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	<title>The Lo Re Report &#187; Geopolitica</title>
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	<description>Attualità politica internazionale, italiana e siciliana a cura di Carlo Lo Re</description>
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		<title>Siria, Assad prepara un micro Stato alawita</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sembra ormai sempre più evidente la strategia geopolitica di Bashar al-Assad. Fra un massacro di civili e l&#8217;altro, il presidente siriano sta lavorando, ed anche abbastanza velocemente, per creare un piccolo Stato che sia omogeneamente alawita dove potersi ritirare lui e i suoi fedelissimi nel caso (non improbabile) che la guerra civile dovesse volgere al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Sembra ormai sempre più evidente la strategia geopolitica di Bashar al-Assad. Fra un massacro di civili e l&#8217;altro, il presidente siriano sta lavorando, ed anche abbastanza velocemente, per creare un piccolo Stato che sia omogeneamente alawita dove potersi ritirare lui e i suoi fedelissimi nel caso (non improbabile) che la guerra civile dovesse volgere al peggio per il suo regime<span id="more-11650"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Osservando con attenzione le mappe del Nord Ovest della Siria, l&#8217;area a più alta concentrazione di alawiti, specie nella catena montuosa Jabal al Nusariyyah (chiamata anche Jabal al Alawiyeen, in arabo &#8220;montagne degli alawiti&#8221; in ambedue i casi), che va da Nord a Sud dal confine turco fino alle colline che stanno sopra la pianura libanese di Akkar, se si traccia un segno verticale si toccano i centri di Tal Kala e Jisr al Shogur. Più giù Hama e Homs. Insomma, vi è qualche elemento per far pensare ad una vera e propria opera di pulizia etnica.</p>
<p style="text-align: justify">L’obiettivo di Assad appare ovvio: creare una enclave sulla costa, una sorta di micro Stato al centro dei territori alawiti dove ritirarsi qualora dovesse perdere Damasco. Si badi bene: lo sbocco sul Mediterraneo sarebbe vitale nell&#8217;ottica di dover ricevere rifornimenti dalle uniche potenze su cui può ancora contare, ossia l’Iran e la Russia. Di più: un piccolo Stato alawita sarebbe null&#8217;altro che tornare agli anni Trenta.</p>
<p style="text-align: justify">Pochi lo ricordano, ma, franato l&#8217;Impero ottomano, i dominatori francesi concessero alla minoranza alawita di organizzare una micro entità statale, con capitale Latakia, proprio sul mare. Ebbe vita breve, appena dal 1930 al 1937: 8 anni. Lo Stato di Assad potrebbe resistere 8 mesi o 80&#8242;anni. La zona si presta benissimo ad una difesa ad oltranza. Nonché a ricevere armi e cibo dagli alleati. Insomma, come ultima carta del regime, non sembra proprio bruttissima.</p>
<p><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/05/maps_syria.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12008" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2012/05/maps_syria-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
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		<title>Geopolitica dell&#8217;immediato</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 05:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Secondo alcuni esperti di vicende internazionali il futuro del mondo si giocherebbe nel Mediterraneo, soprattutto dopo la stagione delle cosiddette “Primavere arabe”, le rapide rivoluzioni che hanno abbattuto i regimi autoritari ancora al potere appena un anno fa in una vasta area del Maghreb e del Medio Oriente. Tale tesi sarebbe condivisibile qualora si desse per certo il destino “qaedista” di Tunisia, Egitto e Libia (altrove i “giochi” sono lungi dall’essere chiusi e quindi è meglio tenere per ora fuori dai nostri ragionamenti Yemen, Bahrein e soprattutto Siria). Un fenomeno come al-Qaeda è infatti così devastante per gli equilibri globali che la sua affermazione nel Mediterraneo trasformerebbe il Mare Nostrum nello scenario geopolitico più delicato del pianeta, anche più del Centro Asia atomico<span id="more-11435"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Fortunatamente però, nonostante la sostituzione avvenuta di regimi dittatoriali sì ma laici e “socialisteggianti” con democrazie a governo islamico, ancora non è detta l’ultima parola sul futuro di medio termine dei Paesi “liberati”. Sarà un futuro islamista oltre che islamico? E lo sarà in maniera radicale? Le differenze e le sfumature sono sempre da valutare con attenzione in questi casi. I partiti islamici che hanno appena vinto le elezioni potrebbero anche rivelarsi più simili alla nostra vecchia Democrazia Cristiana che al modello talebano. Vero è che in Tunisia e Libia già di parla apertamente di introduzione della sharia, ma la tendenza potrebbe anche rientrare. Ipotesi non solidissima, ma nemmeno da scartare a priori.</p>
<p style="text-align: justify">Nel frattempo, nonostante l’estrema attenzione mediatica sulla situazione mediterranea, nell’immediato il baricentro del mondo è ancora saldamente il Nord del pianeta. Un libro recente, <em>2050</em> di Laurence Smith (Einaudi) fornisce dati spietati sulla supremazia economica della zona artica. Che addirittura aumenterà nei prossimi 40’anni, relegando l’area sudeuropea e nordafricana ad un ruolo di marginalità e povertà.</p>
<p style="text-align: justify">Magari verrà un giorno in cui il peso del Mediterraneo nel mondo tornerà centrale per la sua economia e non per la sua violenza a rischio sistemico. Ma sarà in un futuro davvero assai remoto. Nel presente in merito vi è solo tanta vuota retorica.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/12/maps_northern_africa_middle_east.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11438" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/12/maps_northern_africa_middle_east-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a></p>
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		<title>Fra geopolitica ed utopia: il Poseidon Project di Patri Friedman</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 06:51:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il momento fissato è sostanzialmente vicino, il 2015. Ovviamente, profezia Maya permettendo &#8230; Insomma, in 4 anni circa il mondo dovrebbe avere la sua prima città-Stato completamente indipendente (le Nazioni Unite sono avvisate), economicamente autosufficiente (per non dire autarchica, che è pur sempre una brutta parola) e, va da sé, ecosostenibile. Sarà posizionata in pieno [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il momento fissato è sostanzialmente vicino, il 2015. Ovviamente, profezia Maya permettendo &#8230; Insomma, in 4 anni circa il mondo dovrebbe avere la sua prima città-Stato completamente indipendente (le Nazioni Unite sono avvisate), economicamente autosufficiente (per non dire autarchica, che è pur sempre una brutta parola) e, va da sé, ecosostenibile. Sarà posizionata in pieno Oceano Pacifico, come da dettagliato progetto del <a href="http://seasteading.org/" target="_blank">Seasteading Institute</a> di Sunnyvale, in California, vicino Mountain View, un futuristico centro ricerche nato nel 2008 grazie all&#8217;intuizione di alcuni magnati e/o scienziati della Silicon Valley. Il primo a pensarci è stato <a href="http://patrifriedman.com/" target="_blank">Patri Friedman</a>, campione di poker, ma con solidi studi a Stanford, già ingegnere informatico di Google ed ora, a 35 anni, tutto dedito ad avveniristici progetti marini<span id="more-11004"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il geniale visionario è nipote di quel Milton Friedman che proprio nel 1976, l&#8217;anno di nascita di Patri, vinse il Premio Nobel per l&#8217; Economia. Dal nonno ultraliberista al nipote utopista il passo è stato breve. E così, ecco pronto il Poseidon Project, città-Stato oceanica pensata su di una piattaforma. L&#8217;utopia di Friedman jr è invero molto bella, tratteggiando «un sistema per mettere in pratica una varietà ampia di possibili forme di governo, un modo per quanti abbiano idee politiche di minoranza, siano liberali classici o socialisti estremi, di vedere realizzata una società portatrice dei loro valori».</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, isole-Stato articifiali nelle quali poter sperimentare varie e inedite forme di democrazia diretta, con in aggiunta dei piccoli ecosistemi del tutto autosufficienti, fino ad ipotizzare scambi di differenti risorse energetiche. Nel progetto, le colonie sarebbero inizialmente ancorate in acque territoriali e quindi sottoposte alla legislazione dello Stato di riferimento, per poi evolversi in micro Stati indipendenti in acque internazionali. Per ora è un sogno, ma è davvero bellissimo.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/08/poseidon_project.jpg"><img class="size-medium wp-image-11007" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/08/poseidon_project-300x107.jpg" alt="" width="300" height="107" /></a></dt>
<dd>Rendering del Poseidon Project</dd>
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		<title>Pasticcio libico/2 Nella Lega Araba c&#8217;è chi esulta (soprattutto a Ryad)</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 09:46:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;operazione Odissey Dawn (Alba dell&#8217;Odissea o Odissea all&#8217;Alba che dir si voglia) scatenata da Francia e Gran Bretagna contro la Libia di Gheddafi, ha degli sponsor assolutamente interessati in alcuni Paesi della Lega Araba. Diciamo pure che il dittatore di Tripoli, per decenni laico e tutto sommato di sinistra, non è mai piaciuto ai componenti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;operazione Odissey Dawn (Alba dell&#8217;Odissea o Odissea all&#8217;Alba che dir si voglia) scatenata da Francia e Gran Bretagna contro la Libia di Gheddafi, ha degli sponsor assolutamente interessati in alcuni Paesi della Lega Araba. Diciamo pure che il dittatore di Tripoli, per decenni laico e tutto sommato di sinistra, non è mai piaciuto ai componenti della Lega. Da tempo, poi, con il marcare ripetutamente l&#8217;identità africana della Libia a scapito di quella araba, Gheddafi di fatto era un intruso nel consesso degli Stati arabi. E così oggi c&#8217;è chi, come l&#8217;Arabia Saudita, sorride largamente che qualcuno abbia tolto dal fuoco il &#8220;castagnone&#8221; Gheddafi<span id="more-10070"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Ryad ha infatti tutto da guadagnare dall&#8217;eliminazione del Colonnello, anche e soprattutto dal punto di vista economico. Non solo vien fatto fuori un leader (più o meno) laico che a lungo ha tenuto testa al tentativo di infiltrazione wahhabita dei sauditi, ma viene anche spazzato via un pericoloso rivale sul mercato del petrolio.</p>
<p style="text-align: justify">Senza Gheddafi, infatti, l&#8217;Arabia Saudita si avvicinerà alla completa egemonia sui flussi petroliferi, facendo il buono ed il cattivo tempo, decidendo i prezzi del greggio e stabilendo politiche e strategie petrolifere almeno per tutto il mondo arabo. Anche per questo un giorno, sicuramente non troppo lontano, l&#8217;Occidente potrebbe pentirsi di aver così frettolosamente optato per la definitiva rimozione dal potere del raìs di Tripoli.</p>
<p style="text-align: justify">
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/maps_arab_league1.png"><img class="size-medium wp-image-10079" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/maps_arab_league1-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></dt>
<dd>Mappa dei Paesi aderenti alla Lega Araba</dd>
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		<title>Pasticcio libico/1 Speriamo che l&#8217;attacco non sia stato un (grande) errore</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 05:53:29 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ho sempre sostenuto che taluni regimi autoritari laici nel mondo islamico fossero utili a far diga, per così dire, contro l&#8217;estremismo religioso. Quello di Gheddafi era uno di questi. Sarkozy e Cameron hanno però voluto forzare la mano ed aiutare gli insorti della Cirenaica contro il raìs, che nel frattempo aveva buttato la maschera, mostrando il suo volto (più) folle e  massacrando decine di migliaia di libici dell&#8217;Est<span id="more-10062"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, considerando anche i tanti altri focolai insurrezionali accesi nel mondo islamico, c&#8217;è però seriamente da chiedersi quale ruolo abbia al-Qaeda in tutto ciò. E, soprattutto, a chi stiamo consegnando la Libia con l&#8217;operazione Odissey Dawn. Siamo certi che un governo post Gheddafi sarà migliore? O non stiamo per caso ponendo le basi per un Maghreb islamista? Il che, francamente, sarebbe per noi europei (soprattutto del Sud) un incubo difficile da spezzare.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/maps_libya.jpg"><img class="size-medium wp-image-10066" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/maps_libya-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></dt>
<dd>Mappa della Libia</dd>
</dl>
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		<title>Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 08:50:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale<span id="more-10032"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall&#8217;attacco a New York l&#8217;11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d&#8217;affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi &#8211; tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più &#8211; è stato previsto?</p>
<p style="text-align: justify">A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50&#8242;anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l&#8217;Occidente (Europa e Stati Uniti d&#8217;America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro.</p>
<p style="text-align: justify">E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell&#8217;Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l&#8217;assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l&#8217;assenza di un potere politico europeo. Basti fare l&#8217;esempio dell&#8217;immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/database.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10035" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/database-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Welcome South Sudan</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 13:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Africa ha un nuovo Stato, il Sudan del Sud. Sono infatti stati resi noti i dati ufficiali sul referendum voluto dal Comprehensive Peace Agreement (Cpa), l’accordo di pace firmato nel 2005 Khartoum e i ribelli meridionali dopo oltre un ventennio di repressione e guerra civile. Capitale sarà Juba e, con buona probabilità, presidente verrà eletto [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;Africa ha un nuovo Stato, il Sudan del Sud. Sono infatti stati resi noti i dati ufficiali sul referendum voluto dal Comprehensive Peace Agreement (Cpa), l’accordo di pace firmato nel 2005 Khartoum e i ribelli meridionali dopo oltre un ventennio di repressione e guerra civile<span id="more-9754"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Capitale sarà Juba e, con buona probabilità, presidente verrà eletto Salva Kiir, il leader locale che in campagna elettorale si è impegnato a sostenere il Sudan del Nord nella sua lotta per la cancellazione del debito del Paese, nonché per l’alleggerimento delle gravi sanzioni internazionali, dovute appunto soprattutto alla situazione nella parte sud.</p>
<p style="text-align: justify">Nazioni Unite ed Unione Europea hanno accolto con soddisfazione la notizia della nascità della nuova entità, al pari degli Usa. Il presidente Barack Obama si è anche affrettato ad annunciare la volontà di riconoscere il Sudan del Sud come Stato sovrano e indipendente a partire dal 9 luglio, la data in cui ufficialmente entrerà in vigore la secessione appunto decisa dal referendum. Gli Stati Uniti &#8211; probabilmente sbagliando &#8211; rimuoveranno altresì Khartoum dalla “black list” dei Paesi che sostengono il terrorismo internazionale (la mossa si può considerare una sorta di compensazione dell&#8217;accettazione del risultato referendario senza ulteriori spargimenti di sangue).</p>
<p style="text-align: justify">Dal canto suo, pure Pechino, il cui rapporto con Khartoum è assai forte, ha dichiarato che rispetterà l’esito della consultazione. Non sarà così, invece, per Teheran, che ovviamente vede come il fumo negli occhi la nascita di un nuovo Stato cristiano ed animista. L&#8217;Iran prende atto dell&#8217;avvenuta secessione, ma ribadisce la propria politica complessiva a sostegno dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale dei Paesi, contro ogni secessione.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/maps_south_sudan_states.jpg"><img class="size-medium wp-image-9755" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/02/maps_south_sudan_states-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a></dt>
