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	<title>The Lo Re Report &#187; Riflessioni</title>
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	<description>Attualità politica internazionale, italiana e siciliana a cura di Carlo Lo Re</description>
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		<title>La scelta di Lucio</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 14:36:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lucio Magri, 79nne intellettuale comunista fra i fondatori del quotidiano il manifesto, è morto ieri in Svizzera scegliendo il suicidio assistito. Non sopportava più di vivere senza la moglie Mara, scomparsa qualche tempo fa. Una volontà determinata, la sua, che lo ha condotto ad una scelta da rispettare e basta. Perché può anche arrivare un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Lucio Magri, 79nne intellettuale comunista fra i fondatori del quotidiano <em>il manifesto</em>, <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/5949/" target="_blank">è morto ieri in Svizzera scegliendo il suicidio assistito</a>. Non sopportava più di vivere senza la moglie Mara, scomparsa qualche tempo fa. Una volontà determinata, la sua, che lo ha condotto ad una scelta da rispettare e basta. Perché può anche arrivare un momento nella vita in cui questa semplicemente non ha più senso alcuno. Se il dolore è troppo &#8211; per i motivi più disparati, dall&#8217;infermità fisica alla sofferenza interiore -  troncare la propria esistenza è scelta privatissima nella quale nessuno, Stato o singolo, dovrebbe mettere parola<span id="more-11361"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il pensatore marxista era fortemente depresso per un evento che prima o poi capiterà a tutti: la perdita del partner. Ci si incontra, ci si ama, si vive insieme decenni, si muore separati. Atroce. Ingmar Bergman ha detto e scritto tanto sull&#8217;argomento. Sembrerà strano oggi, in tempi di pseudo amore &#8220;mordi e fuggi&#8221;, ma vi è (ancora)  un tipo di rapporto affettivo in cui l&#8217;<em>io</em> è il <em>noi</em> della coppia. Andata via la moglie dopo anni di pene (ha sofferto per un tumore), per Magri la prospettiva di chissà quanto altro tempo da solo sul pianeta è risultata intollerabile. Dio benedica la Svizzera e la sua grande civiltà.</p>
<div id="attachment_11362" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/paintings_jan_vermeer_vista_di_delft_1698.jpg"><img class="size-medium wp-image-11362" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/paintings_jan_vermeer_vista_di_delft_1698-300x244.jpg" alt="" width="300" height="244" /></a><p class="wp-caption-text">Jan Vermeer, &quot;Vista di delft&quot;, 1698</p></div>
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		<title>Sulla ciclica utilità (per i partiti) di un governo tecnico in democrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 12:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono trascorsi un po&#8217; di giorni dall&#8217;entrata in carica del governo Monti. La situazione complessiva dell&#8217;economia italiana ed europea non mi pare migliorata di molto, ma sicuramente la credibilità internazionale del nostro Paese sta rapidamente crescendo (un premier presentabile è certo assai meglio di uno impresentabile). In parallelo con la preoccupazione degli italiani per le [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Sono trascorsi un po&#8217; di giorni dall&#8217;entrata in carica del governo Monti. La situazione complessiva dell&#8217;economia italiana ed europea non mi pare migliorata di molto, ma sicuramente la credibilità internazionale del nostro Paese sta rapidamente crescendo (un premier presentabile è certo assai meglio di uno impresentabile). In parallelo con la preoccupazione degli italiani per le intenzioni del nuovo presidente del consiglio, che certamente dovrà incidere non poco sulle finanze dei cittadini per tentare di (ri)far quadrare i conti. Cosa che né Angelino Alfano, né Roberto Formigoni o Pier Luigi Bersani potrebbero fare senza assassinare nella culla le proprie aspirazioni future. Una riflessione/domanda sorge quindi spontanea: non sarà che ciclicamente, diciamo ogni quindicina d&#8217;anni circa, serva ad uno Stato una direzione tecnica che compia un certo tipo di lavoro che renderebbe troppo impopolari i politici?<span id="more-11341"></span></p>
<p style="text-align: justify">Insomma, tagli alla già esigua spesa pubblica e l&#8217;aumento di una pressione fiscale già assai alta devono necessariamente passare per un esecutivo fatto da uomini che non hanno ulteriori ambizioni politiche e che sono disposti a catalizzare su di sé le inevitabili antipatie dei cittadini, evitando che l&#8217;immagine dei politici di professione venga troppo inficiata da una stagione di &#8220;lacrime e sangue&#8221;. Bersani ed Alfano appoggiano sì Monti, ma nell&#8217;immaginario comune non saranno immediatamente associati all&#8217;ex rettore della Bocconi. Se le cose andranno bene, quindi, anche loro incasseranno il dividendo politico dell&#8217;operazione Monti. Se questa, viceversa, si rivelerà essere soltanto un gioco al massacro dei cittadini potranno sempre tirarsi indietro e, in ogni caso, non vi avranno mai messo direttamente la faccia. Una sorta di &#8220;giocata a cavallo&#8221; governativa dove chi perde è solo la gente comune.</p>
<div id="attachment_11352" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/pictures_governo_monti_foto_di_gruppo.jpg"><img class="size-medium wp-image-11352" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/11/pictures_governo_monti_foto_di_gruppo-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di gruppo del governo Monti con al centro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il premier</p></div>
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		<title>Comprendere alla radice il turbocapitalismo per mutare il Reale</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 13:18:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Occorrerebbe riprendere in mano alcune categorie marxiane &#8211; come quella del plusvalore, ad esempio &#8211; perché non tutte sono obsolete e irrimediabilmente superate dalla Storia. Servirebbe, ad esempio, per capire meglio le nuove forme di sfruttamento dei lavoratori, sia sotto casa (si veda la tragedia di Barletta di ieri), che all&#8217;altro capo del globo. In ogni caso, Marx a parte, ritengo sia sommamente utile &#8211; oggi più che mai &#8211; studiare a fondo i meccanismi del nuovo capitale e dell&#8217;ideologia ormai egemone ovunque al mondo, quell&#8217;ultraliberismo che uccide più della peste<span id="more-11163"></span>. Perché solo da una comprensione assoluta del turbocapitalismo, per dirla con Luttwak, delle sue modalità di funzionamento, sviluppo, autocorrezione ed autocorruzione possono venire idee valide per mutare un Reale che oggi &#8211; è triste constatarlo, ma è così &#8211; semplicemente sancisce il trionfo dell&#8217;ingiustizia nel mondo. Con il carico di dolore innocente che ciò si porta dietro.</p>
<div id="attachment_11179" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/10/paintings_pelizza_da_volpedo_il_quarto_stato_1901.jpg"><img class="size-medium wp-image-11179" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/10/paintings_pelizza_da_volpedo_il_quarto_stato_1901-300x151.jpg" alt="" width="300" height="151" /></a><p class="wp-caption-text">Giuseppe Pelizza da Volpedo, &quot;Il quarto stato&quot;, 1901</p></div>
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		<title>Finora pochi i contraccolpi finanziari delle crisi in atto: perché?</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 15:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Né la guerra in Libia o il terremoto in Giappone con annessa crisi nuclerare, né il (pericoloso) tracollo governativo in Portogallo o il collasso delle vendite immobiliari negli States hanno pesato sull&#8217;andamento dei mercati azionari. Tutt&#8217;altro! Rialzi vi sono stati ieri a chiusura di settimana a Wall Street, come pure nelle Borse europee. Tutto ciò [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Né la guerra in Libia o il terremoto in Giappone con annessa crisi nuclerare, né il (pericoloso) tracollo governativo in Portogallo o il collasso delle vendite immobiliari negli States hanno pesato sull&#8217;andamento dei mercati azionari. Tutt&#8217;altro! Rialzi vi sono stati ieri a chiusura di settimana a Wall Street, come pure nelle Borse europee<span id="more-10121"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Tutto ciò potrebbe sembrare strano e in contraddizione con i turbinosi eventi &#8211; sia geopolitici che strettamente economici &#8211; come, appunto, la guerra in Libia (i cui tempi si prospettano oggi ben più lunghi che 10 giorni fa), l&#8217;attentato a Gerusalemme di mercoledì 23 scorso o le dimissioni del premier portoghese José Socrates. Addirittura, quest&#8217;ultimo accadimento ha fatto volare i rendimenti dei titoli di Stato lusitani ai massimi storici (e pure quelli dell&#8217;Irlanda).</p>
<p style="text-align: justify">Preoccupazioni per il peggiorare del quadro geopolitico globale sono state espresse solo dai prezzi del greggio (salito ai nuovi massimi di questo periodo, ossia a 105.5 dollari il Wti a New York e 115.4 $ il Brent a Londra), dall&#8217;ennesimo record dell&#8217;oro (oggi a 1.440 $ l&#8217;oncia) ed anche dell&#8217;argento (a 37,3 $ l&#8217;oncia).</p>
<p style="text-align: justify">In una simile situazione, il rialzo dei mercati azionari, per quanto non eclatante, potrebbe sembrare un paradosso. Invece una ratio in qualche modo c&#8217;è. Anzi, sono possibili almeno 2 diverse spiegazioni. Una prettamente tecnica ed una teoretica (o ideologica che dir si voglia).</p>
