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	<title>The Lo Re Report &#187; Scienze</title>
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	<description>Attualità politica internazionale, italiana e siciliana a cura di Carlo Lo Re</description>
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		<title>50&#8242;anni fa Gagarin conquistava lo Spazio</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 08:15:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi ricorre il 50° anniversario di una delle date più importanti nella Storia dell&#8217;uomo: il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin giunse nello Spazio e fece ritorno vivo, a differenza di molti dei suoi colleghi dispersi (e condannati a morte atroce) sui quali il Cremlino ha sempre mantenuto il segreto di Stato. La Vostok 1 (Oriente1) fu [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Oggi ricorre il 50° anniversario di una delle date più importanti nella Storia dell&#8217;uomo: il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin giunse nello Spazio e fece ritorno vivo, a differenza di molti dei suoi colleghi dispersi (e condannati a morte atroce) sui quali il Cremlino ha sempre mantenuto il segreto di Stato<span id="more-10317"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La Vostok 1 (Oriente1) fu la prima missione con un equipaggio umano, nonché in assoluto il primo volo umano riuscito nello Spazio. Alle ore 09.07 (ora di Mosca), dal cosmodromo di Baikonur la capsula si staccò dal suolo, raggiungendo la traiettoria prevista in un&#8217;orbita ellittica con un perigeo di 169 km ed un apogeo di 315 km.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo aver percorso un&#8217;intera orbita terrestre in un&#8217;ora e 48 minuti, i retrorazzi frenanti si attivarono. Ma non tutto andrò come previsto. La capsula Vostok era stata infatti costruita per atterrare nella steppa e non in mare, ma durante il rientro nell’atmosfera il modulo orbitale non si staccò dalla capsula e questa cominciò quindi a dondolare pericolosamente in avvicinamento agli strati superiori dell&#8217;atmosfera. Poco dopo, però, il &#8220;veicolo&#8221; in qualche modo si stabilizzò ed il paracadute principale si aprì, rallentando l&#8217;atterraggio. A quota di 7.000 metri, Gagarin potè catapultarsi fuori con un seggiolino eiettabile, atterrando, con il paracadute, a 26 km a Sud Ovest della città di Engels.</p>
<p style="text-align: justify">Il sito del <a href="http://www.corriere.it" target="_blank"><em>Corriere della Sera</em></a> ha preparato una serie di <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_aprile_05/anniversario-gagarin-grafico-animato_52d75982-5eb9-11e0-b025-06c58bf39633.shtml" target="_blank">schede</a> assai suggestive, nelle quali si riassumono le tappe salienti della missione e vengono date alcune interessanti informazioni su Gagarin, eroe non sovietico, ma dell&#8217;Umanità intera.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/04/time_cover_gagarin.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10320" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/04/time_cover_gagarin-228x300.jpg" alt="Copertina dedicata dalla rivista americana &quot;Time&quot; all'impresa di Yuri Gagarin" width="228" height="300" /></a></p>
<div class="shr-publisher-10317"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Caldo&#8221; al Polo Nord, gelo più giù</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 12:16:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Davvero tante sono state le anomalie di temperatura evidenziate in questo inizio di nuovo decennio rispetto alle medie dell&#8217;arco temporale 2003-2010. Basterebbe solo l&#8217;attenta osservazione della settimana tra il 9 e il 16 di gennaio nell&#8217;emisfero nord del globo per rendersi conto delle stranezze in corso. La carta geografica sotto lo dimostra ampiamente. Nel Canada [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Davvero tante sono state le anomalie di temperatura evidenziate in questo inizio di nuovo decennio rispetto alle medie dell&#8217;arco temporale 2003-2010. Basterebbe solo l&#8217;attenta osservazione della settimana tra il 9 e il 16 di gennaio nell&#8217;emisfero nord del globo per rendersi conto delle stranezze in corso. La carta geografica sotto lo dimostra ampiamente. Nel Canada occidentale e centrale, infatti, come pure negli Stati Uniti ed in Scandinavia, è stato registrato un freddo molto più intenso del normale delle con punte (evidenziate in blu scuro) sino a 18 gradi sotto la media stagionale. Il primato spetta al clamoroso -43 gradi Celsius di International Falls, nel Minnesota<span id="more-9698"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Paradossalmente, invece, in zone di norma attorno ai -40 gradi invernali, come il nord del Quebec, l&#8217;isola Baffin, la Groelandia occidentale, l&#8217;estrema propaggine orientale della Siberia, l&#8217;Alaska e l&#8217;intero arcipelago artico del Canada, le temperature hanno raggiunto i 18 gradi sopra la media stagionale, con un &#8220;caldo&#8221; inusuale da quelle parti che è davvero stato il benvenuto.</p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/01/maps_caldo_polare_inverno_2010_2011.jpg"><img class="size-medium wp-image-9708" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/01/maps_caldo_polare_inverno_2010_2011-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></dt>
<dd>Mappa delle temperature dell&#8217;inverno 2010-2011 nell&#8217;area artica</dd>
</dl>
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<p style="text-align: center">
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		<title>«C&#8217;è da spostare un aereo!»: gli strani effetti dello slittamento dei poli magnetici</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 06:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La pista principale dell&#8217;aeroporto di Tampa, in Florida, è stata chiusa per molti giorni per rifare la segnaletica. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma è accaduto sul serio: lo scalo &#8220;è stato colpito&#8221; da uno spostamento del polo magnetico ed i suoi responsabili sono stati costretti a correre ai ripari, rimodulando la pista di atterraggio e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La pista principale dell&#8217;aeroporto di Tampa, in Florida, è stata chiusa per molti giorni per rifare la segnaletica. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma è accaduto sul serio: lo scalo &#8220;è stato colpito&#8221; da uno spostamento del polo magnetico ed i suoi responsabili sono stati costretti a correre ai ripari, rimodulando la pista di atterraggio e di partenza<span id="more-9586"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Sia gli aeroporti che le stesse rotte aeree, infatti, si basano su dei calcoli relativi alla longitudine ed alla latitudine, nonché sui poli magnetici. Sono queste coordinate che permettono di volare in tutta sicurezza, tant&#8217;è che si parla di aerovie <em>et similia</em>. Insomma, su nei cieli è un po&#8217; tipo giù con le autostrade, solo che i cartelli &#8220;stradali&#8221; sono invisibili (ma ci sono!) &#8230; Ora, a Tampa lo spostamento è stato di tale serietà da costringere i gestori dell&#8217;aeroporto a rifare per intero la segnaletica della pista di atterraggio e di partenza, visto che longitudine e latitudine non corrispondevano più. Nello specifico, per le carte di navigazione l&#8217;aeroporto di Tampa non sarà più sotto le coordinate 18R/36L, ma sotto 19R/1L.</p>
<p style="text-align: justify">I poli magnetici terrestri cambiano spesso e quando la variazione supera i 3 gradi è necessario cambiare la logistica delle piste aeroportuali. Più in generale, è bene rammentare come i poli magnetici non corrispondano ai due poli geografici, quello Nord e quello Sud che da sempre affascinano gli esploratori dell&#8217;estremo.  Anzi, nella realtà essi si trovano parecchio distanti. Proviamo a capirne un po&#8217; di più.</p>
<p style="text-align: justify">Con il termine &#8220;polo&#8221; in astronomia si intende ognuno dei due punti sulla superficie della Terra, detti appunto Nord e Sud, verso i quali si orientano le estremità opposte dell&#8217;ago magnetico della bussola. Ad individuare per primo il polo nord magnetico (che per maggiore chiarezza scrivo con la minuscola, mentre per quelli geografici &#8211; Polo Nord e Polo Sud &#8211; è meglio utilizzare la maiuscola) fu James Clark Ross, esploratore ed ufficiale della Royal Navy britannica, il 31 maggio 1831. Lo localizzò nella penisola di Boothia nel Canada settentrionale, a sud dell&#8217;isola di Somerset. Più in là, nel 1904, l&#8217;esploratore norvegese Roald Amundsen (il mitico &#8220;scopritore&#8221; del Polo Sud) si accorse che vi era stato uno spostamento verso il nord del polo magnetico, localizzato comunque sempre in Boothia.</p>