<dd>Le varie regioni del Sudan del Sud</dd>
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		<title>Sudan del Sud, sangue (annunciato) sull&#8217;indipendenza</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 05:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri, giornata del referendum (dall&#8217;esito quasi scontato) per l&#8217;indipendenza del Sudan del Sud, circa dieci persone sono morte in scontri tra le tribù rivali dei Dinka e dei Misseriya, nell&#8217;area petrolifera di Abyei, zona aspramente contesa fra Nord e Sud a causa, appunto, dei ricchi giacimenti di idrocarburi.  I Dinka sono a favore dell&#8217;indipendenza di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ieri, giornata del referendum (dall&#8217;esito quasi scontato) per l&#8217;indipendenza del Sudan del Sud, circa dieci persone sono morte in scontri tra le tribù rivali dei Dinka e dei Misseriya, nell&#8217;area petrolifera di Abyei, zona aspramente contesa fra Nord e Sud a causa, appunto, dei ricchi giacimenti di idrocarburi.  I Dinka sono a favore dell&#8217;indipendenza di Juba (futura capitale), mentre i rivali Misseriya sono &#8220;unionisti&#8221; pro Khartoum<span id="more-9556"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Appare da subito evidente il grave rischio di &#8220;balcanizzazione&#8221; dell&#8217;area. Come appare evidente l&#8217;impossibile convivenza oggi fra un certo Islam ed i cristiani. E fors&#8217;anche fra popolazioni arabe e non arabe. Perché nel decennale scempio della gente del Sudan meridionale non occorre dimenticare un particolare: gli islamici sono arabi grossomodo bianchi ed i cristiani sono africani neri come la notte. Integralismo religioso e razzismo biologico nel Paese camminano insieme da molto. E l&#8217;indicazione stradale che seguono è &#8220;Sarajevo&#8221; &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/01/flags_south_sudan.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9566" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/01/flags_south_sudan-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a></p>
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		<title>Verso il Sudan del Sud</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 07:01:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, 9 gennaio 2011, potrebbe essere un giorno storico per l&#8217;Africa. Anzi, sicuramente lo sarà. È infatti previsto il referendum per l&#8217;indipendeza del Sudan del Sud, che potrebbe divenire, anzi, certamente diverrà, Stato autonomo. Ovviamente si dovrà fare i conti con la reazione di Khartoum, ma il Naivasha Agreement del 2005 fra il governo centrale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Domani, 9 gennaio 2011, potrebbe essere un giorno storico per l&#8217;Africa. Anzi, sicuramente lo sarà. È infatti previsto il referendum per l&#8217;indipendeza del Sudan del Sud, che potrebbe divenire, anzi, certamente diverrà, Stato autonomo. Ovviamente si dovrà fare i conti con la reazione di Khartoum, ma il Naivasha Agreement del 2005 fra il governo centrale del Sudan e lo Spla/M (Sudan People&#8217;s Liberation Army/Movement) è oltremodo chiaro<span id="more-9529"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Un nuovo Stato, con capitale Juba, si profila all&#8217;orizzonte, quindi. Popolato da cristiani ed animisti. E con buoni giacimenti di petrolio. Che dovrebbe, in linea molto teorica, migliorare le condizioni di vita terribili della popolazione, finora vessata dagli islamici del Nord. Chiaro che non sarà così. Quando mai, Alaska e Norvegia a parte, i proventi dell&#8217;oro nero hanno contribuito al benessere dei cittadini dei Paesi produttori? In ogni caso, liberarsi dal giogo opprimente di Khartoum sarà già un ottimo primo passo per la rinascita del Sud Sudan.</p>
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<dd>Mappa del Sudan del Sud</dd>
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		<title>Le mafie sono ormai un fenomeno geopolitico: la morte di Nick Rizzuto potrebbe causare un effetto domino, ma il reale pericolo sono le Triadi</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 17:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia della morte violenta dell&#8217;86enne Nick Rizzuto &#8211; padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo &#8211; ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L&#8217;impressione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La notizia della morte violenta dell&#8217;86enne Nick Rizzuto &#8211; padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo &#8211; ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L&#8217;impressione è che alcuni equilibri si siano rotti e che la morte di Rizzuto possa scatenare una nuova guerra di mafia con un effetto domino che dal Canada potrebbe anche giungere fino all&#8217;Italia<span id="more-9251"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che però si evince chiaramente leggendo le note biografiche di Rizzuto diffuse fra ieri ed oggi dai media è il carattere sempre più globale dei gruppi criminali operanti sullo scenario internazionale. Insomma, mafia italiana ed italo-americana, ma anche Yakuza giapponese, narcos centro e sudamericani, mafie slave (russa, ucraina, bulgara, albanese, kosovaro-albanese, serba e croata) e Triadi cinesi si sono da tempo trasformati in veri e propri soggetti geopolitici, con un peso in taluni casi non molto dissimile a quello delle entità statali entro le quali operano. È il caso, ad esempio, della mafia russa, che nel territorio dell’ex Unione Sovietica dispone di più di 5.000 gruppi malavitosi, dei quali circa 3.500 (molti, per inciso, di origine cecena) operanti all’interno della sola Federazione. Secondo talune stime, queste bande, che generalmente presentano delle loro peculiarità etniche o di specializzazione criminale, sarebbero addirittura in grado di manovrare il 40% del Pil russo.</p>
<p style="text-align: justify">Enorme è stato anche il peso geopolitico del cartello di Medellin, che ha per decenni inondato il mondo di stupefacenti operandovi profondi mutamenti sociali e considerando l’intero pianeta come un unico immenso mercato. Il narcotraffico, sotto la guida di Pablo Escobar, è divenuto una sorta di global business come mai prima era accaduto ed i narcos colombiani hanno rappresentato per anni un vero Stato nello Stato. E la morte di Escobar nei primi anni Novanta non ha certo messo in crisi il sistema da lui realizzato, tutt’altro. A questo proposito, di grande interesse è l’analogia strutturale da alcuni individuata fra la cupola mafiosa ed il consiglio d’amministrazione delle multinazionali: i vertici, sia delle grandi aziende che delle formazioni criminali, possono in breve esser cambiati senza che l’organizzazione subisca gravi sbandamenti.</p>
<p style="text-align: justify">Morto Escobar (ma sulla sua dipartita non mancano le perplessità degli scettici ad oltranza che lo danno per vivo e vegeto), la coltivazione ed il commercio di stupefacenti sono rimasti il principale business del crimine internazionale ed anche se a guidare i vari cartelli della droga centro e sudamericani non vi è più un personaggio carismatico del calibro del padrone di Medellin, il volume d’affari (più di 200 miliardi di tonnellate l’anno è la quantità della sola cocaina colombiana che inonda i mercati del pianeta) ed il peso socio-politico di tali organizzazioni non accennano certo a diminuire.</p>
<p style="text-align: justify">Ma indubbiamente, fra i gruppi criminali indicati, è la mafia siciliana, o italo-americana che dir si voglia, quello che nel corso dei decenni si è dato una connotazione più marcatamente internazionale. I capi storici di Cosa Nostra negli anni Settanta ed Ottanta hanno assai sviluppato la visione globale della mafia, estendendo gli interessi dell’organizzazione criminale praticamente ovunque nel mondo, dagli Stati Uniti al Sud America, all’ex Unione Sovietica.</p>
<p style="text-align: justify">Ad onor del vero, bisogna addirittura aggiungere che la mafia siciliana è stata il soggetto internazionale forse più lungimirante per quel che riguarda le vicende sovietiche, avendo intuito fin dagli anni Ottanta le enormi possibilità di business che si sarebbero aperte con la destrutturazione del colosso comunista ed avendo agito con grande rapidità all’indomani del crollo del sistema per tentare di sfruttare gli amplissimi spazi ed i vuoti di potere creatisi durante gli anni delle due presidenze Eltsin.</p>
<p style="text-align: justify">C&#8217;è da dire, però, che oggi un po’ tutti i gruppi criminali globali segnano il passo rispetto all’incessante crescita di quale decennio fa. Tutti tranne le Triadi cinesi, un fenomeno in vorticosa ascesa al pari dell’economia della Repubblica Popolare.</p>
<p style="text-align: justify">Il termine Triade venne utilizzato per la prima volta dalle autorità di polizia di Hong Kong per indicare talune società cinesi di lunga tradizione iniziatica, ma ormai impegnate in traffici illeciti e nella gestione delle numerose attività criminali locali. Le Triadi, apparse originariamente in Cina nel 1644, rappresentano un fenomeno complesso e assai ben strutturato, tanto che oggi una di esse, la Sun Yee On, viene considerata il gruppo criminale più vasto ed organizzato sull’intero pianeta.</p>
<p style="text-align: justify">La Sun Yee On ingloba nel suo tessuto numerosissimi affiliati non solo provenienti dal mondo criminale. L’entità numerica dell’organizzazione è preoccupante: nel 1987 i suoi membri erano più o meno 35.000, nel 1991 il numero era già cresciuto a 47.000 per superare le 60.000 unità nel 1993. Di questi 60.000 circa ben 45.000 sarebbero stanziati ad Hong Kong, città nella quale vivrebbero anche 1.700 “quadri dirigenziali”, per così dire, della Sun Yee On (addirittura, secondo un rapporto dell’Fbi, circa il 3 % della popolazione di Hong Kong sarebbe affiliato alle Triadi).</p>
<p style="text-align: justify">Ma le Triadi da tempo non sono più un fenomeno circoscritto alla Cina. Da più di 150 anni l’organizzazione è diffusa negli Stati Uniti, dove esercita un controllo assoluto nelle varie China Town. Oggi le Triadi (i cui “bravi ragazzi” sono genericamente detti cho-hai, termine grossomodo traducibile con il nostro ‘mafioso’) vengono considerate i principali importatori di eroina dal Sud Est asiatico e riforniscono una vasta fetta del mercato statunitense della droga. Anche in Europa, seppur con ritardo, la mafia cinese ha esteso i suoi tentacoli, specializzandosi nel racket ai danni dei negozianti delle China Town, nei sequestri di connazionali, nello sfruttamento della prostituzione e nel riciclaggio di denaro sporco tramite la gestione di una fitta rete di ristoranti. La velocità di espansione del fenomeno ovunque sul pianeta e la sua capacità di sfruttare al meglio le opportunità offerte dal momento storico connotano le Triadi come l’organizzazione malavitosa del futuro, destinata a prender il posto delle tradizionali mafie in un mondo in cui il crimine sarà sempre meno locale e sempre più transnazionale.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/11/funerale_nick_rizzuto_jr.jpg"><img class="size-medium wp-image-9255" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/11/funerale_nick_rizzuto_jr-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a></dt>
<dd>Il funerale di Nick Rizzuto jr, seppellito in una bara d&#8217;oro dopo essere stato ucciso in un agguato a Montreal il 30 dicembre 2009</dd>
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		<title>John le Carré deluso dal mondo dopo la Guerra Fredda</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 03:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spesso letterati e romanzieri riescono a capire il mondo &#8211; ed a spiegarlo &#8211; assai meglio di politologi e filosofi. Davvero illuminante è in tal senso una intervista a John le Carré apparsa qualche giorno fa (venerdì 22) su la Repubblica. Il re della spy story si dice profondamente deluso dalla piega presa dal mondo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Spesso letterati e romanzieri riescono a capire il mondo &#8211; ed a spiegarlo &#8211; assai meglio di politologi e filosofi. Davvero illuminante è in tal senso una intervista a John le Carré apparsa qualche giorno fa (venerdì 22) su <em>la Repubblica</em>. Il re della spy story si dice profondamente deluso dalla piega presa dal mondo dopo il 1989. Non sono il solo, quindi, a pensare che forse la Storia dell&#8217;umanità avrebbe preso una via complessivamente più benevola se il blocco sovietico non fosse caduto così repentinamente come ha fatto<span id="more-9139"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Le Carré, presentando il suo nuovo romanzo, <em>Il nostro traditore tipo</em>, appena giunto in libreria per Mondadori, tratteggia un mondo in preda alla corruzione e nella mani della criminalità organizzata. La Mafia russa, innanzitutto, per l&#8217;autore inglese (il cui vero nome è David Cornwell) amministra flussi di denaro in grado di influire pesantemente sulle scelte di grandi banche e multinazionali. Per non dire anche di qualche Stato.</p>
<p style="text-align: justify">La mia tanto mitizzata Ddr non era il Paradiso, tutt&#8217;altro. Diciamo che l&#8217;intero blocco comunista era una bella porzione d&#8217;Inferno, ma serviva a mantenere l&#8217;equilibrio fra Bene e Male nel mondo. Scioltosi come neve al sole a fine anni &#8217;80, non è che abbia prevalso il Bene, per nulla. Il &#8220;Bene&#8221; liberaldemocratico ha vinto la sua lotta contro il  &#8220;Male&#8221; comunista, ma altre forme di Male ne hanno subito preso il posto. Ben peggiori. Ed il pianeta è andato letteralmente <em>fuori controllo</em>, come la diffusione di Mafie globali ed Islam radicale comprova senza lasciare margini di dubbio.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/10/pictures_john_le_carré.jpg"><img class="size-medium wp-image-9144" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/10/pictures_john_le_carré-300x205.jpg" alt="" width="300" height="205" /></a></dt>
<dd>John le Carré</dd>
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		<title>Piccolo Belgio vorrà dire grande Olanda?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 05:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Alla fine, dopo almeno 3 decenni di fondati timori, l&#8217;inevitabile in Belgio è giunto: una vittoria più che netta dei fiamminghi dichiaratamente separatisti alle elezioni politiche. La N-Va (Nuova Alleanza per le Fiandre), formazione democratico-indipendentista, e il Vlaams Belang (seppur in contrazione di seggi), partito xenofobo di estrema destra, profondamente anti-vallone, hanno i numeri per condizionare pesantemente i destini del traballante Regno di Alberto II, un monarca lontano anni luce dal carisma del fratello Baldovino, suo predecessore<span id="more-8492"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo almeno due anni di continue crisi di governo, l&#8217;instabilità belga potrebbe quindi anche sfociare nella separazione delle Fiandre dal resto del Paese. Del resto, il Belgio è una mera invenzione di ingegneria geopolitica, una grande marca nel mezzo dell&#8217;Europa che solo fra fino &#8217;700 ed inizio &#8217;800 (è del 1830 la sua indipendenza definitiva) ha assunto i connotati attuali. Se ne sentirebbe la mancanza? C&#8217;è da dubitarne.</p>
<p style="text-align: justify">Parallelamente, anche l&#8217;Olanda vive un suo momento di grande confusione politica. Le elezioni, svoltesi qualche giorno prima che in Belgio, hanno visto la vittoria dei liberali, seguiti ad un solo seggio di distanza dai laburisti, e l&#8217;ottima affermazione del Partito della Libertà di Geert Wilders, una formazione radicalmente anti-Islam. Anche per gli olandesi, quindi, non sarà facile formare un governo con dei minimi presupposti di stabilità.</p>
<p style="text-align: justify">Ma la domanda più interessante da porsi riguarda le Fiandre. La regione a Nord del Belgio (nonché a Sud dell&#8217;Olanda) finirà nel medio periodo con lo staccarsi dal resto del Reame? E, in caso tale eventualità si concretizzasse, le Fiandre diverrebbero uno Stato a sé o chiederebbero di essere annesse ai Paesi Bassi?Insomma, piccolo Belgio vorrebbe dire grande Olanda?</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/06/flags_flanders_resized.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8495" title="flags_flanders_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/06/flags_flanders_resized.jpg" alt="" width="345" height="350" /></a></p>