<p style="text-align: justify">La prima vede gli operatori finanziari puntare sulla possibilità che in America possa esservi a breve una nuova massiccia immissione di liquidità da parte della Fed tramite l&#8217;acquisto di titoli di Stato o di bond, il quantitative easing o Qe tanto caro a Ben Bernanke, (forse giustamente) incurante di chi lo connette ad una paventata iperinflazione che finora non si è vista. Insomma, c&#8217;è chi scommette che con l&#8217;economia in affanno la Federal Reserve interverrà &#8220;iniettando&#8221; ancora una volta molta liquidità.</p>
<p style="text-align: justify">Ovvio che non è detto che un nuovo Qe possa rimettere in moto l&#8217;economia reale (americana e globale), ma di sicuro è linfa vitale per le Borse. La logica è quella classica delle bolle speculative, solo un po&#8217; meno disancorata dalla realtà. Bernanke all&#8217;inizio del suo mandato, sostituendo il pessimo Greenspan, era parso un genio, seppur un po&#8217; sregolato. La crisi esplosa a settembre 2008 non lo ha visto subito attivissimo per fronteggiarla (prima Bush jr e poi Obama gli hanno rubato la scena), ma finora la sua teoria del quantitative easing si sta rivelando corretta. Vedremo più in là.</p>
<p style="text-align: justify">La seconda spiegazione (filosofica, ideale, ideologica, old style e chi più ne ha più ne metta)  del fatto che un pessimo quadro geopolitico produca rialzi azionari è che ormai la finanza prospera nel caos. Senza regole certe, senza logiche definite, in preda all&#8217;impulso animale del momento, l&#8217;economia speculativa si rafforza nel disordine e genera essa stessa disordine. Sarà un giudizio assai veterocomunista il mio, ma in tutto ciò non vedo nient&#8217;altro che l&#8217;ennesima conferma del trionfo della Bestia capitalista. Solo che non ha (più?) le sembianze del Leviathan, feroce custode dell&#8217;Ordine, ma di Behemoth, il demone biblico dispensatore di Caos.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/behemoth.jpg"><img class="size-medium wp-image-10167" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/behemoth-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" /></a></dt>
<dd>Behemoth</dd>
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		<title>Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 08:50:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L&#8217;esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale<span id="more-10032"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall&#8217;attacco a New York l&#8217;11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d&#8217;affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi &#8211; tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più &#8211; è stato previsto?</p>
<p style="text-align: justify">A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50&#8242;anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l&#8217;Occidente (Europa e Stati Uniti d&#8217;America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro.</p>
<p style="text-align: justify">E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell&#8217;Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l&#8217;assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l&#8217;assenza di un potere politico europeo. Basti fare l&#8217;esempio dell&#8217;immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/database.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10035" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/03/database-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Le mafie sono ormai un fenomeno geopolitico: la morte di Nick Rizzuto potrebbe causare un effetto domino, ma il reale pericolo sono le Triadi</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 17:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La notizia della morte violenta dell&#8217;86enne Nick Rizzuto &#8211; padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo &#8211; ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L&#8217;impressione è che alcuni equilibri si siano rotti e che la morte di Rizzuto possa scatenare una nuova guerra di mafia con un effetto domino che dal Canada potrebbe anche giungere fino all&#8217;Italia<span id="more-9251"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che però si evince chiaramente leggendo le note biografiche di Rizzuto diffuse fra ieri ed oggi dai media è il carattere sempre più globale dei gruppi criminali operanti sullo scenario internazionale. Insomma, mafia italiana ed italo-americana, ma anche Yakuza giapponese, narcos centro e sudamericani, mafie slave (russa, ucraina, bulgara, albanese, kosovaro-albanese, serba e croata) e Triadi cinesi si sono da tempo trasformati in veri e propri soggetti geopolitici, con un peso in taluni casi non molto dissimile a quello delle entità statali entro le quali operano. È il caso, ad esempio, della mafia russa, che nel territorio dell’ex Unione Sovietica dispone di più di 5.000 gruppi malavitosi, dei quali circa 3.500 (molti, per inciso, di origine cecena) operanti all’interno della sola Federazione. Secondo talune stime, queste bande, che generalmente presentano delle loro peculiarità etniche o di specializzazione criminale, sarebbero addirittura in grado di manovrare il 40% del Pil russo.</p>
<p style="text-align: justify">Enorme è stato anche il peso geopolitico del cartello di Medellin, che ha per decenni inondato il mondo di stupefacenti operandovi profondi mutamenti sociali e considerando l’intero pianeta come un unico immenso mercato. Il narcotraffico, sotto la guida di Pablo Escobar, è divenuto una sorta di global business come mai prima era accaduto ed i narcos colombiani hanno rappresentato per anni un vero Stato nello Stato. E la morte di Escobar nei primi anni Novanta non ha certo messo in crisi il sistema da lui realizzato, tutt’altro. A questo proposito, di grande interesse è l’analogia strutturale da alcuni individuata fra la cupola mafiosa ed il consiglio d’amministrazione delle multinazionali: i vertici, sia delle grandi aziende che delle formazioni criminali, possono in breve esser cambiati senza che l’organizzazione subisca gravi sbandamenti.</p>
<p style="text-align: justify">Morto Escobar (ma sulla sua dipartita non mancano le perplessità degli scettici ad oltranza che lo danno per vivo e vegeto), la coltivazione ed il commercio di stupefacenti sono rimasti il principale business del crimine internazionale ed anche se a guidare i vari cartelli della droga centro e sudamericani non vi è più un personaggio carismatico del calibro del padrone di Medellin, il volume d’affari (più di 200 miliardi di tonnellate l’anno è la quantità della sola cocaina colombiana che inonda i mercati del pianeta) ed il peso socio-politico di tali organizzazioni non accennano certo a diminuire.</p>
<p style="text-align: justify">Ma indubbiamente, fra i gruppi criminali indicati, è la mafia siciliana, o italo-americana che dir si voglia, quello che nel corso dei decenni si è dato una connotazione più marcatamente internazionale. I capi storici di Cosa Nostra negli anni Settanta ed Ottanta hanno assai sviluppato la visione globale della mafia, estendendo gli interessi dell’organizzazione criminale praticamente ovunque nel mondo, dagli Stati Uniti al Sud America, all’ex Unione Sovietica.</p>
<p style="text-align: justify">Ad onor del vero, bisogna addirittura aggiungere che la mafia siciliana è stata il soggetto internazionale forse più lungimirante per quel che riguarda le vicende sovietiche, avendo intuito fin dagli anni Ottanta le enormi possibilità di business che si sarebbero aperte con la destrutturazione del colosso comunista ed avendo agito con grande rapidità all’indomani del crollo del sistema per tentare di sfruttare gli amplissimi spazi ed i vuoti di potere creatisi durante gli anni delle due presidenze Eltsin.</p>
<p style="text-align: justify">C&#8217;è da dire, però, che oggi un po’ tutti i gruppi criminali globali segnano il passo rispetto all’incessante crescita di quale decennio fa. Tutti tranne le Triadi cinesi, un fenomeno in vorticosa ascesa al pari dell’economia della Repubblica Popolare.</p>
<p style="text-align: justify">Il termine Triade venne utilizzato per la prima volta dalle autorità di polizia di Hong Kong per indicare talune società cinesi di lunga tradizione iniziatica, ma ormai impegnate in traffici illeciti e nella gestione delle numerose attività criminali locali. Le Triadi, apparse originariamente in Cina nel 1644, rappresentano un fenomeno complesso e assai ben strutturato, tanto che oggi una di esse, la Sun Yee On, viene considerata il gruppo criminale più vasto ed organizzato sull’intero pianeta.</p>
<p style="text-align: justify">La Sun Yee On ingloba nel suo tessuto numerosissimi affiliati non solo provenienti dal mondo criminale. L’entità numerica dell’organizzazione è preoccupante: nel 1987 i suoi membri erano più o meno 35.000, nel 1991 il numero era già cresciuto a 47.000 per superare le 60.000 unità nel 1993. Di questi 60.000 circa ben 45.000 sarebbero stanziati ad Hong Kong, città nella quale vivrebbero anche 1.700 “quadri dirigenziali”, per così dire, della Sun Yee On (addirittura, secondo un rapporto dell’Fbi, circa il 3 % della popolazione di Hong Kong sarebbe affiliato alle Triadi).</p>