<p style="text-align: justify">Attualmente il polo nord magnetico è collocato nel nord del Canada, a circa 600 chilometri dalla più vicina città, Resolute Bay, &#8220;metropoli&#8221; di ben 300 abitanti. Il polo sud magnetico è invece nelle vicinanze della Terra Adelia, in Antartide, a circa 2.600 chilometri di distanza dal Polo Sud geografico.</p>
<p style="text-align: justify">Lo spostamento di entrambi i poli magnetici è noto agli scienziati come &#8220;migrazione dei poli&#8221; ed è una vera e propria costante del nostro pianeta. Inoltre, vi è anche il problema del capovolgimento totale dei poli magnetici, con il nord che diventa sud e viceversa. La cosa avviene ad intervalli regolari  ogni circa 300.000 anni. L&#8217;ultimo &#8220;scambio&#8221;, secondo gli studiosi, è accaduto circa 780.000 mila anni fa. Secondo questi calcoli, quindi, un capovolgimento dei poli sarebbe già dovuto avvenire da tempo, ma invece non è accaduto nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Alcune ricerche dicono invece che il polo nord magnetico si sposterà dal Canada alla Russia nel giro di due anni. La previsione dello scienziato canadese Larry Newitt trova concordi gli esperti russi della materia, che prevedono per il futuro anche un forte indebolimento dell&#8217;intero campo geomagnetico terrestre, con  tutta una serie di conseguenze negative sia per il senso dell&#8217;orientamento che per la difesa dalle radiazioni provenienti dallo Spazio. Insomma, ancora una volta la scienza mette molta &#8220;carne al fuoco&#8221; a disposizione degli sceneggiatori di film apocalittici.</p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/01/polar_shift.jpg"><img class="size-full wp-image-9620" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2011/01/polar_shift.jpg" alt="" width="277" height="300" /></a></dt>
<dd>Poli geografici e poli magnetici</dd>
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		<title>Aluna Project, ovvero il sogno dell&#8217;orologio lunare di Londra</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 02:38:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<title>La guerra è nel dna dei primati?</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 08:03:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo gli studiosi, si è da poco conclusa nella foresta ugandese, dopo circa 10 anni, una vera e propria guerra combattuta fra gruppi rivali di scimpanzé, finita con la conquista da parte di un &#8220;clan&#8221; del territorio prima occupato dai rivali vinti. La vicenda è la prima prova scientificamente osservata di un comportamento fin troppo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Secondo gli studiosi, si è da poco conclusa nella foresta ugandese, dopo circa 10 anni, una vera e propria guerra combattuta fra gruppi rivali di scimpanzé, finita con la conquista da parte di un &#8220;clan&#8221; del territorio prima occupato dai rivali vinti. La vicenda è la prima prova scientificamente osservata di un comportamento fin troppo umano da parte dei nostri &#8220;cugini&#8221;. Uccidere dei propri simili per conquistare spazio sarebbe quindi un input sostanzialmente genetico per tutti i primati.<br />
La significativa scoperta, pubblicata su <em>Current Biology</em>, è di John Mitani, primatologo della University of Michigan di Ann Arbor, che ha appunto studiato per più di un decennio il gruppo di scimpanzé denominato &#8220;ngogo&#8221; dalla località in cui vive, dentro il Parco Nazionale Ugandese di Kibale.<br />
Il gruppo, composto da oltre 150 scimpanzé, è il più numeroso dell&#8217;area e ciò gli consente, ovviamente, di controllare molto bene il proprio territorio e di ampliarlo anche. Chissà come si dice <em>lebensraum</em> nella loro lingua &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_8542" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/06/general_hondo_resized.jpg"><img class="size-full wp-image-8542" title="general_hondo_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/06/general_hondo_resized.jpg" alt="" width="350" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">General Hondo</p></div>
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		<title>Arctic Methane</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 05:32:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E stavolta la minaccia potrebbe venire dal profondo. Secondo uno studio condotto da Katey Walter Anthony, apparso su Scientific American, lo scioglimento del permafrost finora presente sul fondale dei laghi artici libererebbe sempre più metano e da ora a fine secolo le emissioni di tale gas serra potrebbero aumentare in maniera considerevole. Si parla infatti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">E stavolta la minaccia potrebbe venire dal profondo. Secondo uno studio condotto da Katey Walter Anthony, apparso su <em>Scientific American</em>, lo scioglimento del permafrost finora presente sul fondale dei laghi artici libererebbe sempre più metano e da ora a fine secolo le emissioni di tale gas serra potrebbero aumentare in maniera considerevole. Si parla infatti di un incremento dal 20 al 40%.<br />
Nell&#8217;eventualità che tale scenario progressivamente si realizzi è ovvio che sarebbe da mettere in considerazione anche una assai brusca accelerata del global warming.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-7297" title="poles_arctic_methane_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/poles_arctic_methane_resized.jpg" alt="poles_arctic_methane_resized" width="350" height="328" /></p>
<p style="text-align: justify">
<div class="shr-publisher-7294"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Nelle estati del Pliocene il Polo Nord era senza ghiaccio</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 07:10:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ormai è chiaro anche per i ragionevolmente ecoscettici come me che il Polo Nord potrebbe davvero giungere entro brevi anni ad una estate senza ghiaccio e a temperature medie molto più elevate che in passato. L&#8217;ultimissimo allarme in tal senso proviene dalla U.S. Geological Survey, i cui scienziati hanno ricostruito come, nel corso della stagione mite del Medio Pliocene, più o meno fra 3.3 e 3 milioni di anni or sono, l&#8217;Oceano Artico ed il Mare del Nord fossero troppo caldi per poter consentire il mantenimento di ghiaccio sul mare anche in estate<span id="more-7288"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il periodo geologico preso in esame ha delle analogie con la nostra era, soprattutto perché caratterizzato da temperature alte in qualche modo simili a quelle che sono previste per la fine del secolo in corso. Insomma, il Medio Pliocene è un buon modello per tentare di comprendere le condizioni future del nostro pianeta partendo dall&#8217;andamento corrente delle variazioni climatiche.</p>
<p style="text-align: justify">Più nel dettaglio, la ricerca americana ha rilevato come durante il Medio Pliocene le temperature della superficie del Mare Glaciale Artico fossero comprese fra i 10 ed i 18 ° Celsius. Ben oltre quelle attuali, quindi, che sono invece vicine allo 0.</p>
<p style="text-align: justify">La progressiva scomparsa della crosta di ghiaccio artico potrebbe avere conseguenze notevoli sull&#8217;ecosistema terrestre, dall&#8217;ulteriore riscaldamento della zona polare ad una più veloce  erosione delle coste in seguito all&#8217;aumento dell&#8217;attività delle onde, dal disorientamento di orsi e foche all&#8217;aumento delle piogge in tutta l&#8217;Europa occidentale, nonché in quella meridionale. Parallelamente, potrebbero anche verificarsi minori precipitazioni nella parte Ovest degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo lo studio in analisi, quindi, «la fusione record del ghiaccio artico registrata nel corso degli ultimi anni può essere un segnale premonitore di significative trasformazioni che potranno sopravvenire. Del resto, se si osserva ciò che è avvenuto 3 milioni di anni fa, è possibile notare un differente schema di distribuzione del calore rispetto a oggi. E la mancanza di ghiaccio marino durante l&#8217;estate nel corso del Medio Pliocene suggerisce come anche nel nostro futuro alle alte latitudini possano esservi acque molto più calde».</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-7289" title="poles_nordpol_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2010/01/poles_nordpol_resized.jpg" alt="poles_nordpol_resized" width="292" height="350" /></p>