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		<title>Obama, la Luna e i tagli alla Nasa</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 07:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tagli al bilancio Usa hanno colpito in pieno i programmi della Nasa, cancellando il progetto di riportare l&#8217;uomo sulla Luna, almeno da parte americana. Una simile scelta, purtroppo, evidenzia (ancora una volta) come Barack Obama non comprenda molto la politica internazionale. La geopolitica del nuovo millennio è tutta incentrata su Artico e Spazio. In [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">I tagli al bilancio Usa hanno colpito in pieno i programmi della Nasa, cancellando il progetto di riportare l&#8217;uomo sulla Luna, almeno da parte americana.<br />
Una simile scelta, purtroppo, evidenzia (ancora una volta) come Barack Obama non comprenda molto la politica internazionale.<br />
La geopolitica del nuovo millennio è tutta incentrata su Artico e Spazio. In un momento in cui l&#8217;India si attrezza per utilizzare il nostro satellite come una enorme miniera da svuotare (e stiamo certi che seguiranno a breve anche analoghi progetti cinesi), il disimpegno di Obama è miope. Segno chiarissimo di come gli sfugga la <em>ratio</em> profonda dell&#8217;odiena politica estera &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/logo_nasa_resized.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7725" title="logo_nasa_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/02/logo_nasa_resized.jpg" alt="" width="334" height="270" /></a></p>
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		<title>Tutte le mappe di &#8220;liMes&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 12:45:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul sito della rivista liMes è da pochi giorni possibile consultare partendo da un solo link tutte le splendide carte negli anni elaborate dagli esperti della rivista di geopolitica. Ne consiglio a tutti la visione, perché davvero una mappa ben fatta a volte può far capire un problema assai meglio di un dotto editoriale.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Sul sito della rivista <a href="http://temi.repubblica.it/limes/" target="_blank">liMes</a> è da pochi giorni possibile consultare partendo da <a href="http://temi.repubblica.it/limes/tutte-le-carte-a-colori-di-limes/9424" target="_blank">un solo link</a> tutte le splendide carte negli anni elaborate dagli esperti della rivista di geopolitica.<br />
Ne consiglio a tutti la visione, perché davvero una mappa ben fatta a volte può far capire un problema assai meglio di un dotto editoriale.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7101" title="logo_limes" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/logo_limes.jpg" alt="logo_limes" width="237" height="97" /></p>
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		<title>«È il momento di un nuovo inizio»: il discorso di Obama al Cairo</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 15:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono onorato di essere nell&#8217;antichis­sima città del Cairo, ospite di due illu­stri istituzioni. Da circa mille anni al-Azhar rappresenta un faro di cultu­ra islamica e da più di un secolo l&#8217;Uni­versità del Cairo è fonte e stimolo di progresso per tutto l&#8217;Egitto. Insieme, queste due istitu­zioni incarnano un perfetto sodalizio tra sviluppo e tra­dizione. Vi ringrazio per la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Sono onorato di essere nell&#8217;antichis­sima città del Cairo, ospite di due illu­stri istituzioni. Da circa mille anni al-Azhar rappresenta un faro di cultu­ra islamica e da più di un secolo l&#8217;Uni­versità del Cairo è fonte e stimolo di progresso per tutto l&#8217;Egitto. Insieme, queste due istitu­zioni incarnano un perfetto sodalizio tra sviluppo e tra­dizione. Vi ringrazio per la vostra ospitalità  e per l&#8217;accoglienza ricevuta dal popolo egiziano. E sono altresì orgoglioso d&#8217;essere latore di un messaggio di buona volon­tà da parte dell&#8217;intero popolo americano e di un saluto di pace da parte delle comunità musulmane del mio Pae­se: Assalaamu alaykum! (Che la pace sia con voi)<span id="more-4978"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il nostro incontro cade in un periodo di tensione tra gli Stati Uniti ed i musulmani del mondo intero, una tensione generata da forze storiche che travalicano l&#8217;attuale dibattito poli­tico.</p>
<p style="text-align: justify">Le relazioni tra l&#8217;Islam e l&#8217;Occidente si fondano su secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche su conflitti e guerre di religione.</p>
<p style="text-align: justify">In tem­pi recenti, le tensioni sono state provocate dal colonialismo, che ha negato diritti del tutto legittimi ed op­portunità di crescita a molti musulmani, e dalla Guerra Fredda, nel corso della quale i Paesi a maggioranza musulmana fin troppo spesso sono stati utilizzati alle stregua di pedine, senza tenere con­to delle loro aspirazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, i cambiamen­ti profondi avviati dalla modernizzazione e dal­la globalizzazione hanno spinto non pochi mu­sulmani a vedere nell&#8217;Occidente un nemico delle tradizioni dell&#8217;Islam.</p>
<p style="text-align: justify">La violenza estremista ha sfruttato a suo favore proprio queste tensioni all&#8217;interno di piccole ma potenti mi­noranze musulmane.</p>
<p style="text-align: justify">Gli attacchi dell&#8217;11 set­tembre 2001 e le ripetute azioni sanguino­se di questi estremisti contro le popolazioni civili hanno spinto una parte del mio Paese a considerare l&#8217;Islam come inesorabilmente osti­le non soltanto all&#8217;America e ai Paesi occidentali, ma anche ai diritti umani. Da qui sono emerse nuove paure e nuove diffidenze.</p>
<p style="text-align: justify">Ma fintanto che i nostri rapporti saranno fonda­ti su divergenze, daremo mano libera a coloro che vogliono seminare odio, anziché pace. Io sono venuto qui da voi per gettare le basi di un nuovo inizio tra gli Stati Uniti ed i musulma­ni di tutto il mondo, un nuovo rapporto fonda­to sul reciproco rispetto e su interessi comuni basato su questa verità, che l&#8217;America e l&#8217;Islam non si escludono a vicenda e non sono in competizione.</p>
<p style="text-align: justify">Anzi, i nostri Paesi hanno in comune molti principi. I principi della giusti­zia e del progresso, della tolleranza e della di­gnità di tutti gli esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify">Io voglio afferma­re questa verità, pur sapendo che i cambia­menti non avvengono dall&#8217;oggi al domani. Occorre però fare uno sforzo per ascol­tarci a vicenda, per imparare gli uni dagli altri, per rispettarci e cercare un terreno d&#8217;intesa.</p>
<p style="text-align: justify">Come dice il Corano «Dio ti guarda, di sempre la verità».</p>
<p style="text-align: justify">Sono cristiano, ma mio padre veni­va da una famiglia kenyota che vanta genera­zioni di musulmani. Da bambino, negli anni passati in Indonesia, ascoltavo l&#8217;invocazione dell&#8217;azaan all&#8217;alba e al tramonto. Da giovane, ho lavorato nelle comunità di Chicago dove molti avevano trovato pace e dignità nella fede islamica. Lo studio della storia mi ha insegna­to quanto è grande il debito della nostra civiltà verso l&#8217;Islam.</p>
<p style="text-align: justify">Ho conosciuto l&#8217;Islam in tre continenti pri­ma di metter piede nella regione che ne è stata la culla. E l&#8217;esperienza mi dice che la collabora­zione tra l&#8217;America e l&#8217;Islam dovrà essere impo­stata su quello che l&#8217;Islam è, non su quello che non è.</p>
<p style="text-align: justify">Sarà mia responsabilità, quale presiden­te degli Stati Uniti, combattere gli stereotipi negativi dell&#8217;Islam dovunque essi si manifesti­no. Lo stesso principio, tuttavia, dovrà ispirare la percezione dell&#8217;America tra i musulmani.</p>
<p style="text-align: justify">Proprio come i musulmani mal si attagliano a un vile stereotipo, l&#8217;America non incarna il vile stereotipo di un impero egoista.</p>
<p style="text-align: justify">Ha fatto molto discutere il fatto che un afro-americano, di nome Barack Hussein Oba­ma, sia stato eletto presidente. Ma la mia sto­ria personale non è poi così eccezionale. Se il sogno americano non si è avverato per tutti in America, quella promessa esiste sempre per coloro che approdano ai nostri lidi, compresi i quasi sette milioni di musulmani americani che oggi vivono nel nostro Paese e possono vantare un reddito e un&#8217;istruzione superiori al­la media. Inoltre, la libertà in America è inscin­dibile dalla libertà di praticare la propria fede religiosa.</p>
<p style="text-align: justify">Per questo motivo c&#8217;è una moschea in ogni stato della nostra Unione, per un totale di oltre 1.200 luoghi di culto musulmani. E il governo americano è arrivato fino alla Corte Suprema per proteggere i diritti di donne e ra­gazze che vogliono portare l&#8217;hijab, condannan­do coloro che vorrebbero negarlo.</p>
<p style="text-align: justify">Infine, è ve­nuto il momento di spazzar via ogni dubbio: l&#8217;Islam fa parte dell&#8217;America.</p>
<p style="text-align: justify">Animato da que­sto spirito, desidero perciò esprimermi con semplicità e chiarezza su specifiche questioni che dovremo finalmente affrontare insieme.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo argomento è la violenza estremista in tutte le sue forme.</p>
<p style="text-align: justify">Ad Ankara ho ribadito che l&#8217;America non è &#8211; e non sarà mai &#8211; in guerra con l&#8217;Islam. Siamo pronti tuttavia a combattere senza mezzi termini gli estremisti che mettono a repentaglio la nostra sicurezza. Perché anche noi respingiamo quello che tut­te le religioni respingono: l&#8217;uccisione di uomi­ni, donne e bambini innocenti. E il mio primo dovere, come Presidente, è proteggere il popo­lo americano.</p>
<p style="text-align: justify">La situazione in Afghanistan dimostra quali sono gli obiettivi dell&#8217;America e la necessità di lavorare assieme.</p>
<p style="text-align: justify">Più di sette anni fa, gli Stati Uniti sono intervenuti contro al-Qaeda e i talebani con un forte appoggio internazionale. Non siamo andati in Afghanistan per nostra scelta, ma per necessità.</p>
<p style="text-align: justify">So bene che alcuni mettono in dubbio o addirittura giustificano gli eventi dell&#8217;11 settembre. Ma lo ripeto con fermezza: quel giorno al-Qaeda ha ucciso qua­si tremilapersone. Non voglio essere frainte­so: non abbiamo alcuna intenzione di mante­nere le nostre truppe in Afghanistan. Non vo­gliamo insediare basi militari. L&#8217;America vive nell&#8217;angoscia di veder cadere i suoi ragazzi. Saremmo felicissimi di riportare a casa tut­ti i nostri soldati se fossimo certi che in Afgha­nistan e in Pakistan non vi fossero più estremisti decisi a sterminare quanti più americani possi­bile.</p>
<p style="text-align: justify">Ma le cose non stanno ancora così. È per questo motivo che siamo affiancati da una coa­lizione di 46 Paesi. E malgrado gli ingenti co­sti, l&#8217;impegno americano non verrà meno.</p>
<p style="text-align: justify">Vorrei toccare anche il tema dell&#8217;Iraq. A dif­ferenza dell&#8217;Afghanistan, la guerra in Iraq è sta­ta una scelta che ha scatenato fortissime pole­miche nel mio Paese e in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Seb­bene sia convinto che, tutto sommato, gli ira­cheni non rimpiangono affatto la tirannia di Saddam Hussein, credo tuttavia che gli eventi in Iraq abbiano fatto capire all&#8217;America che per risolvere i nostri problemi occorre rivolger­si alla diplomazia e costruire il consenso inter­nazionale laddove è possibile.</p>
<p style="text-align: justify">Ho esplicita­mente proibito l&#8217;uso della tortura negli Stati Uniti e ordinato la chiusura della prigione di Guantanamo nei primi mesi del prossimo an­no.</p>
<p style="text-align: justify">La seconda, importante causa di tensione da discutere è la situazione tra israeliani, palesti­nesi e il mondo arabo.</p>
<p style="text-align: justify">I forti legami che uni­scono l&#8217;America e Israele sono ben noti. È un nodo indissolubile, fondato su vincoli storici e culturali e sulla consapevolezza che l&#8217;aspirazio­ne a una patria ebraica affonda le radici in eventi tragici e incontestabili. Il popolo ebrai­co è stato perseguitato per secoli in tutto il mondo e in Europa l&#8217;antisemitismo è sfociato in un Olocausto senza precedenti.</p>
<p style="text-align: justify">Sei milioni di ebrei sono stati sterminati, più dell&#8217;intera popolazione di Israele ai nostri giorni. Negare questi fatti è un atto di viltà, di ignoranza e di odio. D&#8217;altro canto, è innegabile che il popolo palestinese &#8211; cristiani e musulma­ni &#8211; abbia sofferto a sua volta alla ricerca di una Patria. Da più di ses­sant&#8217;anni non conosce la tutela di uno Stato. I palestinesi sono sog­getti a umiliazioni quotidiane &#8211; grandi e piccole &#8211; che derivano dall&#8217;occupazione.</p>
<p style="text-align: justify">Lo ribadisco con forza: la situazione del popolo pale­stinese è intollerabile. L&#8217;America non volterà le spalle davanti alle le­gittime aspirazioni dei palestinesi di vivere dignitosamente in uno Stato proprio.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;unica soluzione è quella di far convergere le aspira­zioni di entrambi i popoli con la creazione di due Stati, in cui israe­liani e palestinesi vivranno in pace e sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify">La terza causa di tensione è il no­stro comune interesse per i diritti e le responsabilità delle nazioni per quel che riguarda gli armamen­ti nucleari, che tante divergenze ha sollevato tra gli Stati Uniti e la Re­pubblica islamica dell&#8217;Iran.</p>
<p style="text-align: justify">Tutti i Paesi &#8211; anche l&#8217;Iran &#8211; hanno il dirit­to di accedere all&#8217;energia nucleare a scopo pacifico, se accettano le proprie responsabilità sotto il <em>Trat­tato di non proliferazione nucleare</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Il quarto argomento che intendo affrontare riguarda la democrazia.</p>
<p style="text-align: justify">Negli ultimi anni, non poche controversie hanno circondato il concet­to di diffusione della democrazia, specie a pro­posito della guerra in Iraq. In questa sede per­tanto vorrei ribadire che nessuna nazione può permettersi di imporre a un&#8217;altra un qualsivo­glia sistema di governo.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;America è pronta ad ascoltare tutte le voci pacifiche e rispettose del­la legalità che vogliono farsi sentire nel mon­do, anche se siamo in disaccordo. E noi acco­gliamo tutti i governi pacifici ed eletti dal po­polo, purché siano rispettosi dei loro cittadini.</p>
<p style="text-align: justify">Il quinto tema da affrontare insieme è la li­bertà di religione, un concetto fondamentale per garantire la convi­venza pacifica dei popoli. Dovremo fare mol­ta attenzione nel tutelarla.</p>
<p style="text-align: justify">Il sesto argomento riguarda i diritti delle donne. Respingo quanto si sostiene talvolta in Occidente che la donna che decide di coprirsi il capo si consideri in un certo senso inferiore.</p>
<p style="text-align: justify">Sono fermamente convinto, invece, che nega­re l&#8217;istruzione alle donne significa negar loro il diritto all&#8217;uguaglianza.</p>
<p style="text-align: justify">Non è una coincidenza che i Paesi dove le donne godono di elevati li­velli di istruzione hanno maggiori possibilità di sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify">Questo è il mondo che voglia­mo, ma potremo realizzarlo soltanto con l&#8217;im­pegno di tutti. Sta a noi decidere, ma solo se avremo il coraggio di impostare un nuovo ini­zio, tenendo a mente le Scritture.</p>
<p style="text-align: justify">Dice il Corano: «Umanità, ti abbiamo creato maschio e femmina e moltiplicato in nazioni e tribù per farvi conoscere».</p>
<p style="text-align: justify">Dice il Talmud: «La Torah intera ha lo scopo di promuovere la pa­ce ».</p>
<p style="text-align: justify">Dice la Bibbia: «Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».</p>
<p style="text-align: justify">I popoli del mondo sanno vivere assieme pacificamen­te. Sappiamo che è questa la volontà di Dio. E questo sarà il nostro compito sulla Terra.</p>
<p style="text-align: justify">Gra­zie, e che la pace del Signore sia con voi.</p>
<p style="text-align: justify">Barack Hussein Obama, il Cairo, giovedì 4 giugno 2009</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5002" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/06/barack-obama-3.jpg" alt="Barack Obama" width="273" height="350" /></dt>
<dd>Barack Obama</dd>