<p style="text-align: justify">Ma le Triadi da tempo non sono più un fenomeno circoscritto alla Cina. Da più di 150 anni l’organizzazione è diffusa negli Stati Uniti, dove esercita un controllo assoluto nelle varie China Town. Oggi le Triadi (i cui “bravi ragazzi” sono genericamente detti cho-hai, termine grossomodo traducibile con il nostro ‘mafioso’) vengono considerate i principali importatori di eroina dal Sud Est asiatico e riforniscono una vasta fetta del mercato statunitense della droga. Anche in Europa, seppur con ritardo, la mafia cinese ha esteso i suoi tentacoli, specializzandosi nel racket ai danni dei negozianti delle China Town, nei sequestri di connazionali, nello sfruttamento della prostituzione e nel riciclaggio di denaro sporco tramite la gestione di una fitta rete di ristoranti. La velocità di espansione del fenomeno ovunque sul pianeta e la sua capacità di sfruttare al meglio le opportunità offerte dal momento storico connotano le Triadi come l’organizzazione malavitosa del futuro, destinata a prender il posto delle tradizionali mafie in un mondo in cui il crimine sarà sempre meno locale e sempre più transnazionale.</p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/11/funerale_nick_rizzuto_jr.jpg"><img class="size-medium wp-image-9255" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/11/funerale_nick_rizzuto_jr-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a></dt>
<dd>Il funerale di Nick Rizzuto jr, seppellito in una bara d&#8217;oro dopo essere stato ucciso in un agguato a Montreal il 30 dicembre 2009</dd>
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		<title>Se la Cina sorpassa il Giappone è proprio tempo di archiviare il Pil</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 06:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Secondo i dati diffusi dal governo postmaoista, nel secondo trimestre 2010 la Repubblica Popolare Cinese ha registrato un Pil di 1.339 miliardi di dollari, contro i 1.288 miliardi del Giappone. Leggendo i dati su base semestrale diffusi da Tokyo, invece, il Pil nipponico a metà anno risulta essersi attestato a 2.578 miliardi di dollari, contro i 2.532 miliardi di Pechino. L&#8217;economia giapponese starebbe comunque rallentando, considerato come in un anno la crescita sia stata solo dello 0,4% (+0,1% su base trimestrale). Tale fase di stabilizzazione rende assai probabile l&#8217;ipotesi di un definitivo sorpasso della Cina sul Giappone a fine 2010 per quanto riguarda i valori assoluti dell&#8217;intero anno<span id="more-8802"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Quella cinese si appresterebbe a divenire quindi la seconda economia del mondo, alle spalle della statunitense, ma certo molto dietro. Su base annua infatti si può ancora ragionare attorno ad un gap che vede 5.000 miliardi circa di dollari dell&#8217;economia cinese e quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana. Insomma, anche con gli attuali tassi di crescita, a Pechino occorreranno circa dieci anni, se non di più, per raggiungere Washington.</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto fondato su basi a mio avviso fragili, lo sviluppo cinese è oggi certo impetuoso, nessuno lo nega. Più o meno a inizio millennio la Rep Pop era la settima economia al mondo, poi ha cominciato a correre forte, nel 2007 ha superato la Germania, conquistando il terzo posto, e a fine 2010 si piazzerà quasi certamente seconda. Per completezza d&#8217;informazione è bene dire che per la fine dell&#8217;anno gli esperti stimano di vedere la Germania al quarto posto e a seguire Francia, Regno Unito, Italia e Brasile. Questo, ovviamente, in base al Pil, un indicatore che proprio evidenziando il sorpasso cinese sul Giappone mostra ormai tutti i suoi clamorosi limiti.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, considerando come la popolazione cinese sia più o meno 10, ma fors&#8217;anche 12 volte quella nipponica (l&#8217;ultimo censimento ufficiale dell&#8217;immenso Paese è del 2000), è chiaro come un Pil sostanzialmente uguale in valori assoluti si trasformi in una distanza abissale a favore del Giappone se solo si comincia a ragionare il termini di Pil pro capite.</p>
<p style="text-align: justify">Ma non è tanto questo il fulcro della questione. Il problema è che bisogna smetterla una volta per tutte di porre al centro in maniera così esasperata la produzione. Ben altri sono infatti gli indicatori del trend, positivo o meno, di una Nazione. E se proprio non si vuol adottare il cosiddetto Pil della felicità introdotto in Bhutan, almeno si privilegi l&#8217;indice di sviluppo umano, ben più veritiero dello stato di salute di un Paese del sommamente parziale prodotto interno lordo.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/flags_china_japan.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8806" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/flags_china_japan.jpg" alt="" width="389" height="205" /></a></p>
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		<title>Consigli per aspiranti futurologi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 07:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ad uso di me medesimo, innanzitutto &#8230; Uno solo il consiglio, più che altro: mai scambiare i propri desideri con la concreta possibilità di realizzazione di uno scenario! Insomma, per fare un esempio tratto da quella grande scuola di vita che è il calcio, il fatto che io gradisca vedere una squadra scandinava campione del mondo non vuol affatto dire che ciò (prima o poi) accadrà. Idem in politica (estera, nazionale e regionale). Soprattutto, direi &#8230; Mi piace molto la Sarah Palin, cristianissima e seriamente Law and Order, ma da qui a vederla alla Casa Bianca ne corre, insomma &#8230;<br />
La parola &#8220;futurologo&#8221; mi ha sempre appassionato, lo confesso, al pari delle teorie di Jeremy Rifkin, il principe della categoria. Ma siccome non tutti siamo Rifkin, anzi, fondamentalmente le sue capacità di analisi previsionale sono appannaggio di pochi al mondo, meglio tacere che parlare (e/o scrivere) tanto per parlare (e/o scrivere). Altrimenti è meglio darsi alla taromanzia &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/taromanzia_resized.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8747" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/08/taromanzia_resized.jpg" alt="" width="350" height="244" /></a></p>
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		<title>Sull&#8217;erosione del valore</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 13:07:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa, moderando la conferenza di presentazione dei bilanci di un grosso gruppo commerciale siciliano, ho ascoltato uno dei relatori sostenere allarmato come ormai il consumatore non riesca più ad individuare l&#8217;esatto valore delle merci. Partendo da questa considerazione, riflettevo su come a tale erosione del valore delle cose corrisponda inevitabilmente una erosione del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Qualche giorno fa, moderando la conferenza di presentazione dei bilanci di un grosso gruppo commerciale siciliano, ho ascoltato uno dei relatori sostenere allarmato come ormai il consumatore non riesca più ad individuare l&#8217;esatto valore delle merci.<br />
Partendo da questa considerazione, riflettevo su come a tale erosione del valore delle cose corrisponda inevitabilmente una erosione del valore dell&#8217;uomo. Perché un bene programmaticamente venduto ad un prezzo bassissimo è prodotto da una classe operaia che in varie parti del globo di fatto rappresenta una nuova classe di schiavi. Insomma, c&#8217;è davvero da pensare molto prima di acquistare una tv a meno di una permanente dal parrucchiere &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/07/value.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8614" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/07/value.jpg" alt="" width="300" height="359" /></a></p>
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		<title>La vita, un bene davvero un po&#8217; troppo sopravvalutato</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 05:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono sincero in maniera spietata: seppur profondamente cattolico, considero la vita un bene spesso eccessivamente sopravvalutato. Si parla sempre tanto di aborto, argomento pre e post elettorale perennemente in grado di infiammare il dibattito politico italiano. Sarebbe a mio avviso cosa giusta chiarire che è sì innegabilmente un omicidio, ma che comunque morire sottoforma di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Sono sincero in maniera spietata: seppur profondamente cattolico, considero la vita un bene spesso eccessivamente sopravvalutato. Si parla sempre tanto di aborto, argomento pre e post elettorale perennemente in grado di infiammare il dibattito politico italiano. Sarebbe a mio avviso cosa giusta chiarire che è sì innegabilmente un omicidio, ma che comunque morire sottoforma di grumo di sangue non è il peggiore dei destini che possa capitare ad un uomo. Ben peggio è nascere senza essere voluti, vivere senza essere amati.<br />
Per quanto riguarda l&#8217;eutanasia, poi, la mia posizione in merito è feroce: chi è contro l&#8217;autodeterminazione delle singole coscienze sul proprio Destino è moralmente un criminale. Perché, in determinate condizioni di dolore, il suicidio ha una valenza etica altissima. Lo stesso dicasi per la nobile forma di suicidio assistito che è l&#8217;eutanasia.<br />
Libero chi vuole di vivere come un vegetale, ma soprattutto sia libero chi non vuole accettare una simile sorte di morire con dignità circondato dall&#8217;amore di chi sa rispettare il suo volere.</p>
<div id="attachment_8161" class="wp-caption aligncenter" style="width: 307px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/04/stickers_vauro_su_eutanasia.jpg"><img class="size-full wp-image-8161" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/04/stickers_vauro_su_eutanasia.jpg" alt="" width="297" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Mi permetto di prendere a prestito la bella vignetta di Vauro, autore che adoro. Rimango a sua disposizione qualora ne gradisse la rimozione.</p></div>