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		<title>Al Gore lancia l&#8217;allarme Artico</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 04:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel mentre a Copenhagen si attende l&#8217;intervento di Barack Obama alla Conferenza Onu sui mutamenti climatici, Al Gore gioca d&#8217;anticipo e lancia l’ennesimo (inascolato?) allarme sul cosiddetto riscaldamento globale. «Perché il cambiamento è già in atto &#8211; ha detto senza mezzi termini l&#8217;ex vicepresidente statunitense davanti alle telecamere della sua avveniristica Current Tv &#8211; e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Nel mentre a Copenhagen si attende l&#8217;intervento di Barack Obama alla Conferenza Onu sui mutamenti climatici, Al Gore gioca d&#8217;anticipo e lancia l’ennesimo (inascolato?) allarme sul cosiddetto riscaldamento globale. «Perché il cambiamento è già in atto &#8211; ha detto senza mezzi termini l&#8217;ex vicepresidente statunitense davanti alle telecamere della sua avveniristica <a href="http://current.com/" target="_blank">Current Tv</a> &#8211; e la calotta polare artica potrebbe addirittura scomparire durante il periodo estivo, già fra 5 o 7 anni». La percentuale che tale scenario si possa verificare? «Ben il 75%», secondo Gore<span id="more-7107"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Durante l&#8217;intervista, delle nuove ricerche sono state illustrate dall&#8217;esponente democratico, che giustamente considera il Polo Nord una delle aree più a rischio del mondo, con temperature che secondo taluni esperti stanno salendo con una rapidità doppia rispetto alla media.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo <em>An Inconvenient Truth</em>, che ha vinto l&#8217;Oscar nel 2007 come miglior documentario, Gore si ripropone quindi quale teorico di punta dell&#8217;ambientalismo con il suo ultimo saggio, <em>La scelta</em> (in Italia edito da Rizzoli), tentando di dare nuove risposte sul riscaldamento globale.</p>
<p style="text-align: justify">«Fra gli Stati che stanno facendo di più per salvare il pianeta &#8211; sostiene Gore &#8211; di certo vi è la Svezia, ma tutti i Paesi scandinavi si stanno comportando bene ed anche la Gran Bretagna è tra i Paesi virtuosi. Del resto, i Paesi scandinavi fanno bene un sacco di cose, forse perché le loro società si sono sviluppate in una regione così fredda ed hanno quindi sviluppato un&#8217;etica diversa del lavoro».</p>
<p style="text-align: justify">«Il futuro della civiltà mondiale, nota Gore, dipende da uno sforzo globale per ridurre drasticamente l&#8217;inquinamento che conduce al riscaldamento globale». I passi da compiere? «Lo sviluppo di fonti rinnovabili di energia, di una agricoltura sostenibile e la riduzione della deforestazione. Perché l&#8217;alternativa è la catastrofe. Spesso si fa l&#8217;errore di confondere ciò che non è mai accaduto con qualcosa d&#8217;improbabile, ma sono proprio le eccezioni che uccidono e quella che rischiamo con il global warming è l&#8217;eccezione più grande che l&#8217;uomo abbia mai corso il rischio di veder concretizzare».</p>
<div id="attachment_7111" class="wp-caption aligncenter" style="width: 319px"><img class="size-full wp-image-7111" title="al_gore_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/pictures_al_gore_resized.jpg" alt="Al Gore, premio Nobel per la Pace nel 2007, anno in cui un suo documentario ha vinto l'Oscar" width="309" height="350" /><p class="wp-caption-text">Al Gore, premio Nobel per la Pace nel 2007, anno in cui un suo documentario ha vinto l&#39;Oscar</p></div>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
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		<title>Copenhagen/3 La Cina e gli altri grandi fra i &#8220;piccoli&#8221;: rimanga in vigore Kyoto</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 06:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La proposta, prevedibile, di una parte, quella più ricca e geopoliticamente rilevante, dei Paesi in via di sviluppo aderenti al cosiddetto G77 è che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore e che le nazioni di forte e antica industrializzate riducano del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 (ben 8 volte di più di quanto loro richiesto da Kyoto).<br />
È questo, parrebbe, il contenuto del &#8220;Copenhagen accord (draft)&#8221;, la bozza di intesa diffusa dal quotidiano parigino <em>Le Monde</em> ed elaborata da cinque Paesi denominati &#8220;Basic&#8221; dalle loro iniziali (Brasile, Sudafrica, Sudan, India e Cina, con il Sudan, ovviamente, nel ruolo di zerbino di Pechino). Insomma, un passo un po&#8217; più concreto di una semplice piattaforma di discussione del G77, i Paesi in via di sviluppo, in risposta alla bozza di accordo dei Paesi sviluppati che proprio non è piaciuta (il <em>Guardian</em> ne aveva pubblicato delle anticipazioni qualche giorno fa)<span id="more-7003"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Nel testo, da un punto di vista politico assai accorto, con parti vincolanti e sezioni interpretabili (nella secolare tradizione diplomatica mandarina), si chiederebbe che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore oltre la sua data di scadenza del 2012. Si  richiederebbe altresì ai Paesi industrializzati la riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni dei gas serra rispetto al livello del 1990. L&#8217;aumento delle temperatura globale, dicono la Cina ed i suoi sodali, non deve superare i 2 gradi Celsius. Gli Stati-atollo avevavo indicato 1.5 gradi (parametro che vorrebbero vincolante).</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, uno sforzo considerevolmente maggiore dei Paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni (Kyoto si limitava ad indicare al 2012 l&#8217;obettivo del 5%) se si vuole evitare il peggio.</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, i Paesi del G77 chiedono che il Kyoto Protocol venga sottoscritto o ratificato anche dalle nazioni che non l&#8217;hanno ancora fatto. Gli Usa, ad esempio, lo hanno sì sottoscritto nel 1997, ma sia Bill Clinton che George Walker Bush si sono ben guardati dal farlo ratificare dal Congresso, cosa che non sembra nemmeno nelle priorità di Barack Obama.</p>
<p style="text-align: justify">Altra condizione importante che la bozza di Cina &amp; Co. proporrebbe è la riduzione delle emissioni esclusivamente «con misure interne», senza cioè ricorrere più agli strambi meccanismi di compensazione esterni come il grottesco mercato di scambio dei certificati dell&#8217;anidride carbonica.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Last but noy least</em>, il fondo per il clima che dovrebbe essere creato alla fine della Conferenza di Copenhagen dovrebbe nascere sotto la direzione delle Nazioni Unite e non della Banca Mondiale (opzione preferita dagli Usa).</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-7014" title="copenhagen_conference_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/copenhagen_conference_resized.jpg" alt="copenhagen_conference_resized" width="350" height="233" /></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Copenhagen/2 Gli Stati-atollo si ribellano alle scelte dei grandi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 13:23:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Alla Conferenza di Copenhagen il contrasto non è soltanto tra i Paesi ricchi e quelli ancora in via di sviluppo, ma emerge sempre più netta anche la divisione fra le file degli Stati più poveri, con la conseguenza che un accordo sembra davvero ormai essere lontano. Finora, più o meno, in materia di ambiente i cosiddetti Paesi in via di sviluppo erano stati abbastanza uniti, ma oggi i piccoli Paesi insulari e le nazioni africane, ovvero i soggetti in assoluto più poveri e più esposti alle conseguenze dei mutamenti climatici, hanno proposto un trattato che sia davvero legalmente vincolante, assai più severo del protocollo di Kyoto del 1997<span id="more-6929"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La proposta, era prevedibile, ha subito visto l’opposizione dei big fra i Paesi emergenti, come la Cina, l&#8217;India ed il Sud Africa, che temono una frenata della loro impetuosa crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify">In primissima linea per un trattato vincolante vi è Tuvalu, un&#8217;arcipelago polinesiano che si trova a metà fra le Isole Hawaii e l&#8217;Australia. Il microstato ha ottenuto una sospensione dei negoziati fino alla soluzione del problema. L’appello di Tuvalu è stato ovviamente raccolto da altri membri dell’Aosis (<a href="http://www.sidsnet.org/aosis/" target="_blank">Alliance of Small Island States</a>, un&#8217;associazione che riunisce appunto i piccoli stati insulari tipo le Isole Cook, le Barbados, le Kiribati e le Fiji), ma anche da vari altri Paesi poveri, anzi poverissimi, africani, come la Sierra Leone, il Senegal e Capo Verde.</p>