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		<title>Pakistan, gli Usa pronti a sequestrare le atomiche</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 10:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La notizia era nota da anni, ma ormai stanno emergendo particolari sempre più precisi: gli Stati Uniti hanno un piano di pronto intervento per neutralizzare e portare altrove le atomiche pakistane qualora gli integralisti islamici dovessero prendere il sopravvento ad Islamabad<span id="more-4562"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Per l&#8217;esattezza, vi è in Afghanistan un corpo speciale (composto da appartenenti alla Delta force dell&#8217;Esercito, ai Seals della Marina e alla Task Force Orange dell&#8217;Intelligence) pronto ad impossessarsi delle armi nucleari pakistane, a disattivarle ed a spostarle rapidamente in luoghi sicuri in caso i talebani e/o al-Qaeda raggiungano le leve del potere in Pakistan, ovvero anche solo tentino di impossessarsi fisicamente delle testate.</p>
<p style="text-align: justify">Da anni la National Security Agency (Nsa) e la Central Intelligence Agency (Cia) seguono tramite i satelliti tutti gli spostamenti delle atomiche pakistane e delle rampe mobili di lancio lungo le linee ferrate del Paese.</p>
<p style="text-align: justify">In possesso degli americani vi sono anche delle dettagliate mappe dei depositi nucleari di Islamabad, depositi dove in passato ufficiali e tecnici Usa hanno lavorato in tutta segretezza.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo la tv Fox di Rupert Murdoch, dopo varie esercitazione svoltesi nel deserto e nelle zone rocciose del Nevada, il corpo speciale americano sarebbe in grado di sequestrare quasi per intero l&#8217;arsenale atomico pakistano, che si troverebbe in prevalenza nell&#8217;area della capitale Islamabad, non lontana dall&#8217;Afghanistan. Ovviemente, quel &#8220;quasi&#8221; preoccupa non poco, perché basterebbe una sola testata in mano ai terroristi islamici per tenere sotto scacco l&#8217;Occidente.</p>
<p style="text-align: justify">Ed appunto per eviatare una simile evenienza che i soldati statunitensi sarebbero già nelle aree di frontiera fra Pakistan ed Afghanistan per prevenire con operazioni fulminee ogni eventuale tentativo dei talebani d&#8217;impadronirsi delle testate.</p>
<p style="text-align: justify">Emerge poi da un documento del Pentagono che nel 2004 il Pakistan possedeva 35 ordigni nucleari, ma oggi il loro numero è certo aumentato.</p>
<p style="text-align: justify">Sempre secondo Fox Television, la recente nomina del generale Stanley McChrystal come capo sia delle forze americane che di quelle alleate in Afghanistan sarebbe stata fatta proprio per prevenire una eventuale emergenza nucleare in Pakistan.</p>
<p style="text-align: justify">McChrystal ha molta esperienza di blitz di grande delicatezza, avendo guidato fino al 2008 il Joint Special Operation Command di Afganistan e Iraq. Per inciso, fu proprio grazie a lui che venne catturato Saddam Hussein ed ucciso al-Zarqawi, il leader iracheno di al-Qaeda.</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-4567" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/05/mcchrystal.jpg" alt="Il generale americano Stanley McChrystal" width="234" height="450" /></dt>
<dd>Il generale americano Stanley McChrystal</dd>
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		<title>Mosca &#8220;congela&#8221; i missili antiscudo</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 05:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Russia ha interrotto l&#8217;installazione di missili Iskander nel territorio di Kaliningrad (che a vita mi ostinerò a chiamare Königsberg), al confine con la Polonia. Secondo una fonte militare, l&#8217;operazione sarebbe stata sospesa poiché gli Stati Uniti non stanno proseguendo l&#8217;installazione dei loro sistemi di difesa antimissilisitici nell&#8217;Europa orientale. Non ci sono state conferme ufficiali della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La Russia ha interrotto l&#8217;installazione di missili Iskander nel territorio di Kaliningrad (che a vita mi ostinerò a chiamare Königsberg), al confine con la Polonia<span id="more-2245"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo una fonte militare, l&#8217;operazione sarebbe stata sospesa poiché gli Stati Uniti non stanno proseguendo l&#8217;installazione dei loro sistemi di difesa antimissilisitici nell&#8217;Europa orientale. Non ci sono state conferme ufficiali della notizia, ma lunedì il neopresidente degli Stati Uniti Barack Obama e quello russo Dmitrij Medvedev avevano avuto una lunga conversazione telefonica.</p>
<p style="text-align: justify">Da canto mio, sospetto fortemente che la mossa russa sia anche dettata dal drastico calo del prezzo del petrolio negli ultimi mesi. Ovvero dai minori introiti e conseguentemente dalla minora possibilità di sostenere il riarmo da parte di Mosca.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/un-missile-iskander-russo.jpg"><img class="size-full wp-image-2246" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/un-missile-iskander-russo.jpg" alt="Un missile Iskander russo" width="280" height="350" /></a></dt>
<dd>Un missile Iskander russo</dd>
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		<title>Polo Sud, riparte la sfida fra Gran Bretagna e Norvegia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 06:12:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Antartide sarà di nuovo, a quasi un secolo di distanza, gelido scenario di scontro fra esploratori britannici e norvergesi. Nel 1911, infatti, la medesima sfida costò la vita al capitano Robert Falcon Scott ed ai suoi quattro compagni d&#8217;avventura, stremati dal gelo e dalla fatica, nonché anche dalla terribile delusione per essere stati preceduti di poco [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;Antartide sarà di nuovo, a quasi un secolo di distanza, gelido scenario di scontro fra esploratori britannici e norvergesi. Nel 1911, infatti, la medesima sfida costò la vita al capitano Robert Falcon Scott ed ai suoi quattro compagni d&#8217;avventura, stremati dal gelo e dalla fatica<span id="more-1468"></span>, nonché anche dalla terribile delusione per essere stati preceduti di poco nella conquista del Polo Sud dalla rivale spedizione scientifica del norvegese Roald Amundsen (14 dicembre 1911 l&#8217;arrivo degli scandinavi, 18 gennaio 1911 quello dei britannici).</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/roald-amundsen-1872-1928.jpg"><img class="size-full wp-image-1595" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/roald-amundsen-1872-1928.jpg" alt="Roald Amundsen (1872-1928)" width="233" height="350" /></a></dt>
<dd>Roald Amundsen (1872-1928)</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify">Pur rispettando la tempra dell&#8217;eroe, i britannici hanno sempre rimproverato a Scott una certa qual scarsa cura nello studio dell&#8217;impresa antartica, accusando parimenti di scorrettezza Amundsen, che avrebbe tenuto nascosto fino all&#8217;ultimo il suo reale obiettivo, la conquista del Polo Sud, appunto.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, a distanza di 98 anni, sei equipaggi, ognuno composto di tre uomini, hanno deciso di sfidarsi in una nuova corsa verso l&#8217;Antartide. La gara è stata chiamata Amundsen Omega3 South Pole Race e parte oggi per dislocarsi lungo un percorso di circa 1.000 chilometri, con temperature che arriveranno anche a 50 gradi Celsius.</p>
<p style="text-align: justify">I novelli Amundsen e Scott avanzeranno camminado, aiutati solo da sci e trainando con delle slitte tutto l&#8217;occorrente per poter sopravvivere, in ricordo del tragico errore del britannico, che, ignorando il consiglio di chi gli aveva detto di portare sono cani di razza adeguata, utilizzò motoslitte che si bloccarono per il freddo e dei pony che (ovviamente!) morirono gelati.</p>
<p style="text-align: justify">La fine eroica della sfortunata spedizione britannica è stata poi eternata da una splendida frase scritta da uno dei componenti. Certo di stare ormai per morire, Lawrence Oates abbandonò la tenda per dare ai compagni la possibilità di cibarsi anche delle sue razioni. Lascio un memorabile biglietto: «Sto soltanto uscendo,  potrebbe volerci un po&#8217; di tempo».</p>
<p style="text-align: justify">Quanto agli attuali avventurieri, vi è un analista finanziario della Borsa di Londra, vari diversi ex Royal Marines (come Scott) ed un medico che dopo aver rischiato di morire per una grave malattia vuole affrontare una prova così dura.</p>
<p style="text-align: justify">Fra i britannici, vi è anche Marc Pollock, un ex atleta 32enne cieci da dieci anni che sarà guidato da un compagno.</p>
<p style="text-align: justify">I norvegesi sono invece tutti militari specialisti di sci di fondo.</p>
<p style="text-align: justify">Una curiosità finale: per camminare 12 ore al giorno a meno 50 gradi per la bellezza di 15 miglia ogni giorno il dispendio energetico calcolato è di circa 12.000 calorie al giorno, quelle che ingerisce il mitico nuotatore statunitense Michael Phelps per i suoi allenamenti da &#8220;cannibale&#8221; di ori olimpici &#8230;</p>
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<dd>Il Polo Sud</dd>
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		<title>Polo Nord e Spazio, le nuove frontiere geopolitiche</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 18:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflettendo sulla fin qui ben riuscita avventura lunare di New delhi, notavo l&#8217;ormai pressante necessità, soprattutto da parte di India e Cina, di rintracciare ed eventualmente andare a prendere sul nostro satellite quelle risorse che sulla Terra sono ormai di sempre più difficile acquisizione. La possiblità, che nei decenni futuri si rivelerà sempre più concreta, di inviare missioni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Riflettendo sulla fin qui ben riuscita avventura lunare di New delhi, notavo l&#8217;ormai pressante necessità, soprattutto da parte di India e Cina, di rintracciare ed eventualmente andare a prendere sul nostro satellite quelle risorse che sulla Terra sono ormai di sempre più difficile acquisizione<span id="more-1490"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La possiblità, che nei decenni futuri si rivelerà sempre più concreta, di inviare missioni robotiche o umane fuori dal nostro pianeta per prelevare minerali ed eventuali idrocarburi, nel lungo periodo sposterà quindi nello Spazio lo scontro geopolitico.</p>
<p style="text-align: justify">Già nei decenni scorsi avevamo assistito alla corsa di Usa e Urss alle stelle, ma era più che altro propaganda, tant&#8217;è che, arrivati per primi (ed unici) sulla Luna, gli americani, popolo giovane con notevoli difficoltà a pensare il lungo periodo (e talora anche il medio), mica hanno saputo bene che cosa fare del satellite &#8220;conquistato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Avessero pensato nel 1969 all&#8217;eventualità di una colonia lunare oggi sarebbero quarant&#8217;anni avanti ai competitor. Ed invece faticano a rimettere in piedi un realistico programma lunare. Anche se, sia chiaro, sono pur sempre i migliori al mondo, con la Nasa che credo sia da considerare l&#8217;orgoglio supremo dell&#8217;intera specie umana.</p>
<p style="text-align: justify">Poi lo scontro si è spostato sul &#8220;terreno&#8221; del posizionamento dei satelliti, sia di quelli spia che di quelli eventualmente in grado d&#8217;essere rapidamente riprogrammati per colpire dall&#8217;alto dei bersagli.</p>
<p style="text-align: justify">Ora la competizione muta radicalmente natura e si ripropone quale corsa all&#8217;elio-3 (indispensabile per le centrali atomiche che India e Cina hanno in mente di creare nei prossimi anni) o, più in generale, quale corsa alle risorse sfruttabili, sulla Luna, su Marte e dove sarà progressivamente possibile arrivare. </p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, occorre lungimiranza e visione d&#8217;insieme per approntare programmi costosissimi che daranno frutti tangibili solo alle generazioni future di una Nazione. Non è un caso, quindi, che proprio quei Paesi (tipo Cina ed India) per tradizione più in grado di altri di guardare lontano e pianificare il Destino dei propri popoli su scala secolare stiano investendo sempre più nel settore aerospaziale.</p>
<p style="text-align: justify">Come, per inciso, non è certo casuale che le sole due realtà millenarie dell&#8217;Occidente, la Santa Sede ed Israele (giovane come Stato, ma antichissimo come Popolo), per quanto piccoli, con la Specola Vaticana e con l&#8217;Israel Space Agency, mostrino una grande attenzione nel monitorare il Cosmo, pur essendo assolutamente evidente, soprattutto per il Vaticano, l&#8217;assenza di un rientro immediato di queste ricerche.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, ormai cresce sempre più il numero degli esperti che vanno considerando l&#8217;intero sistema solare quale nuova frontiera geopolitica, frontiera che diverrà nei decenni progressivamente sempre più realistica, trasformandosi, nel lungo periodo, nella più importante.</p>
<p style="text-align: justify">Nel frattempo, qui sulla Terra un ruolo sempre più centrale sta assumendo il Polo Nord, area che, nel breve-medio periodo invece, diverrà il vero nodo geopolitico con il quale confrontasi, con la Russia a caccia del petrolio artico e Danimarca, Norvegia e Canada a tentare di far valere le proprie ragioni in sede Onu.</p>
<p style="text-align: justify">Polo Nord e Spazio, quindi, quali nuovi &#8220;Great Games&#8221;. Altro che Iraq ed Afghanistan.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/chesley-bonestell-saturn-seen-from-titan-1944.jpg"><img class="size-full wp-image-1521" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/chesley-bonestell-saturn-seen-from-titan-1944.jpg" alt="Chesley Bonestell, 'Saturn seen from Titan', 1944" width="350" height="278" /></a></dt>
<dd>Chesley Bonestell, &#8216;Saturn seen from Titan&#8217;, 1944</dd>
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<p style="text-align: center"> </p>
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		<title>La caccia alle risorse sposta nello Spazio il gioco geopolitico</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 22:02:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sonda indiana Chandrayaan-1, che ruota attorno alla Luna dall&#8217;8 novembre, ha trovato sul satellite una vasta miniera di ferro. Per inciso, la scoperta è anche frutto di uno strumento scientifico americano che la sonda utilizza, il Moon Mineralogy Mapper (M3), uno spettrometro della Nasa con il quale gli americani intendono creare una accurata mappa delle risorse minerali del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La sonda indiana Chandrayaan-1, che ruota attorno alla Luna dall&#8217;8 novembre, ha trovato sul satellite una vasta miniera di ferro<span id="more-1479"></span>. Per inciso, la scoperta è anche frutto di uno strumento scientifico americano che la sonda utilizza, il Moon Mineralogy Mapper (M3), uno spettrometro della Nasa con il quale gli americani intendono creare una accurata mappa delle risorse minerali del nostro satellite, ad integrazione della precedenti indagini delle sonde Clementine (di proprietà del Dipartimento della Difesa statunitense) e Lunar Prospector.</p>
<p style="text-align: justify">Sulla Luna, nella regione orientale Basin, l&#8217;M3 ha rilevato una notevole presenza di pyroxene, ossia di minerali di ferro sotto la forma di sferette. Lo strumento del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, ideato a Pasadena (California) permette di rilevare con una risoluzione assai alta la presenza di minerali, valutandone anche la distribuzione e la quantità presente su suolo e sottosuolo.</p>
<p style="text-align: justify">In questa sua missione lunare, sostanzialmente alla ricerca di elio-3, indispensabile per la prossima generazione di centrali nucleari, oltre a della sua tecnologia, l&#8217;India utilizza tutta una serie di apparecchiature fornite da altri Paesi (Unione Europea, Usa e Bulgaria).</p>
<p>Chandrayaan-1, che era stata lanciata il 22 ottobre scorso dal poligono indiano di Sriharikota, nel golfo del Bengala, era entrata nell&#8217;orbita lunare, a cento chilometri di altezza, dopo 18 giorni. Un bel successo per gli scienziati indiani, non c&#8217;è che dire.</p>
<p style="text-align: justify">Ora New Delhi intende continuare nell&#8217;esplorazione del satellite spedendo altre due sonde per ottenere dei campioni di minerali da studiare comodamente sulla Terra. Dopo di che l&#8217;Indian Space Research Organisation punterà apertamente ad una spedizione umana, in competizione con Pechino e con gli Usa, che vorrebbero ritornare sulla Luna con degli uomini, per cominciare a costruire un primissimo avamposto coloniale.</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, la ricerca di elio-3 sul satellite, il ritrovamemnteo casuale di una miniera di ferro e il desiderio di mappare le risorse lunari la dice lunga sulla prossima sfida dell&#8217;uomo nello spazio. Rinvenire e prevelare ove possibile le materie prime che sulla Terra cominciano a scarseggiare.</p>