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		<title>La psicoanalisi nell’Occidente postmoderno. Ovvero, l’eterogenesi dei fini ha colpito anche Freud</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 07:08:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">L’eterogenesi dei fini di vichiana memoria è legge spietata. Sia in campo storico, che nel privato. Ne sanno qualcosa gli analisti fedeli alla lezione di Sigmund Freud, alle prese ogni giorno con sempre nuove sfide con cui confrontarsi senza riuscire a trovare granché conforto nei testi del Maestro. Disorientamento e disincanto sono ormai pane quotidiano per molti terapeuti, al di là e al di qua dell’Atlantico. Del resto, come nota l’inglese Adam Phillips, «la psicoanalisi in se stessa è già una forma di scetticismo. Freud ci dice che tu hai un’idea di chi sei, ma c’è molto di più su te stesso che non sai». E lo stesso si può dire della disciplina psicoanalitica di per sé<span id="more-7583"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Che cosa succede, quindi, agli psicoanalisti occidentali? Semplice, è accaduto che le categorie freudiane faticano ad interpretare una realtà radicalmente altra rispetto a quella dei primi del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify">Intendiamoci, Freud non è affatto da rottamare, il suo rimane un pensiero rivoluzionario cui l’Occidente è sempiterno debitore, ma di fatto la società contemporanea è troppo diversa da quella che vide nascere il sistema terapeutico-filosofico del medico viennese. Il disagio mentale un secolo fa era prevalentemente causato da un ambiente sociale iperconservatore, in cui le fondamentali libertà dell’individuo venivano conculcate e la donna viveva una condizione di pesante subalternità. Di contro, oggi il disagio mentale spesso ha origine dalla nostra incapacità di gestire la libertà assoluta del singolo nell’ultrapermissiva società occidentale postmoderna, tanto che Giuseppe Bersani, docente di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica alla Sapienza di Roma, apertamente parla di un nesso fra disturbi psichiatrici e responsabilità morale.</p>
<p style="text-align: justify">Svincolare le proprie azioni dalle loro conseguenze è ormai la norma per buona parte dei cittadini di Stati Uniti ed Europa. E spesso oggi il terapista deve affrontare disagi che nascono anche e soprattutto dalla difficoltà che ha l’individuo a stare dinanzi ai propri errori. Non si accetta il rapporto di causa effetto fra azioni (spesso amorali) e conseguenze. E ciò genera un cortocircuito non da poco quando – inevitabilmente – la vita presenta il conto delle leggerezze compiute.</p>
<p style="text-align: justify">Il problema oggi per i freudiani sta tutto nel fatto che gli uomini, le donne e, soprattutto, le famiglie non sono neanche alla lontana paragonabili a quelle di un secolo fa, per tutta una serie di motivi, quali l’intervenuta rivoluzione sessuale, l’emancipazione femminile, l’uscita dalla clandestinità di molti omosessuali, la diffusione del divorzio con la conseguente creazione di inedite forme di famiglia allargata e, <em>last but not least</em>, lo sviluppo di tecniche di fecondazione assistita sempre più audaci.</p>
<p style="text-align: justify">Per Luciana Sica, «i nuovi crociati a favore della Vita e della Natura devono rassegnarsi: i bambini nasceranno anche con virtuosismi artificiali. E se questo è vero, sono i codici culturali, i rapporti simbolici sottesi alla procreazione a cambiare profondamente» (<em>Il futuro di Edipo</em>, <em>la Repubblica</em>, del 10 giugno 2006).</p>
<p style="text-align: justify">E qui giungiamo al cuore del problema: l’effetto che i nuovi modelli familiari hanno avuto sulla psicoanalisi è stato devastante. Fatta a pezzi l’autorità paterna, oggi spesso sono le madri single a supplire, ricoprendo due ruoli. In tale scenario, risulta importante chiedersi che fine stia facendo l’Edipo, il complesso individuato da Freud che vede nella proibizione dell’incesto il cuore del disagio mentale. Perché dalla risposta a tale interrogativo &#8211; continua la Sica &#8211; sarà possibile ipotizzare «quale potrà essere lo sviluppo psichico dei bambini, ormai tanti, che nascono e crescono al di fuori dei modelli familiari tradizionali».</p>
<p style="text-align: justify">L’Edipo è quindi del tutto sorpassato? Forse no. Perché in ogni caso, come nota lo psichiatra Fausto Petrella, dell’Università di Pavia, «difficilmente le configurazioni sociali e ambientali coincidono con le configurazioni immaginarie. L’inconscio è ancora oggi fuori del tempo e ha una sua inerzia, che contrasta anche con i mutamenti culturali più vorticosi». Insomma, attenzione a dare per definitivamente superato il complesso per eccellenza. Secondo l’analista parigino André Green, infatti, «se oggi la struttura edipica non è più immediatamente visibile, non vuol dire che non sia comunque attiva». Come dire, l’Anti-Edipo è alle porte, ma non si è ancora messo comodo.</p>
<div id="attachment_7584" class="wp-caption aligncenter" style="width: 263px"><img class="size-full wp-image-7584" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/pictures_sigmund_freud_resized.jpg" alt="Sigmund Freud" width="253" height="350" /><p class="wp-caption-text">Sigmund Freud</p></div>
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		<title>Con Herman the Grey l&#8217;Europa oggi è ancora di più un nano politico, serve un baricentro nordico</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 13:36:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gigante economico, ma nano politico. Sembra davvero il destino (ineluttabile?) dell&#8217;Europa unita. Le scelte per la presidenza (Herman Van Rompuy, cristiano democratico fiammingo) e per la responsabilità della politica estera comune (la baronessa Catherine Ashton, aristocratica laburista con pochissima esperienza diplomatica) non entusiasmano nessuno e sono il frutto di un veloce compromesso che ci relega [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Gigante economico, ma nano politico. Sembra davvero il destino (ineluttabile?) dell&#8217;Europa unita.<br />
Le scelte per la presidenza (Herman Van Rompuy, cristiano democratico fiammingo) e per la responsabilità della politica estera comune (la baronessa Catherine Ashton, aristocratica laburista con pochissima esperienza diplomatica) non entusiasmano nessuno e sono il frutto di un veloce compromesso che ci relega ancora una volta nel limbo dell&#8217;anonimato e della non incisività in campo internazionale<span id="more-6591"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Per carità, non avrei certo preferito Tony Blair quale presidente europeo. Lo considero l&#8217;uomo che ha disintegrato il laburismo britannico danneggiando gravemente l&#8217;intero movimento socialdemocratico europeo, ma scelte migliori del grigissimo Van Rompuy erano di sicuro possibili.</p>
<p style="text-align: justify">E così, la nuova Europa disegnata dal Trattato di Lisbona avrà nel mondo l&#8217;immagine del premier belga Van Rompuy e della Ashton, nominati per l&#8217;esattezza primo presidente stabile della Ue e primo nuovo Alto rappresentante della politica estera (Mrs Pesc, acronimo che sta per Politica estera e di sicurezza comune), una sorta di ministro degli esteri unico dell&#8217;Unione.</p>
<div id="attachment_6602" class="wp-caption aligncenter" style="width: 478px"><img class="size-full wp-image-6602" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/pictures_herman_van_rumpoy1.jpg" alt="Dopo Gandalf il Grigio di Tolkien, ecco Herman the Grey, primo presidente europeo (Afp Photo, Dirk Waem)" width="468" height="512" /><p class="wp-caption-text">Dopo Gandalf il Grigio di Tolkien, ecco Herman the Grey, primo presidente europeo (Afp Photo, Dirk Waem)</p></div>
<p style="text-align: justify">Sembrerebbe che la presidenza svedese di turno della Ue abbia imposto il proprio ticket, ma francamente non si capisce molto bene il motivo della scelta scandinava.</p>
<p style="text-align: justify">Di nuovo volti sconosciuti ai più, quindi, ai vertici dell&#8217;Europa, di nuovo, a meno di clamorose sorprese, un profilo europeo basso sulla scena internazionale.</p>
<p style="text-align: justify">Ma qual è, alfine, il problema di questa Europa? Osservando da anni la macchina dell&#8217;Ue, mi sono convinto che esso stia nella singolare frattura fra una burocrazia nordica e una trazione politica mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify">Troppo Mediterraneo in questa Unione, troppo Mediterraneo e troppo &#8220;pensiero meridiano&#8221; per poter funzionare.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, a prescindere dalla non brillante prova degli svedesi nella gestione del loro semestre di presidenza in corso, il baricentro politico dell&#8217;Ue deve essere nettamente nordico. Pena &#8220;l&#8217;esondazione&#8221; in lungo e in largo dei pessimi vizi della politica italiana, spagnola, portoghese, francese e greca. E la conseguente impotenza dell&#8217;intera Confederazione.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-6596" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/flags_eu.jpg" alt="flags_eu" width="350" height="233" /></p>