<p style="text-align: justify">La richiesta ufficiale di Tuvalu, che a questo punto si può dire abbia riscontrato un davvero più che discreto appoggio, è di bloccare la crescita delle temperature globali a 1.5 gradi Celsius, nonché la concentrazione di gas serra in atmosfera a 350 parti per milione, invece delle 450 preferite dai Paesi industrializzati e da qualche emergente di grandi dimensioni.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6933" class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-6933" title="maps_tuvalu_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/maps_tuvalu_resized.jpg" alt="Mappa dell'arcipelago di Tuvalu" width="350" height="345" /><p class="wp-caption-text">Mappa dell&#39;arcipelago di Tuvalu</p></div>
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		<title>Il &#8220;tempo reale&#8221; di Google</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 05:49:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ormai è assodato, Internet, oltre che un media di comunicazione, è anche una velocissima forma di trasmissione, diffusione ed amplificazione di tutto quel che accade nel mondo. Proprio basandosi su tali considerazioni Google, la geniale azienda californiana, sta per lanciare la sua ultimo idea rivoluzionaria, il &#8220;tempo reale&#8221;, in collaborazione con Twitter e Facebook. Google [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Ormai è assodato, Internet, oltre che un media di comunicazione, è anche una velocissima forma di trasmissione, diffusione ed amplificazione di tutto quel che accade nel mondo. Proprio basandosi su tali considerazioni Google, la geniale azienda californiana, sta per lanciare la sua ultimo idea rivoluzionaria, il &#8220;tempo reale&#8221;, in collaborazione con Twitter e Facebook. Google è infatti tecnicamente in grado oggi di trovare informazioni anche fra questi due popolarissimi social network, in genere aggiornati al secondo, e di restituire i risultati di ricerca davvero in tempo reale<span id="more-6901"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, un passo oltre Google News, il sistema di indicizzazione delle notizie che tanto ha fatto inviperire gli editori di tutto il mondo, tanto da far iniziare delicate trattative economiche per l&#8217;utilizzo degli articoli presenti on line sui siti delle varie testate giornalistiche.</p>
<p style="text-align: justify">In tale maniera Google otterrà lo stesso le news attraverso  chi già le utilizza e le diffonde in maniera privata o semi-pubblica, ossia l&#8217;utente finale, semplice lettore o blogger che sia.</p>
<p style="text-align: justify">Per leggere gli aggiornamenti in tempo reale su un dato argomento ci si deve connettere con Google.com e selezionare la voce &#8220;Latest&#8221; dalla scheda &#8220;Show options&#8221;. Da notare come però ancora il servizio sia parziale e non aperto a tutti gli utenti del mondo. Anche perché ai questo punto si porrà pesantemente anche il problema , non da poco, della verifica delle news. Insomma, in linea teorica è tutto semplicissimo, in pratica al momento un po&#8217; meno.</p>
<p style="text-align: justify">Digitando la parola che si vuol trovare (ovvero la propria stringa di ricerca, per essere precisi), Google &#8220;rovisterà&#8221; in tutti i più importanti social network, da Facebook a My Space, da Twitter a Orkut ed ai sistemi come Friendfeed ed i blog, ormai importantissiminel panorama delle news on line. Per ora si pensa prevalentemente quelli su piattaforme condivise come WordPress e Blogger, ma nel futuro si aggiungeranno anche gli altri.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo Google, a questi nuovi ritmi il suo potentissimo motore di ricerca potrà indicizzare più o meno un miliardo di nuovi record ogni giono giorno.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-6910" title="logo_google" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/logo_google.jpg" alt="logo_google" width="350" height="145" /></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Copenhagen/1 Partita la Conferenza, fra qualche anno si scoprirà che è stato un flop</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 19:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi si è inaugurato il vertice di Copenaghen sul clima, anzi, per l&#8217;esattezza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Climate Change Conference). Fino a venerdì 18 sarà tutto un susseguirsi di incontri, sottosummit, minisummit, conferenze stampa e relativi comunicati, in pieno stile clasa descutidora (do you remember Donoso Cortés?). Del resto, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Oggi si è inaugurato il vertice di Copenaghen sul clima, anzi, per l&#8217;esattezza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (<a href="http://en.cop15.dk/frontpage/" target="_blank">United Nations Climate Change Conference</a>). Fino a venerdì 18 sarà tutto un susseguirsi di incontri, sottosummit, minisummit, conferenze stampa e relativi comunicati, in pieno stile <em>clasa descutidora</em> (do you remember Donoso Cortés?). Del resto, non c&#8217;è nessun esempio migliore di <em>flatus vocis</em> degli impegni ecologisti dei politici, anche verdi per carità<span id="more-6850"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Alla fine della faraonica kermesse (a proposito, già è saltata l&#8217;idea della sua sostenibilità: 34 mila delegati in luogo dei previsti 15 mila hanno reso vano il tentativo di neutralizzare le emissioni &#8220;scaturite&#8221; dall&#8217;evento), qualunque accordo sarà mai siglato, fra qualche anno ci si accorgerà dell&#8217;impossibilità di farlo rispettare (come già accaduto per il celebre protocollo di Kyoto, firmato nel dicembre del 1997 e divenuto appena qualche mese dopo praticamente poco più che carta straccia). Per lo strapotere ancora nettissimo dei Paesi produttori di petrolio e delle compagnie di estrazione e distribuzione, per l&#8217;inarginabile sete di energia dei Paesi in via di sviluppo e dei giganti della crescita a doppia cifra (Cina Popolare ed India su tutti), per le difficoltà della comunità scientifica a mettersi d&#8217;accordo sul reale stato del pianeta e sulle contromisure per arginare il peggio che potrebbe capitarci entro non molto tempo.</p>
<p style="text-align: justify">E già, il disaccordo degli esperti in materia, altra questione centrale &#8230; <a href="http://thelorereport.blogdo.net/polo-nord-i-ghiaccaiai-si-sciolgono-o-no/" target="_blank">Ne scrivevo</a> qualche settimana fa. Fra ecoscettici ed ecocatastrofisti è difficile, molto difficile, capire dove stia la verità. Il global warming sta davvero sciogliendo i Poli? O gli allarmi sono eccessivi?</p>
<p style="text-align: justify">In tutta sincerità, in luogo di un megaincontro come questo di Copenhagen, inevitabilmente destinato alla sterilità, avrei preferito una seria, lunga, accesa ma quanto più possibile risolutiva conferenza scientifica per tentare di comprendere davvero le &#8220;condizioni di salute&#8221; del mondo.</p>
<p style="text-align: justify">In storiografia si parla tanto dell&#8217;esigenza di una memoria condivisa. Fra popoli, fra gruppi sociopolitici, fra etnie. Ecco, credo che vi sia anche necessità di una sorta di &#8220;previsione condivisa&#8221;, senza la quale si è tutti in balia degli opposti estremismi, bombardati dai proclami della Chiesa Verde da un lato e da quelli dei cantori dello sviluppo ad ogni costo dall&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6857" class="wp-caption aligncenter" style="width: 407px"><img class="size-full wp-image-6857" title="images_copenhagen" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/images_copenhagen.jpg" alt="Uno dei bellissimi canali di Copenhagen" width="397" height="244" /><p class="wp-caption-text">Uno dei bellissimi canali di Copenhagen</p></div>