<p style="text-align: justify">E così, il gioco geopolitico del futuro di medio periodo si sposta fra le stelle, nello Spazio magari non tanto profondo, ma pur sempre Spazio. Oggi, ad esempio, sembra impossile andare a prelevare gli idrocarburi presenti su Titano, ma nel giro di 50-70&#8242;anni non è escluso che possa essere tecnicamente alla nostra portata. Ed il sistema solare sarà colonizzato almeno da robot minatori. Se non da uomini predatori &#8230;</p>
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		<title>Geopolitica dello Spazio</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Nov 2008 11:32:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;allunaggio indiano di ieri è un&#8217;ottima occasione per riproporre un mio breve saggio sulla geopolitica dello Spazio apparso a metà 2006 sulla rivista di filosofia politica Behemoth. Eccolo di seguito riportato. Sono passati secoli dai deliri onirici di Wan Hu, un funzionario del Celeste Impero che nel 1500 ideò un rudimentale sistema di razzi propellenti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify"><em>L&#8217;allunaggio indiano di ieri è un&#8217;ottima occasione per riproporre un mio breve saggio sulla geopolitica dello Spazio apparso a metà 2006 sulla rivista di filosofia politica </em>Behemoth<em>. Eccolo di seguito riportato.</em></p>
<p style="text-align: justify">Sono passati secoli dai deliri onirici di Wan Hu, un funzionario del Celeste Impero che nel 1500 ideò un rudimentale sistema di razzi propellenti che secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto spedirlo in orbita<span id="more-1098"></span>, ma l&#8217;interesse dei cinesi per lo Spazio non pare essere diminuito. E così, avendo oggi per la prima volta nella loro storia le possibilità materiali per mettere in piedi un vero programma spaziale, certo non intendono sprecare l&#8217;opportunità.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo la prima missione umana felicemente riuscita dell&#8217;ottobre 2003, il lancio dell&#8217;autunno 2005 della capsula spaziale cinese Shenzhou 6 (&#8220;Vascello Divino&#8221;) ha confermato la volontà della <strong>Cina</strong> postmaoista di essere ben presente nello Spazio, quasi a coronare l&#8217;attuale fase di impetuoso sviluppo della sua economia.</p>
<p style="text-align: justify">La missione è riuscita perfettamente ed è quindi comprensibile e giustificata l&#8217;euforia dei cinesi per il quasi perfetto rientro della capsula in una zona della Mongolia interna, ai margini del deserto del Gobi.</p>
<p style="text-align: justify">Lanciata da un poligono nella remota provincia del Gansu, la navicella, che ha viaggiato ad un&#8217;altezza di circa 350 chilometri dalla Terra, è una versione aggiornata di quella che nel 2003 portò nello spazio il primo astronauta cinese, il colonnello Yang Liwei. I due protagonisti dell&#8217;ultima missione, Fei Junlong, di 40 anni, e Nie Haisheng di 41, entrambi piloti militari, durante la permanenza nello spazio si sono più volte collegati in diretta con la televisione di Stato di Pechino.</p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-5692" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/11/Wan-Hu.png" alt="Il &quot;tentativo&quot; di decollo verso lo spazio di Wan Hu in un'antica raffigurazione cinese" width="483" height="509" /></dt>
<dd>Il &#8220;tentativo&#8221; di decollo verso lo spazio di Wan Hu in un&#8217;antica raffigurazione cinese</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: justify">I due sarebbero stati scelti dall&#8217;ente spaziale cinese dopo una durissima serie di prove di selezione fra i 14 migliori piloti che l&#8217;aeronautica sta preparando per le missioni spaziali della Repubblica Popolare. Secondo le note biografiche ufficiali diffuse alla stampa dall&#8217;agenzia Nuova Cina, Fei, prima di optare per la carriera militare, aveva evidenziato profonde tendenze artistiche (era un pittore). Di contro, Nie è invece un concretissimo e taciturno militare, noto nel suo ambiente per un freddissimo e spettacolare atterraggio di fortuna effettuato nel 1992.</p>
<p style="text-align: justify">I dettagli delle missioni spaziali cinesi sono sempre top secret, ma si sa che i due taikonauti (in mandarino &#8220;astro&#8221; si dice taiko&#8221;) hanno collaudato quello che è l&#8217;embrione della futura base spaziale di Pechino.</p>
<p style="text-align: justify">Scopo della missione era anche studiare il comportamento umano in vista dello sbarco sulla Luna, considerato come questo sia ormai il dichiarato obiettivo a medio termine dei cinesi. Entro i prossimi cinque anni, infatti, la Repubblica Popolare intende cominciare la costruzione di una sua stazione orbitale ed inviare una missione con equipaggio umano sul satellite terrestre.</p>
<p style="text-align: justify">La Cina è quindi la terza nazione al mondo dopo Stati Uniti e Russia a spedire degli uomini in orbita e questo non è certo un caso. Da anni lo sviluppo di Pechino sembra davvero inarrestabile ed un parallelo incremento delle sue capacità nel settore militare ed in quello spaziale non deve stupirci più di tanto. Del resto, anche il Giappone, l&#8217;India e l&#8217;Unione Europea stanno da tempo portando avanti programmi spaziali di grande fascino, ma la Cina oggi dispone di fondi molto più ricchi ed ha inoltre la granitica volontà di perseguire i suoi obiettivi di grandeur.</p>
<p style="text-align: justify">E le altre nazioni come stanno muovendosi? Qual è lo stato dell&#8217;arte, per così dire, dei programmi spaziali delle principali potenze politico-economiche del pianeta?</p>
<p style="text-align: justify">Dicevamo dei piani di Giappone, India ed Unione Europea. Progetti grandiosi per certi versi, ma ancora ad uno stadio poco più che embrionale.</p>
<p style="text-align: justify">Il <strong>Giappone</strong> avrebbe in linea teorica il know-how per mettere su un programma di tutto rispetto, ma in realtà questo non riesce a decollare. Gli investimenti sono infatti risultati insufficienti, la sudditanza psicologica nei confronti di Washington si è rivelata un freno innestato e di errori strategici non ne sono certo mancati.</p>
<p style="text-align: justify">In tal modo, il Giappone ha buttato alle ortiche un immenso patrimonio tecnologico ed ora si ritrova costretto ad inseguire la Cina. In tale ottica, non è da escludere il lancio di astronauti nello Spazio, se non nel breve, almeno nel medio termine.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;evolversi della vicenda nordcoreana, inoltre, spinge Tokio a dotarsi di adeguati satelliti militari ed anche a questo scopo urge che il programma spaziale giapponese sia rivitalizzato quanto prima.</p>
<p style="text-align: justify">Nonostante l&#8217;attuale fase di riavvicinamento geopolitico, un grande avversario della Cina in questa corsa alle stelle che stiamo vivendo è l&#8217;<strong>India</strong>, che ha inaugurato il suo programma spaziale nel 1969 sotto la guida di Vikram Sarabhai, fondatore dell&#8217;Indian Space Research Organisation (Isro) di Bangalore.</p>
<p style="text-align: justify">Anche l&#8217;India ha nei suoi programmi una missione lunare, ma i problemi tecnici non mancano. Il Paese oggi gode di ottima fama quale produttore di satelliti per lo sviluppo (ne ha sette, che immagazzinano dati utili all&#8217;economia) e meteorologici, ma far giungere una navicella con equipaggio umano sulla Luna è ben altro affare.</p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-5697" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/11/space_chandrayani1.jpg" alt="Il piano per la missione lunare indiana" width="650" height="460" /></dt>
<dd>Il piano per la missione lunare indiana</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: justify">L&#8217;attuale presidente dell&#8217;Isro, G. Madhavan Nair, è ben consapevole di quanto l&#8217;impresa possa risultare ardua da affrontare con le sole proprie forze e New Delhi sta quindi stringendo accordi con alcuni partner, in primo luogo con Mosca.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;eventuale collaborazione dovrebbe condurre ad una missione lunare con la Russia fornitrice della tecnologia missilistica e l&#8217;India produttrice della navicella. Come data per lo sbarco si è a lungo vociferato il 2007, ma evidentemente è impossibile che New Delhi giunga sul satellite entro così breve tempo.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;<strong>Unione Europea</strong>, da canto suo, ha dei progetti in proprio, portati avanti dall&#8217;European Space Agency (Esa), ma soprattutto è impegnatissima nella Stazione Spaziale Internazionale (Iss), il più ambizioso programma di cooperazione in campo scientifico e tecnologico mai intrapreso.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Iss deriva da un progetto della Casa Bianca datato 1984, quando l&#8217;allora presidente americano Ronald Reagan chiese ai capi di Stato europei di far parte di un programma spaziale comune. Nel 1988 è stato firmato il primo accordo intergovernativo tra Canada, Giappone, Stati Uniti e i dieci Paesi europei che compongono l&#8217;Esa (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Spagna, Svezia e Svizzera).</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1997 si è aggiunta la Federazione Russa, che ha portato in dote l&#8217;immensa competenza sovietica in materia di ricerca spaziale. La stazione internazionale sarà la futura casa dell&#8217;uomo nel Cosmo e la partecipazione dell&#8217;Esa al progetto dà la possibilità all&#8217;Unione Europea di ritagliarsi un posto davvero di rilievo nella geopolitica dello Spazio che va progressivamente delineandosi.</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5699" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/11/space_international_space_station.jpg" alt="La Stazione Spaziale Internazionale" width="294" height="288" /></dt>
<dd>La Stazione Spaziale Internazionale</dd>
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<p style="text-align: justify">Di grande interesse sono poi i programmi spaziali di due outsider del settore, il Brasile e la Malesia. Può sembrare strano che un Paese in via di sviluppo e con una povertà ancora assai diffusa come il Brasile impegni ingenti risorse in un programma spaziale, ma nell&#8217;ottica di Brasilia è normalissimo.</p>
<p style="text-align: justify">Da decenni le autorità brasiliane sono determinate nel portare avanti un progetto di <em>grandeza nacional</em> che il presidente laburista Ignacio Lula da Silva ha confermato in pieno. Il <strong>Brasile</strong> contemporaneo ha delle aspirazioni geopolitiche da non sottovalutare affatto e secondo Samuel Huntington il Paese, se non fosse per la difficoltà rappresentata dal parlare portoghese in un subcontinente omogeneamente ispanofono (difficoltà comunque non insormontabile), nel medio periodo sarebbe destinato a divenire lo Stato guida dell&#8217;area.</p>
<p style="text-align: justify">Fondamentali sono per il Brasile le partnership strategiche, soprattutto con la Nasa e le agenzie spaziali di Cina, India, Russia e Sud Africa. Dopo alcuni gravi insuccessi (i due lanci fallimentari del 2 novembre 1997 e dell&#8217;11 dicembre 1999, nonché il gravissimo incidente nella stazione di lancio di Alcantara il 22 agosto 2003, nel quale morirono 21 persone), Brasilia procede ora con estrema cautela, affidandosi sempre più all&#8217;esperienza di chi da decenni naviga nello Spazio.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo le ultime indiscrezioni, ad esempio, avrebbe chiesto a Mosca di far fare le ossa ai suoi cosmonauti. Al prezzo di 20 milioni di dollari, prezzo &#8220;di favore&#8221; deciso da Vladmir Putin, il primo astronauta brasiliano sarà ospitato per una decina di giorni sulla Soyuz e sulla stazione spaziale. Caro come biglietto, ma sempre meglio che continuare a sprecare soldi e &#8211; soprattutto &#8211; vite come accaduto ad Alcantara.</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto riguarda i malesi, invece, è evidente che le immense Petronas Towers non bastano più e Kuala Lumpur ora vuole addirittura raggiungere la Luna.</p>
<p style="text-align: justify">Per anni la <strong>Malesia</strong> ha detenuto il record dell&#8217;edificio più alto del mondo, le avveniristiche Petronas Towers della capitale, che con i loro 452 metri risultano oggi seconde solo al nuovissimo grattacielo denominato Taipei 101 di Taiwan, 509 metri di sofisticata tecnologia a testimoniare la ricchezza e lo sviluppo della Cina nazionalista.</p>
<p style="text-align: justify">Perso a vantaggio di Taiwan il primato della costruzione più alta del pianeta, gli esuberanti malesi stanno quindi programmando un&#8217;altra avventurosa operazione che, qualora fosse coronata da successo, consacrerebbe definitivamente Kuala Lumpur potenza economica di rilievo nel mondo intero.</p>
<p style="text-align: justify">Entro il 2020 la Malesia intenderebbe giungere sulla Luna con un equipaggio umano. La Nasa si è dichiarata assai scettica, ma certo non manca ai malesi il denaro per compiere l&#8217;impresa.</p>
<p style="text-align: justify">Assai diversa è invece la situazione russa. <strong>Mosca</strong> ha un immenso patrimonio di conoscenze tecniche, una competenza seconda solo a quella americana, ma non ha più fondi. I pochi soldi a disposizione del governo servono per riammodernare l&#8217;arsenale atomico e ben poco rimane per la ricerca spaziale. Mosca è quindi destinata ad un brusco ridimensionamento delle sue ambizioni cosmiche, ma non disperderà certo il suo know-how, tutt&#8217;altro. Lo metterà a disposizione di terzi ed affitterà e venderà anche talune strutture, come le navicelle Soyuz, che fanno assai gola a Washington.</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5700" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/11/space_baikonur_cosmodrome.jpg" alt="Il cosmodromo di Baikonur, in Kazakhistan, durante la guerra fredda cuore del programma spaziale sovietico" width="400" height="300" /></dt>
<dd>Il cosmodromo di Baikonur, in Kazakhistan, durante la guerra fredda cuore del programma spaziale sovietico</dd>
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<p style="text-align: justify">Non reputando più tanto sicuri i pur avanzati Shuttle, la Nasa vorrebbe acquistare le navicelle russe, ma l&#8217;affare potrebbe subire uno stop a causa dei persistenti legami di collaborazione fra gli scienziati atomici di Mosca e quelli di Teheran, legami per nulla graditi agli americani.</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, la Russia mantiene un ruolo di primissimo piano nella meravigliosa avventura della Stazione Spaziale Internazionale, nella quale, smantellata nel 2001 la mitica Mir (termine che in russo vuol dire &#8220;Pace&#8221;) dopo 15 anni di onorato servizio, sta profondendo energie e rinnovato entusiasmo.</p>
<p style="text-align: justify">E giungiamo quindi alla <strong>Nasa</strong>. L&#8217;ente spaziale americano (la cui denominazione per esteso è National Aeronautics and Space Administration) intenderebbe ritornare sulla Luna quanto prima grazie ad un nuovo programma di esplorazione dal costo di 104 milioni di dollari.</p>
<p style="text-align: justify">Lo ha recentemente annunciato Michael Griffin, il direttore dell&#8217;agenzia spaziale, spiegando che dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione da parte della Casa Bianca è tutto pronto per realizzare il progetto che nel 2018/2020 dovrebbe portare quattro astronauti sulla Luna.</p>
<p style="text-align: justify">Il viaggio dovrebbe avvenire a bordo di una capsula lanciata da un nuovo razzo, che manderà il pensione le attuali navette a partire dal 2010. L&#8217;ultima spedizione sul nostro satellite risale all&#8217;11 dicembre 1972, con Eugene Cernan e Harrison Schmitt, e forse è proprio giunta l&#8217;ora di ritornare sulla Luna, se non altro per difendere il prestigio minacciato dagli ambiziosissimi piani cinesi (oltre che indiani e malesi).</p>
<p style="text-align: justify">Ma la missione del 2018 non sarebbe certo un episodio isolato, tutt&#8217;altro. Perché il più importante progetto della Nasa riguarda una vera e propria base lunare, primo passo per la colonizzazione del satellite. Entro il 2030 (stesso anno dell&#8217;annunciato sbarco americano su Marte) potrebbe quindi essere operativa una avveniristica base, alla cui costruzione parteciperanno anche le aziende italiane Alenia e Telespazio.</p>
<p style="text-align: justify">Ma la grossa novità nel settore è la joint venture appena annunciata nella Silicon Valley, ossia l&#8217;ingresso nella ricerca spaziale di <strong>Google</strong>, che lavorerà con la Nasa appunto con l&#8217;obiettivo di far ritornare gli Usa sulla Luna. L&#8217;azienda di Mountain View aprirà degli uffici all&#8217;interno del centro di ricerche californiano della Nasa, al cui fianco lavorerà in una ampia gamma di aree del settore high-tech, dalla ricerca di nuove soluzioni IT al data management, fino alle nanotecnologie.</p>