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		<title>Benedetto il giorno, maledetto il giorno. 20&#8242;anni fa &#8220;crollava&#8221; il Muro di Berlino</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 04:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo scrittore americano di fantascienza e fantapolitica Whitley Strieber ha scritto in un suo recente romanzo oltremodo visionario (2012. L&#8217;apocalisse, un libro che inizia benissimo, ma proseguendo si ingarbuglia fino all&#8217;inverosimile) che «i nuovi mondi esistono in due luoghi: le rovine di quelli vecchi e le menti dei sopravvissuti». Un pensiero che sembra perfetto per [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Lo scrittore americano di fantascienza e fantapolitica Whitley Strieber ha scritto in un suo recente romanzo oltremodo visionario (<em>2012. L&#8217;apocalisse</em>, un libro che inizia benissimo, ma proseguendo si ingarbuglia fino all&#8217;inverosimile) che «i nuovi mondi esistono in due luoghi: le rovine di quelli vecchi e le menti dei sopravvissuti». Un pensiero che sembra perfetto per la Storia tedesca in numerose sue fasi, il 1918 ed oltre, il 1945 ed oltre, il 1989 ed oltre, fino ad un oggi inoltrato.<br />
Francamente, non saprei dire se il 9 novembre di vent’anni fa, data che si è celebrata in queste ultime settimane fino alla noia, sia stato un giorno benedetto o maledetto<span id="more-6477"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">I fatti dell’epoca, gli avvenimenti di quelle convulse ore sono oltremodo noti. Da mesi il blocco comunista perdeva pezzi e i vari regimi erano alle corde. Polonia ed Ungheria avevano già attuato una forma di transizione verso la democrazia e da lì a poco anche la Romania avrebbe archiviato il regime del satrapo Ceausescu.</p>
<p style="text-align: justify">Il 9 novembre, a Berlino, nel corso di una conferenza stampa, il portavoce della Sed, il partito unico comunista, Günter Schabowski, annunciò la decisione del governo di Egon Krenz (Erich Honecker si era dimesso da presidente il 18 ottobre) di concedere ai cittadini tedesco-orientali dei permessi per viaggiare nella Germania Ovest: «Considerato che la presente situazione è per noi non più controllabile – affermò il portavoce &#8211; abbiamo deciso di adottare nuove regole che permetteranno ad ogni cittadino della Germania Est di spostarsi liberamente».</p>
<p style="text-align: justify">Ad un certo punto, il giornalista italiano Riccardo Ehrman, corrispondente dell’Ansa, forse su suggerimento di una sua fonte anonima nota solo come “il sottomarino”, chiese di conoscere con esattezza il momento di entrata in vigore del rivoluzionario provvedimento. Colto alla sprovvista, Schabowski, per inciso appena rientrato dalle ferie e probabilmente male informato sulle ultime decisioni governative, rispose: «Per quanto io ne sappia, anche da subito. Anzi, immediatamente». Un fraintendimento che avrebbe cambiato la Storia.</p>
<p style="text-align: justify">La conferenza stampa era in diretta televisiva e le parole del portavoce del partito fecero accorrere decine di migliaia di berlinesi dell’Est al checkpoint Charlie, dove le guardie di confine, i famigerati VoPos (da Volkspolizei, polizia popolare), li lasciarono passare senza opporre resistenza. Del resto, già dal 3 aprile avevano ricevuto da Honecker l’ordine di non utilizzare più le armi contro chi tentasse di fuggire ad Ovest. <em>Die Mauer</em>, il Muro, che in tedesco si declina al femminile, stava per cadere, sanando una lacerazione durata 46 anni e concludendo definitivamente 72 anni di esperimento comunista in Europa.</p>
<p style="text-align: justify">La Germania Est era il più ricco ed il più avanzato degli Stati del blocco sovietico, era l’erede di una secolare tradizione nel contempo militare, economica e sociopolitica. Perché di fatto la Ddr era il Comunismo che si era realizzato sulle ceneri del Nazismo a sua volta installatosi in quei land sulla preesistente tradizione prussiana.</p>
<p style="text-align: justify">Lo Stato tedesco-orientale funzionava mille volte meglio dell’Urss o della Bulgaria. I suoi cittadini, seppur privi della libertà individuale, godevano di una qualità della vita incomparabile rispetto a quella, terribile, di russi, polacchi, rumeni. E, soprattutto, godevano di una sicurezza personale che oggi rimpiangono amaramente.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure la Stasi, il servizio segreto la cui efficienza tanto mi affascina (si veda a questo proposito il mio provocatorio intervento di oltre un anno fa <a href="http://thelorereport.blogdo.net/dr-palme-e-mr-wolf/" target="_blank"><em>Dr Palme e Mr Wolf</em></a>), era un grumo di Male. Eppure il suo capo Markus Wolf che per certi versi tanto ammiro non era un eroe romantico, ma fra i responsabili maggiori dell&#8217;epifania storica di quel grumo di Male. Un Colpevole di fronte a Dio e agli uomini. Forse con qualche attenuante, ma senza dubbio un colpevole.</p>
<div id="attachment_6485" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-6485" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/pictures_markus_wolf_e_il_muro1.jpg" alt="Markus Wolf visto attraverso una breccia nel Muro (foto di Tom Stoddart/Getty Images)" width="350" height="233" /><p class="wp-caption-text">Markus Wolf visto attraverso una breccia nel Muro (foto di Tom Stoddart/Getty Images)</p></div>
<p style="text-align: justify">Come tutte le dittature, anche quella della Ddr era destinata a cadere. Ma la vera domanda da porsi a 20’anni dalla sua scomparsa dalla scena geopolitica è però un&#8217;altra: il mondo è migliore o peggiore senza il Muro di Berlino? L’ultraliberismo che ha contraddistinto gli ultimi decenni è davvero migliore del totalitarismo comunista? O non è forse un totalitarismo di altro segno non meno foriero di dolore e morte?</p>
<p style="text-align: justify">Il <em>pensiero unico</em>, per dirla con Ignacio Ramonet, sta sempre più dando forma al pianeta in una direzione economicista ed antispiritualista i cui sfasci sono sotto gli occhi di tutti. La privatizzazione di beni imprescindibili per l’uomo (quale, valga un esempio per tutti, l’acqua), la negazione di diritti fondamentali come quello al lavoro, la mercificazione ad oltranza dei corpi sono un portato anche delle radicalmente mutate condizioni geostrategiche del mondo post 1989.</p>
<p style="text-align: justify">Intendiamoci, il germe perverso del materialismo era insito anche nel cosiddetto Socialismo reale. Ma nel mondo bipolare le peggiori pulsioni dell’ideologia mercantile erano in qualche modo imbrigliate da un contesto internazionale che certo incuteva timore ai suoi cantori. Oggi, di contro, la bestia ultraliberista è trionfante. E miete vittime (per fame, per disperazione, per deprivazione di senso di tante vite, in Occidente e non solo) al pari del Behemoth comunista.</p>
<p style="text-align: justify">L’auspicio, in questa giornata di celebrazioni, è che il ricordo di un atto pratico/simbolico di valenza immane come la caduta del Muro serva anche a riflettere sul baratro in cui un certo Capitalismo ha condotto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-6488" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/flags_east_germany.jpg" alt="flags_east_germany" width="440" height="264" /></p>
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		<title>La crisi di General Motors come quella di Citigroup, un&#8217;occasione per riflettere sulla &#8220;mergermania&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 17:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Secondo Bloomberg, il gigante automobilistico statunitense General Motors potrebbe far ricorso alla procedura di amministrazione controllata già da lunedì prossimo e quindi vendere la maggior parte dei suoi asset alla nuova società che dovrebbe nascere dalla procedura fallimentare. La casa automobilistica riceverà i fondi di finanziamento dal Tesoro Usa. Nel mentre sarà impegnata nella cessione degli asset alla nuova Gm, che sarà a sua volta controllata dal governo americano. Il piano è nei documenti presentati all&#8217;autorità di controllo dei mercati Usa, la Sec<span id="more-1203"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il tracollo di GM ricorda molto da vicino la profondissima crisi che qualche mese fa colpì il colosso più colosso di tutti, Citigroup, la megabanca americana che a novembre annunciò la necessità di tagliare altri 52 mila posti di lavoro, oltre i 23 mila già tagliati qualche mese prima, e nonostante questo rischiò ugualmente di fallire.</p>
<p style="text-align: justify">Sei mesi fa solo le perdite derivanti dalla crisi dei mutui immobiliari e del credito al consumo superarono i 50 miliardi di dollari ed il calo in Borsa in una settimana toccò il 60% (72% nel mese di novembre), facendo precipitare il titolo sotto i 4 dollari ad azione contro i 55 dell&#8217;anno prima.</p>
<p style="text-align: justify">È oltremodo evidente come ai problemi comuni di questa congiuntura terribile per tutti si era aggiunto per Citigroup l&#8217;aggravante di una struttura elefantiaca sempre meno giustificabile. Tant&#8217;è che si è ragionato e si ragiona nell&#8217;ordine di 75 mila licenziamenti senza temere contraccolpi in termini di funzionalità. Il che vuol palesemente dire che la burocrazia è tanta dentro il gigante newyorkese e di molti funzionari si può anche fare a meno.</p>
<p style="text-align: justify">La crisi di General Motors o Citigroup può quindi essere letta anche quale crisi di quel modello di sviluppo (bancario ma non solo, come appunto dimostra il caso GM) che ha puntato a dimensioni ipertrofiche trovandosi ora drammaticamente impantanato.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, occorre una volta per tutte dire chiaro e tondo che da oltre un decennio la ricerca continua di fusioni ed acquisizioni è deragliata in una vera e propria <em>mergermania</em> che oggi sta mostrando i suoi aspetti più deleteri anche sotto il profilo della dinamicità.</p>