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		<title>Quale futuro per l&#8217;Artico?</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 05:22:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come si sa, la salvaguardia del clima è un tema di immenso interesse, al centro delle discussioni politico-scientifiche più accese. Per fare il punto della situazione sul Polo Nord si è recentemente tenuta a Roma la conferenza &#8220;Artico, verso il futuro&#8221;, svoltasi presso l’Ambasciata del Canada ed organizzata da quest’ultima insieme con le Ambasciate di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Come si sa, la salvaguardia del clima è un tema di immenso interesse, al centro delle discussioni politico-scientifiche più accese. Per fare il punto della situazione sul Polo Nord si è recentemente tenuta a Roma la conferenza &#8220;Artico, verso il futuro&#8221;, svoltasi presso l’Ambasciata del Canada ed organizzata da quest’ultima insieme con le Ambasciate di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia<span id="more-6816"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Alla conferenza hanno partecipato gli ambasciatori dei Paesi coinvolti (il canadese James Fox, il finlandese Pauli Antero Makela, il norvegese Einar M. Bull, lo svedese Anders Bjunner e il danese Gunnar Ortann) e Giuseppe Cavarretta, scienziato italiano direttore del Dipartimento terra e ambiente (Dta) del Cnr.</p>
<p style="text-align: justify">Tra gli argomenti affrontati nell&#8217;incontro, in primo piano vi è stato lo sviluppo economico e sociale delle comunità artiche, ma anche lo sviluppo energetico e l&#8217;impatto e le sfide del cambiamento climatico al Polo Nord, valutati alla luce dei dati emersi dal rapporto del 2004 dell&#8217;Acia (Artic Climate Impact Assessment), secondo il quale tra i Paesi dell&#8217;intero pianeta proprio quelli artici stanno assistendo più rapidamente al cambiamento del clima, innanzitutto con lo scioglimento dei ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify">Se il Canada, per bocca del suo ambasciatore, ha sottolineato l&#8217;impegno a garantire lo sviluppo sostenibile nell&#8217;area, anche l’Italia, dal canto suo, ha evidenziato il proprio contributo.  Cavarretta ha spiegato come il Consiglio Nazionale delle Ricerche stia dando il suo «apporto allo sforzo internazionale diretto alla comprensione dei processi che controllano i cambiamenti climatici e l’inquinamento in Artico, con l’entrata in funzione della torre Amundsen-Nobile, da noi costruita, per l’osservazione degli scambi di energia tra l’atmosfera e il suolo, con un nuovo sistema di boe posizionate nel Kongs Fjord, con attività riguardanti l’inquinamento da composti azotati e da particolato atmosferico, nonché con studi degli impatti sulla biodiversità».</p>
<div id="attachment_6920" class="wp-caption aligncenter" style="width: 244px"><img class="size-full wp-image-6920" title="poles_amundsen_nobile_tower_north_pole_resized" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/12/poles_amundsen_nobile_tower_north_pole_resized.jpg" alt="L'Amundsen-Nobile Climate Change Tower del Polo Nord" width="234" height="350" /><p class="wp-caption-text">L&#39;Amundsen-Nobile Climate Change Tower del Polo Nord</p></div>
<div class="shr-publisher-6816"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Polo Nord, i ghiacciai si sciolgono troppo in fretta o no?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 05:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Gli scienziati non riescono proprio a mettersi d&#8217;accordo sugli effetti del cosiddetto riscaldamento globale sulle aree polari del nostro pianeta. Non si è fatto a tempo a festeggiare la buona notizia diffusa dal centro di ricerca di Hadley (il <a href="http://hadobs.metoffice.com/" target="_blank">Met Office Hadley Center</a> che a metà ottobre, dopo aver analizzato l&#8217;andamento del clima mondiale dal 1998 al 2008, aveva rilevato un innalzamento della temperatura di appena 0.02 gradi) che ecco altri scienziati spiegare allarmati su <a href="http://www.sciencemag.org/" target="_blank"><em>Science</em></a> come la crosta ghiacciata della Groenlandia si stia sciogliendo ad un ritmo accelerato. Troppo ottimisti i primi (tra l&#8217;altro accusati di aver preso in esame un periodo breve)? Troppo pessimisti i secondi?<span id="more-6522"></span></p>
<p style="text-align: justify">Finora gli esperti erano stati in grado di stabilire se la perdita della coltre di ghiaccio aveva subito una significativa accelerazione dal 1990 in poi. Utilizzando due tecniche di misurazione indipendenti fra loro, però, lo studio apparso su <em>Science</em> rivela come lo scioglimento sia divenuto assai più veloce nel periodo 2000-2008.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, se l&#8217;accelerazione del processo di scioglimento continuasse allo stesso ritmo, il livello del mare attorno alla Groenlandia aumenterebbe di 40 centimetri entro la fine del secolo. Ma pure nel caso più benevolo, ossia che la fusione continui ad un ritmo semplicemente costante, un aumento di 18 centimetri del livello del mare sarebbe inevitabile. Nel valutate tali cifre, occorre sapere anche che la calotta glaciale della sola Groenlandia contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello globale dei mari di ben sette metri.</p>
<p style="text-align: justify">Lo studio di <em>Science</em>, coordinato dal professor Jonathan Bamber dell&#8217;Università di Bristol, ha utilizzato due tipi di osservazioni satellitari per compiere anno per anno le necessarie misurazioni.  È quindi possibile affermare come lo strato di ghiaccio abbia perso circa 1.500 gigatonnellate (ossia miliardi di tonnellate),dal 2000 al 2008. Il che rappresenta un tasso di aumento del livello del mare di circa 0.46 millimetri all&#8217;anno a partire dal 2000-2008. Il tasso annuo per il periodo 2006-2008 è stato invece molto più alto, circa 0.75 millimetri.</p>
<p style="text-align: justify">Tali cifre sono state calcolate misurando la differenza tra le nevicate complessive e la perdita  totale di ghiaccio tramite lscioglimento. I risultati sono stati poi confermati attraverso una seconda misurazione basata su osservazioni dettagliate dei cambiamenti nel campo gravitazionale della Terra. Quando i fogli di ghiaccio si sciolgono,  infatti, l&#8217;attrazione gravitazionale locale diminuisce leggermente in relazione alla quantità di massa persa. I due metodi utilizzati hanno quindi dato risultati molto vicini fra loro, a conferma della validità della ricerca.</p>
<p style="text-align: justify">Opinione diversissima rispetto allo studio di <em>Science</em> è invece quella dell&#8217;Organizzazione Metereologica Mondiale (Omm, in inglese <a href="http://www.wmo.int/pages/index_en.html" target="_blank">World Meteorological Organization</a>, Wmo), l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite che qualche settimana fa ha annunciato come il prossimo decennio (o addirittura ventennio) potrebbe vedere un lieve abbassamento della temperatura. In ogni caso, si tratterebbe di una momentanea controtendenza, essendo il trend riconosciuto quello verso l&#8217;innalzamento.</p>
<p style="text-align: justify">Per completare la carrellata di opinioni, non resta (per ora) che citare il <a href="http://www.giss.nasa.gov/" target="_blank">Godard Institute for Space Studies</a> della <a href="http://www.nasa.gov/" target="_blank">Nasa</a>, secondo cui, sempre nel lasso di tempo compreso fra il 1998 ed il 2008, la temperatura si sarebbe innalzata di 0.1 gradi, ovvero 5 volte più di quanto sostenuto dai ricercatori di Hadley.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, davvero il disaccordo è grande fra chi si occupa professionalmente di clima, riscaldamento globale e scioglimento dei ghiacciai. Chi avrà ragione? Speriamo almeno che l&#8217;affermarsi dell&#8217;una o dell&#8217;altra visione non dipenda tutto dalla bravura dei rispettivi uffici stampa o dalla potenza comunicativa delle lobby contrapposte &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6580" class="wp-caption aligncenter" style="width: 333px"><img class="size-full wp-image-6580" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/poles_iceberg.jpg" alt="L'immagine rielaborata di un iceberg" width="323" height="372" /><p class="wp-caption-text">L&#39;immagine rielaborata di un iceberg</p></div>