<p style="text-align: justify">La società di Larry Page e Sergey Brin è sempre più sulla cresta dell&#8217;onda, quindi, e questa alleanza con la Nasa la consacra davvero come l&#8217;astro indiscusso dell&#8217;informatica mondiale.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, con tutti i programmi in attività e le varie missioni pianificate, si può proprio parlare di corsa alle stelle. È una vera è propria bagarre quella che si è da qualche tempo scatenata nel Cosmo e a ben vedere le motivazioni ci sono tutte.</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5701" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/11/space_nasa_research_centers_in_usa.jpg" alt="Mappa dei centri di ricerca della Nasa negli Stati Uniti" width="520" height="350" /></dt>
<dd>Mappa dei centri di ricerca della Nasa negli Stati Uniti</dd>
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<p style="text-align: justify">Un accurato rapporto preparato da Wang Xiji della Chinese Academy of Sciences e reso noto dalla China News Agency sostiene che le strutture terrestri oggi utilizzate per il controllo di porzioni di Spazio non saranno più sufficienti nel prossimo futuro. Sarà quindi necessario costruire nuove piattaforme e prevedere la creazione di infrastrutture permanenti in orbita, dei veri micromondi. E nonostante un trattato delle Nazioni Unite stabilisca che ogni profitto materiale o beneficio derivante dalle missioni spaziali di qualsivoglia Nazione debba essere considerato patrimonio di tutto il pianeta, è indubbio che attraverso una forma di presenza stabile nello Spazio un dato Paese riuscirà di fatto ad estende il proprio territorio.</p>
<p style="text-align: justify">Pienamente consapevoli di ciò, alcuni Stati non intendono arretrare nei loro progetti di &#8220;espansione cosmica&#8221;, convinti, probabilmente a ragione, che conquistare porzioni di cielo sia una grossa opportunità per divenire almeno potenza regionale sulla Terra. Ecco spiegato, quindi, il motivo del diffuso interesse nella corsa alle stelle. Perché dal cielo, grazie a satelliti ed a stazioni orbitanti, si domina meglio il mondo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Apparso su <em>Behemoth</em>, a. XXI, n. 39, gennaio-giugno 2006, pp. 23-25<br />
con il titolo <em>Geopolitica dello Spazio</em></strong></p>
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		<title>La Russia cerca un nuovo ordine mondiale</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Aug 2008 12:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi permetto di riportare per intero un articolo tratto dal quotidiano spagnolo El País perché mi sembra finora, da quando è scoppiato il conflitto georgiano, l&#8217;analisi più equilibrata e lungimirante che abbia letto. Purtroppo non ho il tempo di tradurlo in italiano, ma con un po&#8217; di sforzo credo che si possa capire. Reportaje: El [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Mi permetto di riportare per intero un articolo tratto dal quotidiano spagnolo <em>El País</em> perché mi sembra finora, da quando è scoppiato il conflitto georgiano, l&#8217;analisi più equilibrata e lungimirante che abbia letto. Purtroppo non ho il tempo di tradurlo in italiano, ma con un po&#8217; di sforzo credo che si possa capire.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Reportaje: El conflicto del Cáucaso<br />
Rusia busca un nuevo orden mundial<br />
El pulso de Moscú a Occidente tiene un objetivo, cambiar las reglas de juego<br />
</strong>Pilar Bonet</p>
<p style="text-align: justify">Al reconocer la independencia de Osetia del Sur y Abjazia, Rusia se arriesga a un cierto nivel de aislamiento internacional. Pero encastillarse en la soledad no es el fin de la política ejercida por el tándem Dmitri Medvédev-Vladímir Putin.<span id="more-168"></span> Con pasos como éste o como la suspensión del tratado de armas convencionales en Europa (Cfe), lo que Rusia pretende es redefinir las reglas de su relación con Occidente; algo así como rebobinar el tiempo y corregir hábitos de comportamiento arraigados en los años noventa.</p>
<p style="text-align: justify">La propuesta del presidente Medvédev de convocar una conferencia de seguridad paneuropea se inscribe en ese contexto. A su manera, Rusia trata de recuperar las ideas que flotaban en la atmósfera de 1990 cuando los países de la Osce afirmaron en la Carta de París que &#8220;la era de la confrontación y la división de Europa ha terminado&#8221;. Para que tal cosa sea posible, y también por si no lo es, Moscú aspira a las mismas licencias en el derecho internacional que los norteamericanos se atribuyeron en los Balcanes y en Irak.</p>
<p style="text-align: justify">Moscú confía en sus recursos para capear el temporal de críticas. Además de hidrocarburos y materias primas, Rusia ofrece a Occidente la colaboración en la lucha antiterrorista en Afganistán, y por eso mantiene abierto el corredor de tránsito para la Alianza Atlántica. Rusia está interesada en el éxito de la operación antiterrorista aliada, porque si fracasa, sufrirá las consecuencias &#8220;de forma más aguda&#8221; que Occidente, ha manifestado Konstantín Kosachov, el jefe de la comisión de Exteriores de la Duma (Cámara baja del Parlamento), y sus palabras fueron un contrapunto al presidente iraní, Mahmud Ahmadineyad, que arremetió contra la política de Washington en Afganistán en presencia de Medvédev y durante la cumbre de la organización de Shanghai. Irán quiere ingresar en este club de Rusia, China y países centroasiáticos en el que es observador, pero Moscú lo mantiene a distancia, pues Teherán, Cuba o Bielorrusia no son del todo cómodas para la élite rusa actual, que tiene sus principales clientes de sus hidrocarburos en Europa; sus empresas, en las Bolsas de Nueva York o de Londres; sus cuentas corrientes, en bancos suizos, y sus hijos en colegios británicos.</p>
<p style="text-align: justify">Mijaíl Gorbachov y los artífices de la perestroika esperaban fundirse en el abrazo con Occidente que siguió a la caída del muro de Berlín. Pero, en lugar de la Casa Común Europea desde Vancouver a Vladivostok, que integrara a los países antes divididos por la guerra fría, el Kremlin vio cómo sus antiguos aliados del Pacto de Varsovia ingresaban en la Alianza Atlántica, una posibilidad que le estaba vedada, porque ni Rusia aceptaba el papel del Reino Unido y Francia frente a Estados Unidos, ni la Alianza quería que Moscú participara en la redefinición de sus nuevas normas. La actual fase de ampliación atlántica a Georgia y Ucrania incrementa la sensación de acoso y amenaza en Rusia, donde es muy profundo el sentimiento, cierto o no, de que Gorbachov y Yeltsin fueron engañados por los socios occidentales.</p>
<p style="text-align: justify">Según un sondeo del centro Levada, el 66% de la población cree que Occidente ha apoyado a Georgia para debilitar a Rusia y expulsarla del Cáucaso. Al explicar la posición del Kremlin esta semana, el primer ministro Putin rezumaba resentimiento hacia Ee Uu. El jefe del Gobierno llegó a acusar a la Administración republicana de haber instigado el ataque georgiano a los pacificadores rusos por motivos electorales (favorecer a John McCain). También contó que durante la inauguración de los Juegos Olímpicos de Pekín se dirigió a George Bush para que éste frenara al presidente georgiano, Mijaíl Saakashvili, pero el amigo norteamericano no respondió. El presidente de Kazajistán, Nursultán Nazarbáyev, avaló el relato de Putin.</p>
<p style="text-align: justify">Los orígenes de la guerra de los cinco días entre Georgia y Rusia, la mayor crisis internacional en el entorno pos-soviético, hay que buscarlos en 1991, cuando la Unión Soviética se fragmentó siguiendo los límites administrativos internos de las 15 repúblicas federadas, que en gran parte eran el producto de la política de corte y confección estalinista para controlar mejor el Estado. Con excepción de Ucrania, Bielorrusia y Rusia, miembros de la Onu desde 1945, las repúblicas ex soviéticas fueron admitidas en Naciones Unidas como Estados soberanos a partir de septiembre de 1991. Georgia fue la última en ingresar en julio de 1992, pero ya antes era un ente problemático con dos regiones sublevadas contra el intento de Tbilisi de privarlas de la autonomía de la que gozaron en época soviética.</p>
<p style="text-align: justify">La unanimidad de las dos Cámaras del Parlamento ruso en su apoyo a la independencia de Osetia del Sur y Abjazia fue un paso formal escenificado para justificar la decisión. Pero ni siquiera hubiera hecho falta, porque Putin y Medvédev tienen gran margen de maniobra. La popularidad del primero ha pasado del 80% al 83% de julio a agosto, y la del segundo, del 70% al 73%, y dos tercios de la población están a favor de arrebatarle Osetia y Abjazia a Georgia, según Leonid Sedov, del centro Levada (un 46%, por su incorporación a Rusia, y un 30%, por su independencia).</p>
<p style="text-align: justify">Para Moscú, Saakashvili es el Slobodan Milosevic del Cáucaso, y Abjazia y Osetia tienen tanto derecho a ser independientes como Kosovo. Putin aguijoneó a Occidente al referirse a los pacificadores holandeses que en 1995 dejaron que ocurriera la masacre de miles musulmanes a manos de los serbobosnios en Srebrenica. Putin contrapuso el comportamiento de los holandeses al de los pacificadores rusos que defendieron a los osetios, pero cabe preguntar si los rusos hicieron algo por impedir la venganza de los osetios en los pueblos georgianos de Osetia del Sur. La segregación étnica en Osetia del Sur es un hecho.</p>
<p style="text-align: justify">La presencia de las tropas rusas en el puerto georgiano de Poti (justificada por Moscú por razones de seguridad para evitar que fondeen buques con armamento) se interpreta en algunos medios occidentales como una prueba de la continuidad de la política imperial de la Urss. Para demostrar que su proceder responde a circunstancias concretas y no es un patrón de comportamiento, Moscú trata de forjar un acuerdo entre Moldavia y los separatistas del Transdniéster, pero Ígor Smirnov, el líder secesionista, se lo pone difícil al pretender el mismo derecho a la independencia que los abjazos y los osetios del sur.</p>
<p style="text-align: justify">Algunos temen que el próximo objetivo de Moscú sea Crimea, pero conviene tener en cuenta que fue Putin quien se empleó a fondo en abril de 2004 para que la Duma ratificara el acuerdo de fronteras con Ucrania, un documento por el que Rusia reconoce la integridad territorial de su vecino. Y lo hizo con la oposición de comunistas y nacionalistas del bloque Ródina, dirigido por el actual embajador en la Otan, Dmitri Rogozin, que se negaron a votar. Pero la partida que comenzó en 1991 no ha terminado, y tanto Ucrania como Occidente pueden contribuir aún con sus jugadas al verdadero desenlace de la saga soviética.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Apparso su <em><strong>El País</strong></em> di domenica 31 agosto 2008</p>
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		<title>Usa-Russia, la vera posta in gioco sono le risorse artiche</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 05:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vicenda caucasica che da oltre una settimana monopolizza l&#8217;attenzione del mondo ha riportato indietro di anni i rapporti fra Washington e Mosca. Ma ad onor del vero vi sono motivi più di peso per il deterioramento delle relazioni russo-americane, in primo luogo la corsa partita almeno dal 2005 per il controllo degl idrocarburi dell&#8217;area artica. Come ormai è [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">La vicenda caucasica che da oltre una settimana monopolizza l&#8217;attenzione del mondo ha riportato indietro di anni i rapporti fra Washington e Mosca. Ma ad onor del vero vi sono motivi più di peso per il deterioramento delle relazioni russo-americane, in primo luogo la corsa partita almeno dal 2005 per il controllo degl idrocarburi dell&#8217;area artica.<span id="more-47"></span> Come ormai è noto, infatti, sciogliendosi progressivamente il ghiaccio del Polo Nord si è dischiusa la possibilità di raggiungere le ingentissime riserve petrolifere sottomarine dell&#8217;area, scatenando quello che a mio avviso è il gioco geopolitico più delicato ed importante del futuro a medio e lungo termine.</p>
<p align="justify">La conquista diplomatica di porzioni quanto più vaste possibili di Mare Artico è una partita che coinvolge molti altri soggetti, fra cui il Canada, la Danimarca (che dalla disputa internazionale inerente la Dorsale di Lomonosov potrebbe uscire come uno dei principali produttori al mondo di petrolio) e la Norvegia, ma i colossi sono sempre Usa e Russia, intenti a &#8220;rinverdire&#8221; oggi una Guerra Fredda che sembrava definitivamente consegnata ai manuali scolastici.</p>
<p align="justify">Perché, ogni giorno che passa ne sono più convinto, la reale posta in gioco nel confronto sempre meno cortese fra americani e russi è il controllo delle risorse dell&#8217;Artico, risorse che potrebbero affrancare l&#8217;Occidente dalla dipendenza dal petrolio arabo ovvero confermare lo strapotere energetico russo. Il resto - tutto il resto, dalla crisi georgiana allo &#8220;scudo spaziale&#8221; - sono mere occasioni per mostrare i muscoli e sondare la robustezza della corda tirata. E dire che fino a qualche anno fa il disinteresse per la regione polare era tangibile. Ma, si sa, il petrolio muta sempre la prospettiva delle cose &#8230;</p>
<div class="shr-publisher-47"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Saakashvili-Saddam, il filo a stelle e strisce &#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2008 03:28:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ragionando sulle ultime, drammatiche vicende caucasiche mi viene in mente un parallelo ardito, quello fra l&#8217;odierna Georgia di Mikhail Saakashvili e l&#8217;Iraq di Saddam Hussein del 1991. Intendiamoci, non voglio assolutamente dare del dittatore al presidente georgiano, anche se a me, personalmente, non ha mai ispirato molta fiducia. Quando nel novembre del 2003, al culmine di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">Ragionando sulle ultime, drammatiche vicende caucasiche mi viene in mente un parallelo ardito, quello fra l&#8217;odierna Georgia di Mikhail Saakashvili e l&#8217;Iraq di Saddam Hussein del 1991.<span id="more-45"></span> Intendiamoci, non voglio assolutamente dare del dittatore al presidente georgiano, anche se a me, personalmente, non ha mai ispirato molta fiducia. Quando nel novembre del 2003, al culmine di un&#8217;aspra crisi interna, prese il posto dell&#8217;illuminato Eduard Shevardnadze, già ministro degli Esteri dell&#8217;Unione Sovietica a guida Gorbaciov, dissi (e scrissi? Non ricordo, mi pare di sì, ma non vorrei sbagliare &#8230;) che non mi sembrava l&#8217;uomo più adatto a comandare a Tbilisi. Le sue recentissime &#8220;leggerezze&#8221; mi sembra confermino in pieno le mie perplessità di allora.</p>
<p align="justify">Il parallelo con Saddam Hussein è presto spiegato: entrambi hanno per tempo avvertito Washington delle proprie intenzioni ed hanno interpretato il silenzio della Casa Bianca quale forma di assenso nei confronti dei propri progetti bellici. Ed entrambi hanno alla fine scelto di compiere un passo rivelatosi &#8211; anche se per motivi diversi &#8211; ben più lungo della propria gamba &#8230;</p>
<p align="justify">Nella primavera del 1990 il satrapo mesopotamico parlò a lungo con l&#8217;ambasciatore Usa a Baghdad &#8211; April Glaspie, una arabista di talento, prima donna americana a ricoprire l&#8217;incarico di capo missione in un Paese arabo - ma il diplomatico non comprese bene le intenzioni di Hussein e le riportò blandamente a Bush sr. L&#8217;Iraq, fino ad allora in buoni rapporti con gli Stati Uniti, si ritenne quindi &#8220;autorizzato&#8221; ad invadere il Kuwait, cosa che fece nell&#8217;agosto del 1990. Da lì in avanti le ripetute guerre e crisi nell&#8217;area, fino alla capitolazione definitiva del regime degli Hussein nel marzo del 2003.</p>
<p align="justify">A Saakashvili deve più o meno essere accaduta la stessa cosa, nel senso che un certo atteggiamento Usa è stato senza dubbio (male?) interpretato dal presidente georgiano come promessa di un consistente appoggio (anche bellico?) americano nel caso in cui a Tbilisi si fosse deciso di &#8220;chiudere&#8221; la partita in Ossezia del Sud <em>manu militari</em>. Bush jr si è mostrato fino troppo accondiscendente con Saakashvili nei mesi scorsi ed il risultato è questa guerra lampo che ha visto la Russia di Putin avanzare rapidamente in territorio georgiano, con il Cremlino incredulo di fronte a cotanta opportunità della Storia, e l&#8217;America colta (per l&#8217;ennesima volta) in contropiede e superata quanto a capacità diplomatiche dalla Francia di Sarkozy e (clamoroso a Bruxelles!) financo dall&#8217;Unione Europea, in genere al rimorchio di chiunque in simili frangenti &#8230;</p>