<p style="text-align: justify">Almeno dalla fine degli Anni &#8217;80, negli ambienti economico finanziari dell&#8217;intero pianeta è infatti dilagata la moda delle fusioni ed acquisizioni, in inglese <em>mergers and acquisitions</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Il termine <em>merger</em> è in effetti un po&#8217; più complesso di come viene comunemente tradotto in italiano. La parola <em>fusione</em> non lo riesce a rendere pienamente, perché merger è una sorta di scioglimento di una società all&#8217;interno di un&#8217;altra. Di fatto è più una forma di assorbimento che una fusione. Non a caso il termine merger da un punto di vista etimologico deriva non dall&#8217;antico inglese, bensì dal latino <em>mergere</em>, da cui proviene l&#8217;italiano &#8220;immergere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">È ormai una modalità diffusa di condurre affari, un trend al quale è difficile sfuggire quello delle mega fusioni. Oggi pare che un po&#8217; per tutti gli operatori economico-finanziari sia di fondamentale importanza la creazione di colossi sempre più imponenti, di multinazionali sempre più elefantiache.</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-4831  aligncenter" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/05/logo_citigroup.jpg" alt="logo_citigroup" width="350" height="216" /></p>
<p style="text-align: justify">Il mondo bancario, ad esempio, in Italia e all&#8217;estero, è da alcuni lustri in preda ad una vera e propria frenesia: accorpamenti, integrazioni, scalate, opa sono la regola e la pianificazione strategica delle varie compagnie tiene sempre in considerazione progetti per acquisire qualche altra società, così come piani per resistere agli eventuali assalti di compagnie ostili.</p>
<p style="text-align: justify">In Italia, in (relativamente) poco tempo abbiamo assistito alla creazione di colossi dalla capitalizzazione impensabile appena un paio di decenni on sono. Un gruppo potente come UniCredit è nato a poco a poco da fusioni ed acquisizioni progressive.</p>
<p style="text-align: justify">Prima il matrimonio fra il Credito Romagnolo e la Carimonte Banca nel 1996, con la creazione di Rolo Banca 1473. Poi l&#8217;acquisizione di Rolo Banca da parte di Credito Italiano nel 2002 con la creazione del gigante UniCredit Banca, l&#8217;acquisizione della tedesca Hvb (e già a questo punto si era venuto a formare il quarto gruppo bancario dell&#8217;area euro) e la definitiva fusione (più che altro acquisizione) con Capitalia, a suo volta creatasi dopo un laborioso (e per certi versi poco accorto) lavorio di piccoli e grandi merger.</p>
<p style="text-align: justify">Stesso percorso per Banca Intesa, nata dalla complicata fusione di Banco Ambrosiano Veneto, Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, Banca Popolare FriulAdria, Cariplo, Mediocredito Lombardo e Banca Commerciale Italiana.</p>
<p style="text-align: justify">Anche nel variegato universo delle telecomunicazioni le cose non vanno certo diversamente. Sempre per rimanere nel nostro Paese, si pensi alla vicenda dell&#8217;opa Olivetti su Telecom Italia ed alla successiva scalata della Pirelli, con la creazione nel 2001 di una multinazionale elefantiaca dalla struttura alquanto farraginosa.</p>
<p style="text-align: justify">Ed il mondo dei media? Stesso scenario, con la News Corp. di Rupert Murdoch che procede ad acquisizioni a tutto spiano ovunque sul pianeta.</p>
<p style="text-align: justify">Anche in Italia, del resto, l&#8217;editoria è ormai appannaggio dei grossi gruppi. L&#8217;operazione di qualche anno fa che ha portato alla nascita di Gems (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol) ha creato il terzo polo del settore dopo Rcs e Mondadori, riunendo insieme storici marchi come Corbaccio, Garzanti, Guanda, Longanesi, Editrice Nord e Vallardi.</p>
<p style="text-align: justify">Ma davvero grande è bello? Davvero l&#8217;accorpamento di due o più società, aziende, banche, compagnie garantisce maggiore competitività sui mercati, sia interni che internazionali?</p>
<p style="text-align: justify">Non è che a riguardo manchino degli scettici fra gli analisti. Come non mancano esempi di fusioni che non hanno avuto un buon esito, tutt&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify">Perché l&#8217;elefantiasi non è mai positiva e crescere troppo spesso pone problemi inediti e talvolta rende vulnerabili su fronti che prima non avrebbero mai dato preoccupazione alcuna.</p>
<p style="text-align: justify">Un caso da manuale delle complicazioni che possono emergere durante un processo di fusione e negli anni immediatamente successivi è quello riguardante la contrastata operazione che negli Stati Uniti ha visto l&#8217;acquisizione della Compaq da parte della Hewlett Packard nel settembre 2001.</p>
<p style="text-align: justify">Fortemente voluta dalla discussa manager Carly Fiorina, l&#8217;acquisizione (di fatto un brutale accorpamento, visto che il 64% del controllo è andato all&#8217;Hp e solo il 36% alla Compaq, per tacere del fatto che il brand è rimasto Hp, mentre Compaq è stato declassato a nome di alcuni modelli) è stata un vero disastro.</p>
<p style="text-align: justify">Nei mesi appena dopo il merger si sono persi intorno ai 17mila posti di lavoro, cui negli anni se ne sono sommati altrettanti, per un totale di circa 35mila licenziamenti.</p>
<p style="text-align: justify">Perché è proprio questa la più seria perplessità suscitata dai processi di mergers and acquisitions: le grandi dimensioni che un gruppo raggiunge inevitabilmente finiscono con il rendere inutili molti lavoratori che magari nelle precedenti realtà aziendali erano indispensabili, ma che nel nuovo soggetto si scoprono scarsamente utilizzabili e quindi inesorabilmente in esubero.</p>
<p style="text-align: justify">A prescindere da caso a sé rappresentato dalla burocrazia interna di Citigroup, pensiamo solo a come da un momento all&#8217;altro la compagnia scaturita da una fusione si ritrovi ad avere due uffici stampa, due organizzazioni del personale, due strutture per la comunicazione, due centri di ricerca et similia.</p>
<p style="text-align: justify">Ovvero, dopo essersi assestata, a come essa si ritrovi ad avere divisioni con il doppio della gente necessaria a farle funzionare.</p>
<p style="text-align: justify">Sono i lavoratori, quindi, le prime vittime delle mega fusioni e da questo dato non si dovrebbe prescindere nel giudicare un trend che oggi appare certo incontrastabile, ma che forse alla lunga finirà con l&#8217;esaurire la sua spinta propulsiva, favorendo un ritorno al &#8220;piccolo&#8221; che a ben vedere non sarebbe del tutto irragionevole.</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-4832  aligncenter" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/05/logo-gm.jpg" alt="logo-gm" width="350" height="350" /></p>
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		<title>Perché si scrive?</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 08:20:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché si scrive &#8230; A tale quesito la prima (spontaneissima) risposta che mi sovviene è più che altro &#8220;perché nessuno ti paga per leggere&#8221; &#8230; Ma sarebbe troppo lapidaria e ben riduttiva &#8230; Tento quindi di ragionare un minimo sull&#8217;argomento attorno al quale, volente o nolente, ruota la mia vita. Ho iniziato a scrivere spinto [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Perché si scrive &#8230; A tale quesito la prima (spontaneissima) risposta che mi sovviene è più che altro &#8220;perché nessuno ti paga per leggere&#8221; &#8230; Ma sarebbe troppo lapidaria e ben riduttiva &#8230; Tento quindi di ragionare un minimo sull&#8217;argomento attorno al quale, volente o nolente, ruota la mia vita<span id="more-2101"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Ho iniziato a scrivere spinto non da una vena artistica (il mio stile è certo molto tecnico ed arido alquanto anzichenò) o dal desiderio di dire qualcosa di mio. Per nulla. Fondamentalmente, oserei dire, odio scrivere. Proprio lo odio. Ma l&#8217;eterogenesi dei fini è legge spietata. E spesso si finisce col fare cose che si detesta fare. La mia scrittura nasce quindi da esigenze diverse. Provo a definirle.</p>
<p style="text-align: justify">Mi occupo ormai da oltre quindici anni di stragi, terrorismo, violenza politica. Sin dall&#8217;inizio della stesura della mia tesi di laurea (sotto la paterna direzione di Nicola Matteucci, Dio l&#8217;abbia in gloria), confrontandomi con orrori indicibili, ho desiderato mettere a disposizione di quanti più lettori possibile i risultati delle mie ricerche sul fenomeno terroristico.</p>
<p style="text-align: justify">La domanda che mi ha mosso sin dall&#8217;inizio del mio percorso di riflessione è quella dostoevskijana sul perché del dolore innocente. Sempre tenendo bene a mente tale interrogativo ho tentato, certo talvolta fallendo, di confrontarmi con <em>le vene aperte</em> &#8211; prendo a prestito la bella e drammatica espressione di Eduardo Galeano &#8211; <em>della nostra contemporaneità</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Dai cosiddetti anni di piombo alle stragi che hanno segnato la storia dell&#8217;Italia repubblicana, da quella che definisco strategia della tensione europea al conflitto balcanico, dalla questione nordirlandese all&#8217;immane tragedia delle Twin Towers, ho sempre e comunque cercato di mantener viva l&#8217;esigenza iniziale di capire (tentare di capire &#8230;) il Perché di taluni accadimenti.</p>