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		<title>Influenza A, qualche idea per orientarsi</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 05:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sull&#8217;influenza A ormai sono mesi che noi giornalisti facciamo scorrere fiumi di parole e d&#8217;inchiostro, ma alla fine la confusione regna (ancora) sovrana. Fra allarmi e minimizzazioni si è capito ben poco della reale pericolosità del virus. Di certo sul vaccino qualche dubbio è legittimo. In Germania sarebbero almeno 7 le persone morte dopo essersi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Sull&#8217;influenza A ormai sono mesi che noi giornalisti facciamo scorrere fiumi di parole e d&#8217;inchiostro, ma alla fine la confusione regna (ancora) sovrana. Fra allarmi e minimizzazioni si è capito ben poco della reale pericolosità del virus. Di certo sul vaccino qualche dubbio è legittimo. In Germania sarebbero almeno 7 le persone morte dopo essersi fatte inoculare il vaccino Pandemrix. Secondo il quotidiano <em>Bild</em>, tra le vittime figurerebbe anche un bimbo di 21 mesi, morto per infarto polmonare il giorno dopo la vaccinazione<span id="more-6546"></span>. In ogni caso, come quasi tutte le vittime di questo virus A, pare che il piccolo soffrisse di altre patologie.</p>
<p style="text-align: justify">Susanne Stoecker, portavoce del &#8220;Paul-Ehrlich-Institut&#8221;, l&#8217;istituto federale tedesco per le vaccinazioni, ha spiegato alla stampa che «nel caso di pazienti a rischio per patologie gravi, proprio quei soggetti ai quali viene raccomandata la vaccinazione, il decesso può certo essere provocato dalle malattie pregresse, senza che vi sia alcuna responsabilità del vaccino». Sarà, ma mi sembra un arrampicarsi sugli specchi.</p>
<p style="text-align: justify">La dottoressa Stoecker ha anche precisato che «allo stato attuale delle conoscenze, l&#8217;utilità della vaccinazione è maggiore del rischio che può provocare». Di quanto maggiore? Sarebbe bene avere qualche numero certo &#8230; Perché una cosa è 60% e 40%, un&#8217;altra ben diversa è 95% e 5% &#8230; O no?</p>
<p style="text-align: justify">Che fare per capirne di più, quindi? Qualcosa di molto interessante in merito all&#8217;influenza A è stata scritta dall&#8217;economista Paolo Majolino e la si può leggere sul suo sito <a href="http://www.majolino.it/" target="_blank">www.majolino.it</a>. Alcune delle considerazioni di Majolino sono poi riprese dai Cattolici per l&#8217;Italia, nel cui <a href="http://www.cattoliciperlitalia.it/" target="_blank">sito</a> vi sono parecchie notizie importanti sul virus A H1N1, notizie di quelle che di certo non si leggono sulla grande stampa, né nazionale, né internazionale.</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_6549" class="wp-caption aligncenter" style="width: 338px"><img class="size-full wp-image-6549" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/11/images_virus_h1n1_resized.jpg" alt="Il virus A H1N1 al microscopio" width="328" height="350" /><p class="wp-caption-text">Il virus A H1N1 al microscopio</p></div>
<p style="text-align: justify">
<div class="shr-publisher-6546"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Scoperto un nuovo e massiccio anello di Saturno</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 19:50:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><div id="attachment_6213" class="wp-caption aligncenter" style="width: 275px"><img class="size-full wp-image-6213" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/10/new_saturn_ring.jpg" alt="La Nasa ha annunciato di aver scoperto un nuovo ed imponente anello di Saturno" width="265" height="239" /><p class="wp-caption-text">La Nasa ha annunciato di aver scoperto un nuovo ed imponente anello di Saturno</p></div>
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		<title>Nel 2030 una Cina tutta eolica?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 05:15:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima che finisca il 2030, ossia entro una ventina d&#8217;anni, la Repubblica Popolare Cinese potrebbe interamente soddisfare il suo mostruoso fabbisogno di elettricità sfruttando solo ed esclusivamente l&#8217;energia eolica. Lo dice un approfondito studio apparso sull&#8217;ultimo numero di Science condotto da ricercatori della Harvard University e della Tsinghua University. Con 792.5 gigawatt ed una crescita [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Prima che finisca il 2030, ossia entro una ventina d&#8217;anni, la Repubblica Popolare Cinese potrebbe interamente soddisfare il suo mostruoso fabbisogno di elettricità sfruttando solo ed esclusivamente l&#8217;energia eolica. Lo dice un approfondito studio apparso sull&#8217;ultimo numero di <em>Science</em> condotto da ricercatori della Harvard University e della Tsinghua University<span id="more-5954"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Con 792.5 gigawatt ed una crescita annua del 10%, la Rep Pop ha una capacità di generare potenza elettrica che risulta essere inferiore soltanto a quella degli Stati Uniti. Eppure la Cina è già oggi il Paese che emette più CO2 in tutto il pianeta.</p>
<p style="text-align: justify">Attualmente l&#8217;energia eolica fornisce solo lo 0.4% cento del fabbisogno cinese di elettricità. C&#8217;è comunque da dire che solo Stati Uniti, Germania e Spagna ne producono di più. In ogni caso, la velocità di crescita della Cina in campo energetico è tale da candidarla a divenire in breve il più grande produttore di energia eolica al mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Per portare avanti lo studio i ricercatori hanno utilizzato i dati meteorologici del Goddard Earth Observing Data Assimilation System (Geos) della Nasa ed ipotizzato l&#8217;installazione di turbine eoliche soltanto in aree rurali non ricoperte da alberi, senza ghiaccio e con una pendenza del terreno non superiore al 20%.</p>
<p style="text-align: justify">«Applicando le capacità delle scienze dell&#8217;atmosfera allo studio dell&#8217;energia siamo stati in grado di mappare in un quadro complessivo le risorse eoliche cinesi», ha dichiarato Chris P. Nielsen, che ha coordinato la ricerca sul versante americano.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;analisi ha anche indicato che una rete di turbine eoliche che operasse in territorio cinese almeno al 20% delle sue capacità potrebbe fornire 27.4 petawatt-ora di elettricità all&#8217;anno, ovvero circa sette volte i consumi correnti dell&#8217;immenso Paese. Gli scienziati sono così giunti alla conclusione che la sola energia eolica potrebbe davvero soddisfare l&#8217;intero fabbisogno elettrico cinese previsto per il 2030, al di 7.6 centesimi di dollaro al kWh.</p>
<p style="text-align: justify">«Le centrali eoliche richiederebbero una superficie di soli 0.5 milioni di chilometri quadrati, le dimensioni di tre quarti del Texas, per intenderci. E l&#8217;impatto fisico delle turbine potrebbe essere ridotto lasciando le aree a coltura agricola» ha evidenziato Xi Lu, uno degli autori della ricerca.</p>
<p style="text-align: justify">Diversissimo sarebbe il quadro se per soddisfare la crescente domanda energetica Pechino decidesse di utilizzare solo combustibili fossili per i prossimi 20 anni. Il Paese dovrebbe costruire impianti termoelettrici a carbone per 800 gigawatt, con un aumento di emissioni di CO2 stimabile in 3.5 gigatonnellate annue.</p>
<p style="text-align: justify">Al valore corrente, gli investimenti necessari per tale imponente transizione all&#8217;eolico ammonterebbero a circa 900 miliardi di dollari nell&#8217;arco di vent&#8217;anni. Un costo che gli scienziati reputano sì ingente, ma non folle, anche considerando le dimensioni dell&#8217;economia cinese ed il suo stato di ottima salute.</p>
<p style="text-align: justify">«L&#8217;attuale domanda di nuova elettricità in Cina è di circa un gigawatt a settimana, ossia un enorme 50 gigawatt all&#8217;anno &#8211; si legge su Science &#8211; e la Cina intraprende la costruzione di diversi impianti termoelettrici a carbone alla settimana. La speranza è che pubblicizzando l&#8217;opportunità di una strada differente si possa esercitare una influenza positiva sulle scelte di Pechino».</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_5963" class="wp-caption aligncenter" style="width: 377px"><img class="size-full wp-image-5963" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/09/poster_chinese_wind_energy.jpg" alt="Locandina di una mostra sull'energia eolica tenutasi a Shanghai nell'aprile di quest'anno" width="367" height="504" /><p class="wp-caption-text">Locandina di un convegno sull&#39;energia eolica tenutosi a Shanghai nell&#39;aprile di quest&#39;anno</p></div>