<p align="justify">Intanto da Mosca fanno sapere che appoggeranno qualsivoglia decisione dei separatisti (o unionisti, dipende dall&#8217;angolo di visuale da cui si osservano gli eventi) osseti. Il che vuol dire che Tbilisi deve prepararsi a &#8220;digerire&#8221; o una (nuova) Repubblica ostile ai confini o un altrettanto malvisto prolungamento dell&#8217;entità statale russa. Davvero stuzzicare la Federazione contando su di un improbabile apporto bellico americano è stato un grave, gravissimo errore di Saakashvili &#8230;</p>
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		<title>Firmata l&#8217;intesa Usa-Polonia per lo &#8220;scudo spaziale&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Aug 2008 18:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[BREAKING NEWS &#8211; Neanche a farlo apposta, quasi come una tempestiva replica alle dichiarazioni di Shevardnadze, proprio stasera Polonia e Stati Uniti hanno finalmente raggiunto e firmato l&#8217;intesa per l&#8217;installazione sul territorio polacco della base antimissile americana nell&#8217;ambito del progetto per il cosiddetto &#8220;scudo spaziale&#8221;. Pare che Washington abbia accettato la condizione di rinforzare la cooperazione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">BREAKING NEWS &#8211; Neanche a farlo apposta, quasi come una tempestiva replica alle dichiarazioni di Shevardnadze, proprio stasera Polonia e Stati Uniti hanno finalmente raggiunto e firmato l&#8217;intesa per l&#8217;installazione sul territorio polacco della base antimissile americana nell&#8217;ambito del progetto per il cosiddetto &#8220;scudo spaziale&#8221;. Pare che Washington abbia accettato la condizione di rinforzare la cooperazione militare tra i due Paesi, particolare che stava molto a cuore a Varsavia.</p>
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		<title>Georgia, una tragedia preparata a lungo</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Aug 2008 07:32:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;esercito russo ormai dilaga in Georgia e non è escluso che Vladimir Putin decida addirittura di entrare a Tbilisi, rinverdendo i &#8220;fasti&#8221; di Budapest &#8217;56 e Praga &#8217;68. L&#8217;ennesimo conflitto caucasico appare ai più come una follia evitabilissima. Ma gli uomini forti di Mosca e Tbilisi non l&#8217;hanno per nulla voluta evitare, tutt&#8217;altro, l&#8217;hanno preparata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">L&#8217;esercito russo ormai dilaga in Georgia e non è escluso che Vladimir Putin decida addirittura di entrare a Tbilisi, rinverdendo i &#8220;fasti&#8221; di Budapest &#8217;56 e Praga &#8217;68.<span id="more-44"></span><br />
L&#8217;ennesimo conflitto caucasico appare ai più come una follia evitabilissima. Ma gli uomini forti di Mosca e Tbilisi non l&#8217;hanno per nulla voluta evitare, tutt&#8217;altro, l&#8217;hanno preparata e rincorsa a lungo.</p>
<p align="justify">Scrive Franco Venturini sul <em>Corriere della Sera</em> di oggi: «Quando una guerra è nell&#8217;interesse dei potenziali contendenti, prima o poi scoppia. Da sei giorni, mentre sul terreno le ostilità continuano, russi e georgiani fanno a gara nel mostrarsi sorpresi dagli eventi e nell&#8217;attribuire ogni colpa alla parte avversa. Ma il loro è un tragico imbroglio. Da mesi i rapporti tra Mosca e Tbilisi erano arrivati al calor bianco. Da mesi si incrociavano provocazioni reciproche. Perché da mesi Georgia e Russia preparavano, nemmeno tanto in segreto, le loro opposte strategie: Mikhail Saakashvili voleva dimostrare che la piccola e democratica Georgia aveva bisogno di entrare nella Nato per non essere alla mercé del potente vicino, e sullo slancio sperava di recuperare il controllo dell&#8217;Ossezia del Sud; la Russia del tandem Putin-Medvedev inseguiva la prova contraria, intendeva sottolineare come la Georgia delle teste calde non potesse far parte dell&#8217;Alleanza e per ogni buon conto era pronta a far intendere a tutti il linguaggio dei suoi carri armati».</p>
<p align="justify">Analisi perfetta, non c&#8217;è che dire &#8230; Putin e Saakashvili fanno il loro gioco, considerando le vittime, anche quelle di casa propria, come un mero effetto collaterale giù preventivato. Pura <em>realpolitik</em> &#8230; Come sempre, raggelante &#8230;</p>
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		<title>Georgia-Russia, già oltre 2000 vittime</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 03:02:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pare che le vittime della guerra fra la Russia e la Georgia siano già oltre le 2.000. In appena 48 ore di conflitto aperto, sottolineo. Un conflitto così impari da lasciare sbalorditi gli osservatori per la davvero folle mancanza di cautela del presidente georgiano Mikhail Saakashvili, lanciatosi qualche giorno fa nell&#8217;incauta mossa di tentare di recuperare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">Pare che le vittime della guerra fra la Russia e la Georgia siano già oltre le 2.000. In appena 48 ore di conflitto aperto, sottolineo. Un conflitto così impari da lasciare sbalorditi gli osservatori per la davvero folle mancanza di cautela del presidente georgiano Mikhail Saakashvili<span id="more-42"></span>, lanciatosi qualche giorno fa nell&#8217;incauta mossa di tentare di recuperare l&#8217;Ossezia del Sud, quasi una No Man&#8217;s Land e di fatto indipendente dai primi anni Novanta.</p>
<p align="justify">Le truppe di Tbilisi hanno conquistato per un pugno di ore Tskhinvali, capitale della repubblica separatista, ma ad un prezzo altissimo. Subito sono intervenuti gli uomini della 58ª armata russa, di stanza poco distante, a Vladikavkaz, nell&#8217;Ossezia del Nord, territorio della Federazione. E l&#8217;<em>ordine</em> è stato riportato in brevissimo tempo, dando l&#8217;occasione al premier russo Vladmir Putin di &#8220;sanare&#8221; il vecchio conto con la Georgia. Tbilisi è stata pesantemente bombardata e piegata in poche ore ed a questo punto l&#8217;Ossezia del Sud, guidata da leader separatista Eduard Kokoity, o diverrà una microrepubblica indipendente o sarà annessa alla Federazione Russa.</p>
<p align="justify">In ogni caso, per la Russia del presidente Dimitri  Medvedev, <em>simulacro</em> del potentissimo Putin, vi sarà la possibilità di far sentire la propria ingombrante presenza lungo il tracciato dell&#8217;oleodotto Btc, l&#8217;unico che collega i giacimenti petroliferi del Mar Caspio alle coste della Turchia, bypassando la Federazione. Il che, per inciso, è il vero motivo del conflitto in corso &#8230;</p>
<p align="justify">Questo, intanto, rischia di allargarsi, coinvolgendo l&#8217;Abkhazia. La speranza è che non degeneri in una guerra pan-caucasica, in un tutti contro tutti che minerebbe la stabilità dell&#8217;intera area e preoccuperebbe enormemente Europa, Usa ed i relativi mercati.</p>
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		<title>Impeachment per Musharraf?</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 11:43:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La coalizione al potere in Pakistan sta per dare inizio alle procedure per l&#8217;impeachment del presidente Pervez Musharraf. A mio avviso è un grave, gravissimo errore. In un Paese ai limiti della guerra civile, con le lunghe zone di confine con l&#8217;Afghanistan in mano a tribù simpatizzanti di al-Qaeda e dei talebani, estromettere dal potere l&#8217;ex generale indebolirebbe sia la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">La coalizione al potere in Pakistan sta per dare inizio alle procedure per l&#8217;impeachment del presidente Pervez Musharraf. A mio avviso è un grave, gravissimo errore.<span id="more-40"></span> In un Paese ai limiti della guerra civile, con le lunghe zone di confine con l&#8217;Afghanistan in mano a tribù simpatizzanti di al-Qaeda e dei talebani, estromettere dal potere l&#8217;ex generale indebolirebbe sia la posizione del Pakistan che di Washington.</p>
<p align="justify">Non sarà un liberaldemocratico all&#8217;occidentale, ma Musharraf è forse l&#8217;unico argine alla follia islamista nell&#8217;area. Islamabad ha a disposizione un arsenale atomico che rischia di cadere nelle mani di bin Laden e l&#8217;unico in grado di tenere sotto controllo le pulsioni islamiste diffuse fra la gente e &#8211; cosa ben più grave &#8211; anche fra gli ufficiali delle Forze Armate e dell&#8217;Isi, l&#8217;Intelligence pakistana, è proprio Musharraf.</p>
<p align="justify">Destituirlo per me è una pazzia che può condurre l&#8217;intera area in un gorgo infernale in grado di risucchiare il mondo intero. Non esagero, basti pensare ad uno scenario con le testate nucleari pakistane in mano ad al-Qaeda &#8230; In pochi giorni il Kashmir sarebbe in fiamme e New Delhi dichiarerebbe guerra a Islamabad, perché l&#8217;India non può certo permettersi di subire un &#8220;first strike&#8221; che ucciderebbe milioni di persone &#8230; Da non dormirci la notte &#8230;</p>
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		<title>La Rep Pop a rischio separatismi</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Aug 2008 07:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;attentato di ieri (16 i morti) in un commissariato di Kashgar, nello Xinjiang, a quattro giorni dall&#8217;apertura delle Olimpiadi è un pessimo segnale. La polizia sospetta il gruppo terrorista Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim). Nei fatti, è praticamente certo che trattasi proprio del terrorismo separatista uiguro, negli ultimi anni pesantemente infiltrato da al-Qaeda. Lo Xinjiang [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">L&#8217;attentato di ieri (16 i morti) in un commissariato di Kashgar, nello Xinjiang, a quattro giorni dall&#8217;apertura delle Olimpiadi è un pessimo segnale.<span id="more-33"></span> La polizia sospetta il gruppo terrorista Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim). Nei fatti, è praticamente certo che trattasi proprio del terrorismo separatista uiguro, negli ultimi anni pesantemente infiltrato da al-Qaeda.</p>
<p align="justify">Lo Xinjiang è la regione nordoccidentale, a maggioranza musulmana, della Repubblica Popolare, una estesa area desertica al confine con le repubbliche centroasiatiche dell&#8217;ex Unione Sovietica che ospita circa 8 milioni e mezzo di uiguri, sempre più insofferenti verso il governo centrale di Pechino.</p>
<p align="justify">A questo punto non sono da escludersi altri clamorosi attentati durante le Olimpiadi. Come non è da escludersi che il terrorismo uiguro riesca a mettere un minimo in crisi il colosso cinese, che sul versante occidentale ha i suoi focolai indipendentisti più difficili da arginare. Tra l&#8217;altro, fra Tibet e Xinjiang si tratta di una considerevole porzione della Rep Pop. Dando una rapida occhiata alla carta geografica, infatti, risulta come le tensioni separatiste coinvolgano almeno un quarto del pur vastissimo territorio &#8220;cinese&#8221;. Sarà fantapolitica ipotizzare che tibetani ed uiguri raggiungano a breve l&#8217;indipendenza, ma la freccia della Storia a me pare che vada proprio in tale direzione &#8230;</p>
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		<title>Arctic Oil</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 04:39:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel mentre mercoledì 30 luglio a Reykjavik, capitale dell&#8217;Islanda, i meteorologi registravano la più alta temperatura (25.7° C) dal 1870 (solo nel 1939, in un&#8217;altra area dell&#8217;isola, erano stati raggiunti i 30.5 °C), in Canada una lastra di ghiaccio di 20 chilometri quadrati andava alla deriva nel Mare Glaciale Artico, come documentato dalle immagini del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">Nel mentre mercoledì 30 luglio a Reykjavik, capitale dell&#8217;Islanda, i meteorologi registravano la più alta temperatura (25.7° C) dal 1870 (solo nel 1939, in un&#8217;altra area dell&#8217;isola, erano stati raggiunti i 30.5 °C), in Canada una lastra di ghiaccio di 20 chilometri quadrati andava alla deriva nel Mare Glaciale Artico<span id="more-31"></span>, come documentato dalle immagini del satellite Radarsat-1. E sono state anche evidenziate profonde fratture nell&#8217;isola di Ellesmere, da cui l&#8217;enorme massa di acqua ghiacciata si è separata.</p>
<p align="justify">Gli scienziati (secondo i quali si tratta della più grande rottura dal 2005, quando la piattaforma di ghiaccio Ayles, estesa su 60 chilometri quadrati, si staccò sempre nei pressi di Ellesmere) temono ora che l&#8217;evento possa ripetersi a causa del riscaldamento delle acque. Pare infatti che vi siano nuove e pericolose fratture nella zona di Ellesmere ed oltre all&#8217;enorme lastra si sono staccati altri consistenti pezzi di ghiaccio, tra cui un segmento di circa 4 chilometri quadrati.</p>
<p align="justify">Personalmente non sono un accanito sostenitore della tesi del <em>global warming</em>, tutt&#8217;altro. Anche uno dei maggiori esperti al mondo in materia, Derek Mueller, un ricercatore della Trent University in Ontario, è molto cauto sul riscaldamento globale quale causa di quest&#8217;ultima frattura, anche se sottolinea come le attuali condizioni climatiche del pianeta non consentano certo la ricostruzione della calotta polare. Del resto, è dagli anni Trenta che l&#8217;enorme piattaforma di ghiaccio Ward Hunt (440 chilometri quadrati, vi apparteneva anche la lastra staccatasi in questi giorni) si rimpicciolisce progressivamente.</p>
<p align="justify">Al di là delle cause, che gli scienziati indagano spesso con opinioni assai diverse, il caso di Ellesmere evidenzia come il Polo Nord stia davvero progressivamente mutando il suo aspetto. Il che ha implicazioni geopolitiche di grande rilevanza. La possibilità di estrarre il petrolio che sta sotto la calotta polare, ovvero di utilizzare a fini strategici le nuove rotte ora navigabili, sta infatti infuocando le diplomazie dei Paesi artici (<a href="http://www.carlolore.it/io_febbre_al_polonord_1.htm">http://www.carlolore.it/io_febbre_al_polonord_1.htm</a>). Prima vi era solo ghiaccio di cui quasi nessuno rivendicava la sovranità. Ora stanno lottando strenuamente per il controllo dell&#8217;area. L&#8217;usuale potenza del petrolio &#8230;</p>
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		<title>Fareed Zakaria sull&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 04:02:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Newsweek]]></category>
		<category><![CDATA[Zakaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Fareed Zakaria è un influente intellettuale americano, direttore dell&#8217;edizione internazionale di Newsweek. Nel 2003, ha avvertito sui rischi di un mondo unipolare a guida Usa. Ora ha dato alle stampe un nuovo volume (L&#8217;era post-americana, in Italia in libreria a settembre per i tipi della Rizzoli) in cui paventa un mondo senza Occidente, con l&#8217;asse economico (e di conseguenza [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify">Fareed Zakaria è un influente intellettuale americano, direttore dell&#8217;edizione internazionale di <em>Newsweek</em>. Nel 2003, ha avvertito sui rischi di un mondo unipolare a guida Usa.<span id="more-24"></span> Ora ha dato alle stampe un nuovo volume (<em>L&#8217;era post-americana</em>, in Italia in libreria a settembre per i tipi della Rizzoli) in cui paventa un mondo senza Occidente, con l&#8217;asse economico (e di conseguenza politico) spostato ad Est e a Sud (Cina, India, Brasile e Turchia).</p>
<p align="justify">Ma è per il nostro Paese che Zakaria suona le campane a morto, parlando di un rischio Disneyland e di una società immobilista e corrotta da Terzo Mondo. Possiamo dargli torto? La ricetta per uscire dalla trentennale crisi? A suo dire un sistema elettorale bipartitico come quello americano (sic!) ed un premier forte sul modello britannico (doppio sic!). In ogni caso, per il filosofo di origini indiane è indispensabile che gli italiani facciano piazza pulita dell&#8217;attuale leadership. Facile a dirsi &#8230; Ma anche qui, come dargli torto?</p>
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		<title>War on Terror: la nuova strategia di Bush jr</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 07:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Baghdad]]></category>
		<category><![CDATA[Bush jr]]></category>
		<category><![CDATA[John Dimitri Negroponte]]></category>
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		<description><![CDATA[America 2007-2008: il dopo Rumsfeld, la nuova strategia Usa in Iraq e i cambi nei posti chiave della War on Terror Il 2007 è stato senza dubbio l’anno più importante per l’Iraq del dopo Saddam Hussein. Per la prima volta in tanto tempo, infatti, nonostante i terroristi di al-Qaeda continuino ad insanguinare il Paese con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p align="justify"><em>America 2007-2008: il dopo Rumsfeld, la nuova strategia Usa in Iraq e i cambi nei posti chiave della War on Terror</em></p>