<p style="text-align: justify">Ma, sia chiaro, <em>non si ricerca senza un&#8217;ipotesi attorno alla quale organizzare il reale</em>: senza di essa il reale tace. Dei giudizi di valore sono quindi spesso presenti nei miei saggi, anche se chi mi legge non potrà non notare (già in queste poche righe) la prevalenza di termini quali &#8220;tentare&#8221;, &#8220;cercare&#8221; &#8230; Credo sia sacrosanto dare al dubbio il suo giusto spazio. Come è altresì importante comunicare le certezze alle quali si è pervenuti.</p>
<p style="text-align: justify">Una ipotesi attorno alla quale organizzare il reale, dicevamo &#8230; Certo, essa c&#8217;è nei miei scritti. O, almeno, esistono alcune ipotesi ermeneutiche con le quali confronto gli eventi di cui mi occupo. Ma non è questo il luogo per dichiarazioni di appartenenza ideologica. Tutt&#8217;altro è il mio desiderio &#8230; Che quel che scrivo possa rappresentare un&#8217;occasione per fare memoria, ad esempio &#8230; Un&#8217;occasione per riflettere sul quel mistero del dolore innocente così ben descritto dalle parole di Ivan Karamazov nell&#8217;immortale opera di Dostoevskij &#8230;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tratto da AA. VV., <em>Perché si scrive?</em>, Edizioni La Biblioteca di Babele, Modica, 2008.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.labibliotecadibabele.it">www.labibliotecadibabele.it</a></p>
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<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/perche-si-scrive-cover-2.jpg"><img class="size-full wp-image-2103" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/perche-si-scrive-cover-2.jpg" alt="AA. VV., &quot;Perché si scrive?&quot;, Edizioni La Biblioteca di Babele, Modica, 2008" width="245" height="350" /></a></dt>
<dd>AA. VV., &#8220;Perché si scrive?&#8221;, Edizioni La Biblioteca di Babele, Modica, 2008</dd>
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		<title>Il bosone di Dio</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 06:16:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, 10 settembre, sarà il giorno di uno dei più audaci esperimenti scientifici della Storia: il Large Hadron Collider del Cern di Ginevra verrà messo in funzione. Dentro il super accelleratore di particelle viaggeranno delle nuvole di microscopici protoni, i quali, scontrandosi fra loro, scateneranno una immensa energia. Saranno così riprodotte le condizioni dell&#8217;universo ad appena [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Domani, 10 settembre, sarà il giorno di uno dei più audaci esperimenti scientifici della Storia: il Large Hadron Collider del Cern di Ginevra verrà messo in funzione. Dentro il super accelleratore di particelle viaggeranno delle nuvole di microscopici protoni, i quali, scontrandosi fra loro, scateneranno una immensa energia. Saranno così riprodotte le condizioni dell&#8217;universo ad appena 10 microsecondi dal Big Bang.<span id="more-261"></span> Insomma, si tratterà di un plasma di quark e gluoni con una potenza di 14 teraelettronvolt (14 mila miliardi di elettronvolt), la più alta mai ottenuta.</p>
<p style="text-align: justify">Per inciso, due cittadini statunitensi si sono rivolti (invano) ad un tribunale svizzero chiedendo che l&#8217;esperimento sia bloccato perché &#8211; dicono &#8211; potrebbe creare buchi neri distruttivi in grado di inghiottire nel Nulla la Svizzera se non l&#8217;intero pianeta Terra. In realtà, che ciò possa accadere è nell&#8217;ordine degli eventi impossibili.</p>
<p style="text-align: justify">Ma quali sono gli obiettivi dell&#8217;Lhc? Anzi, qual è l&#8217;obiettivo? Quello primario sicuramente è la ricerca del bosone di Higgs. In fisica quantistica i bosoni, chiamati così in onore del fisico indiano Satyendra Nath Bose, sono una delle due classi fondamentali in cui si dividono le particelle, bosoni, appunto e fermioni.</p>
<p style="text-align: justify">Il bosone di Higgs, che alcuni chiamano anche il bosone di Dio, sarebbe l&#8217;elemento finale della materia, una (ipotetica) particella elementare &#8211; l&#8217;unica a non essere stata mai osservata &#8211; prevista dal modello standard della fisica delle particelle.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, al dunque, l&#8217;esperimento del Cern è altamente filosofico, anzi teologico: scoprire le Origini dell&#8217;Universo, l&#8217;Inizio di tutto quanto. Che possa sparire il mondo nel mentre l&#8217;uomo compie un simile tentativo davvero mi pare troppo &#8230; O no?</p>
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		<title>Iron Wotan, beyond the movie, toward the cult</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 05:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alle &#8220;sogliole&#8221; dei quarant&#8217;anni non si dovrebbe perdere la testa così. Non si dovrebbe farlo né per le giovani donne (ma succede, altro che se succede), né &#8211; tantomeno! &#8211; per un film, e tratto da un fumetto per di più. Ma ormai è fatta, ho visto Iron Man in compagnia di due fra gli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Alle &#8220;sogliole&#8221; dei quarant&#8217;anni non si dovrebbe perdere la testa così. Non si dovrebbe farlo né per le giovani donne (ma succede, altro che se succede), né &#8211; tantomeno! &#8211; per un film, e tratto da un fumetto per di più.<br />
Ma ormai è fatta, ho visto <em>Iron Man</em> in compagnia di due fra gli amici più cari (i film seri, quelli targati Marvel per intenderci, vanno visti con gli amici di una vita, non possono essere goduti appieno in compagnia di stagionali del sabato sera e non ci dormo più la notte<span id="more-7"></span>: wallpaper scaricato e poi accuratamente fotografato con il Nokia (&#8216;azz, ho nominato una multinazionale &#8230; Non si dovrebbe. Pubblicità occulta? Mica, anzi Mika, tanto, adoro la multinazionale finlandese per il solo fatto che è finlandese, ossia anni luce dalle italiche mollezze ed imperfezioni. Non siete d&#8217;accordo? Compratevi un Telit, è pur sempre uno <em>status symbol</em> &#8230;) per essere impostato come sfondo del telefonino e financo come suo screen saver, corsa in edicola ed in fumetteria, acquisto del comic che la Panini ha sfornato sfruttando il lancio del film e del relativo volumone &#8220;Marvel Masterworks&#8221; da 25 euri 25, acc, dannaz, malediz (inciso analitico d&#8217;alta finanza: anni fa, prima dell&#8217;euro, m&#8217;avessero chiesto 50 mila lire per un fumetto li avrei inseguiti con la roncola calabrese, anzi, essendo catanese, <em>ca zotta</em>).</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, non so se vi siete accorti che sono riuscito a scrivere un periodo da 1.100 battute (ovvero 15 righe, come dicono in redazione al <em>Daily Slab</em>, l&#8217;ottimo quotidiano di Bedrock letto al mattino da Fred Flintstone), davvero oltre il limite della decenza &#8230;</p>
<p style="text-align: center">
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<dt><img class="size-full wp-image-5680" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/07/iron_man_resized.jpg" alt="Una immagine di Iron Man tratta da un diffuso video game" width="350" height="220" /></dt>
<dd>Una immagine di Iron Man tratta da un diffuso video game</dd>
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<p style="text-align: justify">Insomma, si tratta proprio di amore a prima visione, di reale impazzimento quello per il film di Jon Favreau, un regista che in poche sequenze ha cancellato nel mio cuore anni di Ingmar Bergman e di scene leeeeenteeeee in svedese con sottotitoli in inglese (quando mi andava bene!). Per non parlare di Robert Downey jr, immenso protagonista che, sempre nel mio cuore (che è grande, è grande, chiedete alla varie tipe che ci stanno dentro e manco s&#8217;accorgono d&#8217;essere in ottima ed affollata compagnia) ha assestato un bel calcio nel didietro al mitico Erland Josephson di <em>Scene da un matrimonio</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Si cambia nella vita, mettiamola così. Ci si evolve. Ma non è il mio caso, state tranquilli. Io mi involvo soltanto. Poi con &#8216;sti quarant&#8217;anni incombenti, non ne parliamo. Cloppete, cloppete &#8230; «Scansati, passa un cavallo» &#8230; «No, non temere, è l&#8217;alzaheimer che galoppa» &#8230; Tornando al film, diciamo che c&#8217;è un tempo per tutto. C&#8217;è un tempo per Bergman e c&#8217;è un tempo per Favreau, regista dal ritmo alla Black Sabbath. Da giovani si gradisce trifolarsi i cosiddetti con il cinema d&#8217;autore e da grandicelli, di contro, si cerca di rinfrescare il cervello immergendolo in una tinozza di amene idiozie.</p>
<p style="text-align: justify">La trama di <em>Iron Man</em> è semplice, per certi versi assai fedele al fumetto, ma ovviamente adattata al 2008. Creato da Stan Lee e Larry Lieber (fratello del capo assoluto della Marvel Comics, al secolo Stanley Lieber) per quanto riguarda idea e testi e da Don Heck e Jack Kirby per i disegni, Iron Man, è infatti apparso per la prima volta in <em>Tales of Suspense</em> n. 39 del marzo 1963 (la prima apparizione italiana è invece del marzo 1971 per la mitica Editoriale Corno). Ovvio che il plot andasse aggiornato.</p>