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		<title>Global warming, come si evolverà</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 06:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che caratteristiche avrà da qui ad alcuni decenni il riscaldamento globale? Ora è possibile rispondere ad una simile domanda grazie all&#8217;approfondita ricerca (Higher trends but larger uncertainty and geographic variability in 21st century temperature and heat waves) dell&#8217;Oak Ridge National Laboratory dell&#8217;Università di Notre Dame e del National Center for Atmospheric Research, coordinata da Auroop [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Che caratteristiche avrà da qui ad alcuni decenni il riscaldamento globale? Ora è possibile rispondere ad una simile domanda grazie all&#8217;approfondita ricerca (<a href="http://www.pnas.org/content/early/2009/09/04/0904495106.abstract?sid=c4063efa-f0fe-45ec-8820-ffadf151ca32" target="_blank"><em>Higher trends but larger uncertainty and geographic variability in 21st century temperature and heat waves</em></a>) dell&#8217;Oak Ridge National Laboratory dell&#8217;Università di Notre Dame e del National Center for Atmospheric Research, coordinata da Auroop R. Ganguly e Lawrence Buja ed appena pubblicata sui <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em> (<a href="http://www.pnas.org" target="_blank"><em>Pnas</em></a>).<br />
Lo studio afferma che, senza nulla togliere all&#8217;importanza del fenomeno da più parti considerato assai grave, è ancora troppo presto per poter dire con certezza quali scenari si concretizzeranno nel medio periodo a livello regionale fra quelli proposti dai modelli climatologici dell&#8217;Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc)<span id="more-5835"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo gli scienziati, fino al 2030, confrontando fra loro i vari modelli modelli e le rispettive reazioni ad ipotetici mutamenti delle condizioni iniziali, non sarà possibile distinguere i diversi scenari. Se poi la tendenza dovesse malauguratamente volgere al peggio, addirittura non sarà possibile distinguere fra i due scenari più estremi delineati dall&#8217;Ipcc fino al 2050.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, «i margini di incertezza &#8211; si legge sui <em>Pnas</em> &#8211; sono sufficientemente ampi da far apparire, al loro limite inferiore, il riscaldamento quasi insignificante fino al 2050, ma molto significativo a scala regionale». Questo perché gli effetti climatici si distribuiranno in maniera per nulla uniforme: negli Usa, ad esempio, il maggiore aumento di temperatura lo subirà la costa del Pacifico, mentre nel Midwest saranno concentrati le peggiori ondate di caldo.</p>
<p style="text-align: justify">Un pessimo segnale viene poi dallo studio globale delle ondate di calore, che ha evidenziato come la loro intensità monitorata negli ultimi anni vada oltre le previsioni del modello pensato per il caso peggiore possibile per il decennio in corso. I dati in possesso dei ricercatori non fanno escludere un aumento del fenomeno che vada oltre le precedenti previsioni.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-5839" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/09/global_warming.jpg" alt="global_warming" width="450" height="311" /></p>
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		<title>Al Polo Sud il ghiaccio si scioglie 4 volte più velocemente che 10 anni fa</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2009 18:06:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il ghiacciaio di Pine Island, nella regione occidentale dell&#8217;Antartide, si sta sciogliendo ad una velocità quattro volte superiore a 10 anni fa. È il risultato di uno studio di alcuni scienziati britannici pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters. Secondo la ricerca, condotta analizzando le immagini satellitari, la superficie del ghiacciaio è in fase di contrazione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il ghiacciaio di Pine Island, nella regione occidentale dell&#8217;Antartide, si sta sciogliendo ad una velocità quattro volte superiore a 10 anni fa. È il risultato di uno studio di alcuni scienziati britannici pubblicato sulla rivista <em>Geophysical Research Letters</em>. Secondo la ricerca, condotta analizzando le immagini satellitari, la superficie del ghiacciaio è in fase di contrazione a una velocità di 16 metri l&#8217;anno, rispetto alla perdita di 4 metri del 1999<span id="more-5489"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Dal 1994, tale processo ha portato il ghiacciaio a perdere fino a 90 metri di spessore. Il che può avere un impatto significativo sull&#8217;aumentare di livello delle acque oceaniche.</p>
<p style="text-align: justify">Il ghiacciaio di Pine Island è il più grande di quelli che in Antartide si estendono fino al mare ed il suo stato può essere indicativo di cambiamenti in corso nel ghiaccio interno del Polo Sud.</p>
<p style="text-align: justify">Al ritmo attuale, sostiene lo studio dell&#8217;University College di Londra, il ghiacciaio scomparirà in 100 anni, mentre qualche tempo fa il suo completo scioglimento era stimato attorno ai 600 anni.</p>
<p style="text-align: justify">Il lavoro di ricerca condotto dal professor Duncan Wingham sottolinea inoltre che lo scioglimento è particolarmente rapido al centro del ghiacciaio, il che può anche accelerare il processo di rottura. In linea teorica, un simile processo potrebbe interessare il ghiaccio che ricopre l&#8217;interno  continente.</p>
<p style="text-align: justify">Andrew Sheperd, docente all&#8217;Università di Leeds, che ha lavorato allo studio, ha fatto notare che il ghiaccio sciolto contribuirà ad un aumento del livello del mare a partire da 3 pollici in su. Lo scienziato ha anche sottolineato che vi è un rischio latente di collasso per l&#8217;intero ghiacciaio. «Quando si rimuove o destabilizza la parte centrale di un ghiacciaio non si sa mai che cosa può accadere al ghiaccio che sta attorno», ha dichiarato Sheperd alla Bbc.</p>
<p style="text-align: justify">Per Sheperd ciò che sta succedendo in questa zona dell&#8217;Antartide è «senza precedenti ed anche se si sapeva da tempo che vi era uno squilibrio oggi è possibile affermare che niente in natura si sta perdendo a un ritmo così veloce come questo ghiacciaio».</p>
<p style="text-align: justify">
<div id="attachment_5493" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-5493" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/08/poles_pine_island_glacier.jpg" alt="Le immagini satellitari evidenziano le fratture nel Pine Island Glacier" width="500" height="329" /><p class="wp-caption-text">Le immagini satellitari evidenziano le fratture nel Pine Island Glacier</p></div>
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		<title>La saggezza? Una questione genetica</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 05:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La saggezza è universale o è un qualcosa di culturalmente determinato? Eppoi, è soltanto umana ed in relazione all&#8217;età? Dipende quindi dall&#8217;esperienza o può in qualche modo essere insegnata e tramandata? A tutte queste domande, che all&#8217;apparenza sembrerebbero meramente filosofiche, ha tentato di dare risposta un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università della California di San Diego con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La saggezza è universale o è un qualcosa di culturalmente determinato? Eppoi, è soltanto umana ed in relazione all&#8217;età? Dipende quindi dall&#8217;esperienza o può in qualche modo essere insegnata e tramandata?<span id="more-3566"></span></p>
<p style="text-align: justify">A tutte queste domande, che all&#8217;apparenza sembrerebbero meramente filosofiche, ha tentato di dare risposta un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università della California di San Diego con un attento studio (che ha confrontato 250 precedenti richerche apparse su diverse riviste specializzate) pubblicato sugli <em>Archives of General Psychiatry</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Per Dilip V. Jeste, che con Thomas W. Meeks ha condotto la ricerca,  «definire la saggezza è qualcosa di abbastanza soggettivo, tuttavia vi sono diverse similarità nelle definizioni presenti nelle varie epoche e culture. La nostra ricerca suggerisce che ci possa essere una base neurobiologica per i tratti più universali della saggezza».</p>
<p style="text-align: justify">Fra gli aspetti umani che più spesso le diverse culture associano alla saggezza, vi sono l&#8217;empatia, l&#8217;altruismo, la compassione, la stabilità emotiva, la comprensione di se stessi ed un atteggiamento sociale e anche tollerante.</p>