<p align="justify">Il 2007 è stato senza dubbio l’anno più importante per l’Iraq del dopo Saddam Hussein. Per la prima volta in tanto tempo, infatti, nonostante i terroristi di al-Qaeda continuino ad insanguinare il Paese con stragi ed attentati, si è avuta la sensazione che ottenere un reale controllo del territorio da parte delle forze alleate e delle Autorità irachene sia possibile. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, quartiere dopo quartiere, i soldati, sia americani che locali, stanno progressivamente guadagnando spazi di vivibilità per la gente comune. La speranza è che tali progressi si consolidino sempre più, facendo raggiungere prima possibile al Paese mesopotamico accettabili standard di sicurezza.<span id="more-3"></span></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Ricostruire le mosse chiave della Casa Bianca dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni di mid-term del novembre 2006 può senz’altro essere utile per meglio comprendere il presente e l’eventuale futuro a medio termine dell’area. Per superare la lunga fase di stallo vissuta dall’Iraq sotto il governo di <strong>Nouri al-Maliki</strong> &#8211; entrato in carica nel maggio del 2006 e subito costretto ad estenuanti mediazioni fra le varie parti politiche &#8211; occorreva che <strong>George Walker Bush</strong> desse un segnale di svolta, che tentasse di diradare le nebbie che avvolgevano le scelte della Casa Bianca da troppo tempo. Il segnale è giunto, ed anche forte, con tutta una serie di nomine che hanno ridisegnato i vertici diplomatico-militari della cosiddetta <em>War on Terror</em>. Vedremo se nel lungo periodo sarà superata o meno la confusione che ha spesso regnato nel biennio 2005-2006. Di certo nel medio periodo si può affermare come almeno la presenza americana in Iraq sia molto più evidente, con i soldati che finalmente appaiono visibili per le strade delle grandi città come nei sobborghi e nei villaggi.<br />
Proviamo quindi ad analizzare da vicino il turn over che per oltre un anno ha coinvolto diplomatici, generali e capi dell’Intelligence in un “giro di valzer” che, nelle intenzioni di Bush jr, dovrebbe garantire il massimo supporto alle sue nuove opzioni strategiche post Rumsfeld.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Innanzitutto, <strong>John Dimitri Negroponte</strong> &#8211; nato a Londra nel 1939 da padre greco, ex ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite dal 2001 al 2004 ed a Baghdad dal 2004 a fine 2006, nonché fratello del più instancabile fra i cantori delle nuove tecnologie, <strong>Nicholas Negroponte</strong>, il guru del <em>being digital</em> &#8211; è passato dal ruolo delicatissimo di direttore della National Intelligence (assunto nel 2005, alla creazione della struttura di coordinamento dei servizi segreti Usa) a vice segretario di Stato. Da tempo, infatti, il posto di secondo di <strong>Condoleeza Rice</strong> era vacante, dopo che <strong>Robert Zoellick</strong> si era dimesso per tornare a lavorare a Wall Street, alla Goldman Sachs, prima di rientrare nel grande gioco politico accettando di divenire presidente della Banca Mondiale al posto del contestatissimo <strong>Paul Wolfowitz</strong>, travolto da uno scandalo nella primavera 2007. Robert Zoellick, ideologicamente un liberista reaganiano assai realista in politica estera, stile <strong>James Baker</strong>, non è mai stato troppo vicino né a Wolfowitz, né ai neoconservatori. Nonostante le difficoltà, ha presto imparato a districarsi nella non semplice situazione che involontariamente il suo predecessore gli ha lasciato in dote, cercando di ridare senso all’azione della Banca Mondiale.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Ritornando a Negroponte, in linea di principio, il suo incarico sulle rive del Potomac sarebbe stato da considerare un declassamento, ma certo insieme alla Rice il diplomatico specialista in missioni impossibili (da giovane fu al fianco di <strong>Henry Kissinger</strong> durante i colloqui di pace con il Vietnam, aiutando attivamente l’allora segretario di Stato anche grazie alla capacità di parlare un fluente vietnamita), sta gestendo al meglio la delicata fase di transizione irachena. In ogni caso, Negroponte è comunque tornato alla sua casa madre, per così dire, quel Dipartimento di Stato nel quale dal 1960 in avanti ha svolto quasi per intero la sua chiacchierata (durante gli anni di Reagan fu invischiato anche nello scandalo Contras), ma pur sempre più che brillante carriera internazionale.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">A coordinare i 16 servizi segreti a stelle e strisce (anche se, ad onor del vero, il numero delle agenzie americane che fanno Intelligence è sensibilmente più alto) al posto di Negroponte, Bush jr ha scelto l’ex ammiraglio <strong>John Michael McConnell</strong>, a capo della National Security Agency (Nsa) dal 1992 al 1996, sotto l’amministrazione di <strong>Bill Clinton</strong>, ma da molti dato per assai vicino al vice presidente <strong>Dick Cheney</strong>. Dalla sua centrale operativa con base nel palazzo della Defence Intelligence Agency (Dia), ad inizio gennaio 2007 McConnell ha seguito l’operazione americana di bombardamento di alcune basi di al-Qaeda in Somalia, joint-operation da manuale fra la Cia, il Pentagono ed altre agenzie. Un’integrazione quanto più reale possibile fra i vari servizi d’Intelligence degli Stati Uniti è del resto proprio il manifesto programmatico di McConnell, che in questo anno e mezzo di mandato ha fatto di tutto per creare una reale sinergia operativa fra le varie sigle, in passato purtroppo ben poco dialoganti fra loro.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Per quanto riguarda il versante militare, le novità più radicali della nuova strategia irachena della Casa Bianca nel biennio 2007-2008 scaturiscono direttamente dalle dimissioni di <strong>Donald Henry Rumsfeld</strong> da Segretario alla Difesa nel novembre 2006. Nel ruolo di capo delle attività militari Usa in Medio Oriente, il generale <strong>John Philip Abizaid</strong>, andato in pensione a maggio, è stato sostituito già a metà marzo 2007 dall’ammiraglio <strong>William Joseph Fallon</strong>. Come capo del Central Command regionale, però, secondo molti analisti Fallon non era proprio l’uomo più adatto a ricoprire l’incarico di Abizaid. Infatti, è un ammiraglio che si è ritrovato a coordinare la gestione di conflitti assolutamente terrestri, quali quelli in Iraq ed Afghanistan. Non essendosi dimostrato all’altezza del predecessore, Fallon &#8211; da più parti criticato anche per la sua posizione contraria ad un eventuale intervento militare in Iran &#8211; è stato rimosso nel marzo nel 2008, dopo un anno di lavoro abbastanza grigio. In attesa di un successore, è stato sostituito dal suo vice, il generale <strong>Martin Dempsey</strong>.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Il posto del generale <strong>George William Casey</strong> quale capo delle forze americane in Iraq è stato invece preso a fine gennaio 2007 dall’ottimo generale <strong>David Howell Petraeus</strong> &#8211; formazione militare a West Point e poi studi a Princeton ed un Phd in Relazioni internazionali &#8211; molto apprezzato a Mosul, dove ha assai ben operato nel corso degli ultimi anni. Per Petraeus, autore del manuale <em>Counterinsurgency</em> (“antiguerriglia”), le priorità sono state da subito una presenza capillare dei militari Usa nelle strade irachene, un uso più che deciso della forza contro i terroristi, la ricostruzione delle infrastrutture (all’uopo è stato nominato coordinatore delle attività di ricostruzione in Iraq l’ambasciatore <strong>Timothy Carney</strong>) e l’ottenimento del consenso della popolazione. Nonostante l’alta perdita complessiva di soldati Usa, le scelte di Petraeus in un anno e mezzo sembrano aver già sortito effetti positivi e di certo oggi, rispetto alla passata gestione, il controllo del territorio da parte delle forze alleate è sicuramente maggiore ed anche le morti, sia di militari americani che di civili iracheni, sono in calo (statisticamente, dal giugno 2007 a fine marzo 2008, la violenza etnica e settaria si è ridotta del 90%, le morte di civili sono diminuite del 70%, al pari delle perdite fra gli uomini della coalizione).</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">La sorte di Abizaid e Casey (che, per inciso, nonostante sia di circa tre anni più anziano di Abizaid, non è andato in pensione, ma da febbraio2007 è Capo di Stato Maggiore dell’Esercito) come generali operativi sul campo iracheno era di fatto segnata dall’arrivo di <strong>Robert Michael Gates</strong> a capo del Pentagono. I due alti ufficiali erano infatti gli interpreti in Iraq della teoria della presenza leggera di Rumsfeld, un segretario alla Difesa con idee fin troppo innovative, ottime in linea di principio, ma forse eccessivamente avanti nel tempo. Affrontare una guerra come quella in Iraq con l’approccio light ed ultra hi-tech di Rumsfeld ha rappresentato un atto di coraggio che già nel medio periodo si è però rivelato perdente (per tacere delle gravi difficoltà iniziali, con l’avanzata delle forze di terra verso Baghdad quasi bloccata da un tempesta di sabbia). Il nuovo capo del Dipartimento della Difesa Robert Gates &#8211; dall’agosto 1989 al novembre 1991 vice consigliere per la sicurezza nazionale a fianco del consigliere <strong>Bent Scowcroft</strong> e dal novembre del 1991 al gennaio del 1993 direttore della Cia &#8211; ed il suo vice con delega all’Intelligence militare <strong>James Clapper</strong>, il generale che ha sostituito <strong>Stephen Cambone</strong>, fedelissimo di Rumsfeld, hanno un’idea ben diversa della guerra, certo più tradizionale e meno futuristica di quella degli immediati predecessori. Una presenza dei militari Usa in Iraq ben più evidente che negli ultimi anni è già il tratto saliente del doppio cambio della guardia al Pentagono, che ha prodotto anche la sostituzione quale capo degli Stati Maggiori riuniti del generale <strong>Peter Pace</strong>, al cui posto è andato l’ammiraglio <strong>Michael Glenn Mullen</strong>, già capo delle operazioni navali.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Altra importante nomina di Bush jr nel quadro della <em>War on Terror</em> è arrivata a metà maggio 2007, con il generale <strong>Douglas E. Lute</strong> divenuto supervisore delle guerre in Afghanistan ed Iraq. Lute è ora il collegamento diretto fra i comandanti militari impegnati sui vari fronti, i diplomatici, il consigliere per la Sicurezza Nazionale <strong>Stephen Hadley</strong> e la Casa Bianca. Recepisce le richieste dei militari e si attiva concretamente per esaudirle in breve tempo. È, insomma, una sorta di “Zar della guerra”, un grande coordinatore a detta di alcuni senza troppa esperienza sul campo e nell’imbarazzante posizione di chi è costretto a dare ordini a dei propri superiori (è ancora un generale a tre stelle e molti suoi interlocutori invece di stelle ne hanno quattro). In ogni caso, la determinazione pare non gli faccia difetto.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Ai primi di giugno 2008 è poi arrivato il pensionamento per il generale <strong>Dan McNeil</strong>, dopo quarant’anni di servizio e sedici mesi di incarico a Kabul. Al suo posto come comandante delle forze alleate in Afghanistan è stato collocato il generale <strong>David McKiernan</strong>, che nel 2003 ha guidato l’avanzata verso Baghdad da comandante delle forze terrestri del Central Command.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Questi, quindi, i cambi e le nomine più importanti sul versante militare. E sul fronte diplomatico? Intanto <strong>Zalmay Khalilzad</strong>, neocon di fede musulmana sunnita, è ora ambasciatore americano all’Onu, in sostituzione del “falco” <strong>John Bolton</strong>, bocciato dal Senato Usa. Khalilzad, convinto sostenitore della dottrina Bush, è stato ambasciatore nell’Afghanistan post talebano (oggi l’uomo di Washington a Kabul è <strong>William Wodd</strong>) e poi a Baghdad, subito dopo Negroponte. Al suo posto è giunto nella capitale irachena, proveniente dalla caldissima Islamabad, <strong>Ryan Crocker</strong>, un veterano della diplomazia Usa fin dagli anni Settanta, ottimo conoscitore del mondo islamico, mentre in Pakistan è andata <strong>Anne W. Patterson</strong>, grintosa ambasciatrice reduce dalla direzione del Plan Colombia a Bogotà.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Più o meno completata la nuova squadra per la gestione del caos iracheno (perché è chiaro che sostituzioni ed aggiustamenti “in corsa” saranno sempre necessari), nell’ultimo anno il compito più arduo di George Walker Bush è stato quello di convincere l’America ed i suoi rappresentanti dell’opportunità di sostenere la nuova strategia della Casa Bianca. Già nel discorso sullo stato dell’Unione del 23 gennaio 2007 il presidente aveva chiesto al Congresso americano, a maggioranza democratica, di appoggiare il suo piano per l’Iraq. Secondo Bush jr, per riportare la calma nel martoriato Paese mesopotamico sarebbe stato necessario l’invio di altri 21.500 soldati statunitensi, un numero comunque di molto inferiore alle stime di alcuni esperti, come <strong>Frederick Kagan</strong> (fratello del più noto <strong>Robert Kagan</strong>) e <strong>Jack Keane</strong> (ex capo di Stato Maggiore dell’Esercito), che in un accurato studio sulla situazione irachena commissionato dall’American Enterprise Institute (<em>Choosing Victor. A Plan for Success in Iraq</em>) a metà dicembre 2006 chiedevano l’invio di altri 50.000 uomini.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Il fallimento della linea Rumsfeld-Abizaid-Casey ha quindi comportato un mutamento di rotta davvero radicale nelle scelte di Bush jr. Ricavato ben poco dall’approccio light, si è passati al tentativo di controllare realmente il territorio iracheno tramite un più alto numero di soldati statunitensi dislocati per le strade ed una loro maggiore propensione all’uso della forza. Secondo alcuni, però, sarebbe stato troppo tardi per recuperare i quasi quattro anni persi inseguendo l’utopia di Rumsfeld. In guerra tentare di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo (sia operativo che economico) rappresenta evidentemente una ben difficile quadratura del cerchio. Forse, più che difficile, impossibile. In ogni caso, la “cura Petraeus” pare stia comunque dando dei frutti più che concreti.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Il tenace militare di origini olandesi (sul quale si consiglia l’ottimo saggio di Daniele Raineri, <em>Il caso Petraeus. Il generale che ha cacciato al Qaida dall’Iraq</em>, i Libri del Foglio, Roma, 2008) sembra essere una perfetta incarnazione dell’ideale decisionista di Carl Schmitt. Nello stato oltremodo d’emergenza dell’Iraq odierno, Petraeus rappresenta ormai un imprescindibile punto fermo sia per la Casa Bianca (ha un rapporto diretto con Bush jr e lo informa almeno due volte a settimana sugli sviluppi dello scenario di guerra) che per il governo iracheno. Le sue operazioni militari (la Fardh al-Qanoon a Baghdad, la Phantom Thunder e la Phantom Strike, per fare alcuni esempi) hanno intanto conquistato zone dell’Iraq e della capitale del tutto off-limits fino al 2006.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Nel frattempo, a Washington, in attesa dell’esito delle elezioni del novembre prossimo, la maggioranza democratica al Congresso finora non ha avuto il coraggio di portare alle estreme conseguenze la sua posizione contraria al conflitto in Iraq e, com’è facile capire, le buone notizie dal teatro di guerra mesopotamico finiscono con il confondere ancora di più l’altalenante politica dei deputati e dei senatori dell’Asinello, stretti fra il massimalismo di alcuni leader liberal e la necessità di non compiere errori che la Storia non perdonerebbe.<br />
Perché si può essere favorevoli o contrari all’intervento americano in Iraq nella primavera del 2003, ma una volta dichiarata guerra al regime degli Hussein, una volta rovesciati gli abominevoli satrapi di Baghdad, una volta create istituzioni democratiche impensabili appena qualche hanno fa, sarebbe assurdo ritirare le truppe e lasciare il Paese in un caos davvero sarebbe senza speranza che finirebbe per consegnare l’Iraq o ad al-Qaeda o a Teheran. E, piaccia o non piaccia a <strong>Nancy Pelosi</strong>, l’ultraliberal speaker democratica della Camera dei Rappresentanti, una simile responsabilità in casa democratica proprio nessuno vuole prendersela.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Apparso su <strong>Behemoth</strong> n. 43, gennaio-giugno 2008</p>
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