messo sull&#8217;avviso sui rischi assai vicini a concretizzarsi di una catastrofe economico-finanziaria mondiale. Non fu ascoltato, ma dopo il crollo di Lehman Brothers [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Nouriel Roubini è uno dei pochi veri &#8220;scienziati tristi&#8221; su cui oggi il mondo può contare almeno per una analisi seria della crisi globale in corso. L’economista già tre anni fa aveva messo sull&#8217;avviso sui rischi assai vicini a concretizzarsi di una catastrofe economico-finanziaria mondiale. Non fu ascoltato, ma dopo il crollo di Lehman Brothers è l&#8217;uomo più ricercato &#8216;America, invitato a trasmissioni e convegni da ogni parte dell&#8217;Unione. Sulla crisi, Roubini è ancora abbastanza scettico. In proposito, si legga <a href="http://oscarb1.blogspot.com/2009/11/il-peggio-deve-ancora-venire.html" target="_blank">questo post</a> sul blog <em>Letter from Washington</em> del giornalista ed analista <a href="http://oscarb1.blogspot.com/" target="_blank">Oscar Bartoli</a>, grande esperto di vicende americane e non solo.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6554" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-6554" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/pictures_nouriel_roubini.jpg" alt="Nouriel Roubini" width="350" height="233" /><p class="wp-caption-text">Nouriel Roubini</p></div>
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		<title>GM si tiene Opel, Putin deluso</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 13:14:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai era nell&#8217;aria da qualche giorno quindi l&#8217;annuncio ufficiale pare aver sorpreso solo Vladmir Putin: la General Motors non vende più la Opel. Finisce così, almeno per il momento, una ridicola telenovela durata mesi e mesi. Sarebbe andata in maniera diversa se l&#8217;acquirente fosse stato la Fiat italiana e non il consorzio austro-canadese Magna? Non [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ormai era nell&#8217;aria da qualche giorno quindi l&#8217;annuncio ufficiale pare aver sorpreso solo Vladmir Putin: la General Motors non vende più la Opel. Finisce così, almeno per il momento, una ridicola telenovela durata mesi e mesi.  Sarebbe andata in maniera diversa se l&#8217;acquirente fosse stato la Fiat italiana e non il consorzio austro-canadese Magna? Non è dato saperlo, ma il sospetto è fortissimo<span id="more-6424"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, a Detroit avrebbero di sicuro gradito di più avere Sergio Marchionne come interlocutore, ma di fronte alla prospettiva di <a href="http://thelorereport.blogdo.net/opel-and-the-winner-is-vladimir-putin/" target="_blank">cedere al Cremlino</a> un&#8217;azienda importante come Opel (perché, al fine, questa era l&#8217;operazione Magna), GM ha preferito non vendere.  La Merkel prenda appunti ed impari la lezione.</p>
<p style="text-align: center"><img src="../files/2009/11/logo_opel.jpg" alt="logo_opel" width="200" height="156" /></p>
<div class="shr-publisher-6424"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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