<p style="text-align: justify">Nel comic Iron Man &#8211; il cui vero nome è Anthony Edward Stark, detto &#8220;Tony&#8221;- è un geniale ragazzo che, dopo la morte dei genitori in un incidente, eredita la multinazionale delle armi del padre, la Stark Industries. Durante una visita in Vietnam, in pieno conflitto, rimane gravemente ferito nell&#8217;esplosione di una mina ed una scheggia metallica gli si conficca a pochissimo dal cuore. Catturato da Wong Chu, un signore della guerra locale, si salva grazie ad un compagno di prigionia, il fisico Yin Sen, che tramite un transistor riesce a tenere la scheggia a distanza dal muscolo cardiaco. Insieme, utilizzando la tecnologia messa a loro disposizione da Wong Chu, che li vorrebbe costringere a produrre armi per le sue truppe, assemblano un esoscheletro metallico che dà a Stark la possibilità di fuggire, anche se Yin Sen muore per dare all&#8217;amico americano il tempo di indossare la pesante armatura. Rientrato negli States, Stark la perfeziona, creando una nuova identità, Iron Man appunto, e continuando nella difesa del proprio Paese (è praticamente il <em>general contractor</em> dello Shield, l&#8217;ipertecnologico servizio di Intelligence dell&#8217;Universo Marvel).</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5681" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/07/robert_downey_jr_in_iron_man.jpg" alt="Robert Downey jr in una scena di &quot;Iron Man&quot;" width="400" height="301" /></dt>
<dd>Robert Downey jr in una scena di &#8220;Iron Man&#8221;</dd>
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<p style="text-align: justify">Molto del plot originario lo si ritrova nella rilettura di Favreau, ma lo scenario dal Vietnam è spostato all&#8217;Afghanistan ed all&#8217;opposizione al comunismo la versione cinematografica sostituisce la <em>War on Terror</em> di George Walker Bush, con un nemico che ha tutti i connotati di Wong Chu e la cui organizzazione terroristica, i Dieci anelli, di certo sarà protagonista dell&#8217;inevitabile <em>sequel</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, il film mi ha entusiasmato, lo avrete capito. Ma la mia passione per Iron Man (da leggersi con voce metallica, come nel trailer) va oltre. Mi accorgo di stare esagerando. Fra me e me fa capolino l&#8217;idea che non di semplice seppur sublime <em>science fiction</em> si tratti, ma dell&#8217;inizio di una nuova era, della nascita di un culto, di una religione dell&#8217;uomo in armatura, evoluzione hi-tech del cavaliere medievale.</p>
<p style="text-align: justify">Ormai sono andato di testa, sto fuori come un balcone (ma guarda te che danno può fare <em>&#8216;n&#8217;fitusu fimmi</em>) e vagheggio di fondare un nuovo credo religioso per meglio rendere onore al dio di ferro. Ma c&#8217;è qualcosa che non quadra &#8230; Aaarghhhh!!! Ecco, ora ricordo. Io una nuova (si fa per dire) religione la professo già, essendo (e così facciamo un altro outing dopo quello della settimana scorsa sulla mia nostalgia per la Ddr) un suprematista scandinavo «così sporco che ripugna toccarlo con le dita» (per citare il giudizio di Furio Jesi su Julius Evola) che, pur rimanendo mooolto cattolico, adora Wotan (Odino per il volgo volgare) e suo figlio Thor, detesta Loki e la domenica in tv guarda il Ragnarok su Tele Åsgard invece del calcio &#8230;</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5682" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/07/wotan.jpg" alt="Odino/Wotan" width="283" height="391" /></dt>
<dd>Odino/Wotan</dd>
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<p style="text-align: justify">Ed ora come la mettiamo? Iron Man e Wotan andranno in conflitto? Ma no &#8230; Se nuova religione dev&#8217;essere, facciamola anche sincretica (come ogni nuova religione che si rispetti, del resto), facciamo uno sforzo mitopoietico e fondiamo i due, creando un <em>Iron Wotan</em> perfetto per i tempi. È pur sempre il dio nordico per eccellenza, ma hi-tech, evolutissimo, al passo &#8230; Soddisfa la voglia di futuro che è in tutti noi, ma anche le mai sopite tendenze conservatrici che solo una millenaria mitologia può appagare. Ho una sola perplessità: in centro a Catania dove la costruisco una cattedrale?</p>
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		<title>Dr Palme e Mr Wolf</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 17:07:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[28 febbraio 1986]]></category>
		<category><![CDATA[Andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[Ddr]]></category>
		<category><![CDATA[Germania Est]]></category>
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		<category><![CDATA[Welfare State]]></category>
		<category><![CDATA[Wolf]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo il recente outing di un caro amico non posso esimermi dal gettare la maschera anch&#8217;io e fare una confessione che comunque non credo coglierà di sorpresa più di tanto i miei conoscenti più intimi. Se il mio amico è (&#8220;bontà&#8221; sua) lieto di dichiararsi razzista in merito al &#8220;problema rom&#8221;, per così dire, io [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Dopo il recente <em>outing</em> di un caro amico non posso esimermi dal gettare la maschera anch&#8217;io e fare una confessione che comunque non credo coglierà di sorpresa più di tanto i miei conoscenti più intimi. Se il mio amico è (&#8220;bontà&#8221; sua) lieto di dichiararsi razzista in merito al &#8220;problema rom&#8221;, per così dire, io farò un altro tipo di <em>coming out,</em> di verso (politico) opposto, ma a ben vedere mica tanto: sono schifosamente innamorato della Ddr, la gloriosa Germania Est, quella Deutsche Demokratische Republik che nel 1974 Jurgen Sparwasser (&#8220;risparmia acqua&#8221;) portò alla vittoria sulla Germania Ovest, che alla fine però vinse il mondiale casalingo contro una fortissima Olanda, troppo hippy e troppo sfigata.<span id="more-6"></span></p>
<p style="text-align: justify">Una nostalgia struggente, la mia, per un luogo che non ho avuto il tempo di visitare (e meno male, dicono alcuni miei amici tedeschi), ma che un certo innegabile fascino esercita. E non solo su di me, a giudicare dal merchandising che si è imposto a Berlino (fra poco, addirittura, riandrà in produzione la mitica Trabant, la classicissima auto Ddr). Dirò di più, quando dormo da solo, dormo con la bandiera della Germania Est stesa sul cuscino accanto. Del resto, l&#8217;immortale Giulio Andreotti, in una delle sue geniali battute, ebbe a dire: «io amo la Germania. E l&#8217;amo così tanto che ne voglio addirittura due».</p>
<p style="text-align: justify">Cercare di capire le motivazioni della mia passionaccia geopolitica (o archeologica, a questo punto della Storia) non è affare semplice. Probabilmente la Ddr, nell&#8217;intero blocco dell&#8217;Est, rappresentava il Paese più sviluppato, in cui il socialismo reale mitigava la durezza del suo essere totalitario con uno quadro socioeconomico certo più avanzato di quello degli alleati del Patto di Varsavia. Ma a voler essere onesti fino in fondo, quasi certamente la mia simpatia per la Germania Est deriva dal fascino sulfureo di un personaggio come Markus &#8220;Misha&#8221; Wolf, il capo supremo della Stasi, il servizio segreto tedesco orientale al centro del bellissimo <em>Le vite degli altri</em>, di Florian Henckel von Donnersmarck, premio Oscar come miglior film straniero nel 2007 (ma girato l&#8217;anno prima).</p>
<p style="text-align: justify">Da ricordare la scena cult in cui il capitano della Stasi Gerd Wiesler (interpretato dal grande attore dissidente Ulrich Mühe, che da lì a poco sarebbe morto di cancro), durante un interrogatorio, freddamente ordina al malcapitato seduto di fronte a lui di tenere «le mani sotto le cosce». Da brividi. Altro che i guanti di velluto delle nostre polizie, imbrigliate da una serie di leggi ipergarantiste che prima o poi condurranno alla decomposizione dell&#8217;Occidente.</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5675" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/07/Markus-Wolf-3.jpg" alt="Markus Wolf" width="410" height="500" /></dt>
<dd>Markus Wolf</dd>
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<p style="text-align: justify">Perché se c&#8217;è una cosa che francamente non ho mai capito è la difesa ad oltranza che da sinistra si fa di ladri e delinquenti vari, con una sorta di &#8220;giustificazionismo&#8221; sociologico da fare urlare di rabbia. Possibile che non si possa essere comunisti e fermi sostenitori della Legge e dell&#8217;Ordine? E perché mai la sinistra europea, e segnatamente italiana, ha privilegiato il punto di vista dei criminali rispetto a quello delle vittime della delinquenza? Misteri che hanno condotto alla cancellazione della <em>gauche</em> dal Parlamento. Il che è una mezza catastrofe per la nostra democrazia, sia chiaro.</p>
<p style="text-align: justify">Ma siccome un po&#8217; schizofrenici lo siam tutti, occorre anche ammettere come io alterni la romantica passione tedesco orientale con la sovrana simpatia per il modello di socialdemocrazia scandinava, con un <em>Welfare State</em> capillare, ma serio. Non l&#8217;assistenzialismo a fondo perduto che vige alle nostre latitudini, insomma.<br />
Come si conciliano due così diverse simpatie? Non si conciliano affatto, è ovvio. Diciamo che vivo come una sorta di Dottor Palme e Mister Wolf, alternando la razionale ammirazione per le politiche del socialdemocratico (e convinto anticomunista) Olof Palme, il premier svedese assassinato a Stoccolma il 28 febbraio 1986, con l&#8217;irrazionale fascinazione per il Male rappresentato da quella parte di cortina di ferro chiamata Ddr.</p>
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<dt><img class="size-full wp-image-5676" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/07/pictures_olof_palme.jpg" alt="Olof Palme" width="400" height="301" /></dt>
<dd>Olof Palme</dd>
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</div>
<p style="text-align: justify">Sarà pure stato un inferno totalitario, ma quando osservo le belve (in)umane che circolano in Italia facendosi beffe di qualsiasi regola di civile convivenza, quando leggo delle quotidiane violenze nel nostro Paese, francamente non riesco a trattenermi dall&#8217;alzare il pugno chiuso e sibilare «Heil, Honecker!».</p>
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