<p style="text-align: justify">Meeks e Jeste hanno soprattutto puntato la loro attenzione sugli studi di neuroimaging, su quelli che analizzano il funzionamento dei neurotrasmettitori e su quelli di genetica.</p>
<p style="text-align: justify">Il risultato del loro lavoro ha rilevato che «una situazione che richiederebbe una presa di posizione altruistica attiva la corteccia prefrontale mediale, mentre l&#8217;assunzione di decisioni morali è il risultato di una combinazione fra funzioni razionali (legate alla corteccia prefrontale dorsolaterale, che ha un ruolo nel mantenimento dell&#8217;attenzione e nella memoria di lavoro), emotivo-sociali (corteccia prefrontale mediale) e di rilevazione dei conflitti (cingolato anteriore)».</p>
<p style="text-align: justify">Dato che ad essere coinvolte in differenti componenti della saggezza sembrano esservi diverse regioni cerebrali comuni, gli scienziati californiani ipotizzano che la neurofisiologia della saggezza possa riguardare una sorta di bilanciamento ottimale fra le regioni più primitive del cervello, ossia il sistema limbico, e quelle &#8220;più recenti&#8221;, ossia la corteccia prefrontale.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-3832" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/04/wotan.jpg" alt="Una rappresentazione del saggio Wotan (o Odin), padre degli Dei nordici e signore della Sapienza" width="283" height="391" /></dt>
<dd>Una rappresentazione del saggio Wotan (o Odin), padre degli Dei nordici e signore della Sapienza</dd>
</dl>
</div>
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		<title>Neandertal, tre sottogruppi?</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 15:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vista la sua collocazione geografica prettamente nordeuropea, sono assai interessato alle notizie sull&#8217;uomo di Neanderthal, che abitava comunque una vasta area, estesa dall&#8217;Europa fino ai confini occidentali dell&#8217;Asia e del Medio oriente, tra 30.000 e 100.000 anni fa. Ora, alcuni studiosi stanno tentando di comprendere se quello dell&#8217;Homo Neanderthalensis fosse un gruppo omogeneo o se invece fosse formato da [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Vista la sua collocazione geografica prettamente nordeuropea, sono assai interessato alle notizie sull&#8217;uomo di Neanderthal, che abitava comunque una vasta area, estesa dall&#8217;Europa fino ai confini occidentali dell&#8217;Asia e del Medio oriente, tra 30.000 e 100.000 anni fa<span id="more-3883"></span>. Ora, alcuni studiosi stanno tentando di comprendere se quello dell&#8217;Homo Neanderthalensis fosse un gruppo omogeneo o se invece fosse formato da vari sottogruppi separati fra loro.</p>
<p style="text-align: justify">Lo stato dell&#8217;arte parla oggi dell&#8217;esistenza di tre differenti sottogruppi, uno nell&#8217;Europa Occidentale, uno in quella Meridionale ed un altro in quella Orientale, come si può leggere in un bel saggio pubblicato sulla rivista scientifica on line <em>PLoS ONE</em> (<a href="http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0005151">http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0005151</a>).</p>
<p style="text-align: justify">Analizzando a fondo i dati pubblicati nel 1997 su 15 diverse sequenze genetiche di 12 uomini di Neanderthal, Virginie Fabre, Silvana Condemi e Anna Degioanni, ricercatrici del Laboratorio di Antropologia del Cnrs e dell&#8217;Università di Marsiglia, hanno comparato le diverse strutture del dna mitocondriale (mtdna), quello che si trasmette esclusivamente per via materna.</p>
<p style="text-align: justify">Gli sforzi delle tre scienziate evidenzierebbero l&#8217;esistenza di ben tre sottogruppi separati, addirittura ipotizzando anche la possibile presenza di un quarto gruppo in Asia Occidentale. In ogni caso, notano le ricercatrici, occorre sempre tener presente come la popolazione totale degli neanderthalensis non rimase certo quantitativamente costante nei millenni  e che vi furono anche migrazioni geografiche e scambi genetici tra i tre (o quattro) sottogruppi.</p>
<p style="text-align: justify">La speranza è che questo nuovo studio possa contribuire a risolvere il mistero sull&#8217;uomo di Neanderthal, ovvero il perché della sua scomparsa.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-3974" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/04/neanderthal.jpg" alt="Uomini di Neanderthal nella ricostruzione del pittore fantasy Frank Frazetta (http://www.frazettaartgallery.com/ff/index.html)" width="300" height="375" /></dt>
<dd>Uomini di Neanderthal nella ricostruzione del pittore fantasy Frank Frazetta ( <a href="http://www.frazettaartgallery.com/ff/index.html">http://www.frazettaartgallery.com/ff/index.html</a> )</dd>
</dl>
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		<title>Là dove comincia lo Spazio</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2009 07:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Calgary]]></category>
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		<category><![CDATA[Canada]]></category>
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		<category><![CDATA[Università di Calgary]]></category>

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		<description><![CDATA[Dei ricercatori dell&#8217;Università di Calgary, in Canada, hanno ideato uno strumento che consente di tracciare con molta accuratezza i labili punti di transizione fra l&#8217;atmosfera terrestre e quello che viene definito spazio esterno, ossia la zona dove i venti dell&#8217;atmosfera più in alto cedono il posto a dei violenti flussi di particelle cariche. Con esattezza gli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Dei ricercatori dell&#8217;Università di Calgary, in Canada, hanno ideato uno strumento che consente di tracciare con molta accuratezza i labili punti di transizione fra l&#8217;atmosfera terrestre e quello che viene definito <em>spazio esterno</em>, ossia la zona dove i venti dell&#8217;atmosfera più in alto cedono il posto a dei violenti flussi di particelle cariche<span id="more-3885"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Con esattezza gli scienziati canadesi hanno stabilito che il <em>limes</em> fra la nostra atmosfera e lo spazio esterno si  trova a 118 chilometri di quota sopra le nostre teste.</p>
<p style="text-align: justify"> Lo strumento prediposto, che si chiama Supra-Thermal Ion Imager, è costato quasi mezzo milione di dollari ed è stato messo in orbita nel gennaio 2007 a bordo del razzo Joule II.</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-3960  aligncenter" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/04/space.jpg" alt="Space" width="400" height="387" /></p>
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		<title>Polo Sud, il mistero delle Cascate di Sangue</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 04:06:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Potrebbe sembrare la trama di un film di fantascienza o spionaggio, invece è la semplice realtà. Nell&#8217;Antartide orientale, il ghiacciaio Taylor, di norma di un biancore accecante,  presenta delle visibilissime strisce rosse. Si tratta delle cosiddette Cascate di Sangue, delle fonti ricche di ferro e zolfo che dal ghiacciaio finiscono poi in mare. E proprio [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Potrebbe sembrare la trama di un film di fantascienza o spionaggio, invece è la semplice realtà. Nell&#8217;Antartide orientale, il ghiacciaio Taylor, di norma di un biancore accecante,  presenta delle visibilissime strisce rosse. Si tratta delle cosiddette Cascate di Sangue, delle fonti ricche di ferro e zolfo che dal ghiacciaio finiscono poi in mare<span id="more-3881"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">E proprio mentre ragionavano su tale anomalia della natura, alcuni scienziati della Montana State University e della Harvard University hanno scoperto un antichissimo ecosistema che per milioni di anni è rimasto di fatto isolato sotto la coltre del Polo Sud, riuscendo a sopravvivere per ere solo grazie alla metabolizzazione di composti di zolfo e ferro.</p>
<p style="text-align: justify">La fonte in questione è alimentata da uno strabiliante lago salmastro sepolto sotto i ghiacci, le cui esatte dimensioni sono ancora da accertare per le difficoltà ad effettuare carotaggi dovute allo spessore della coltre ghiacciata.</p>
<p style="text-align: justify">Per gli scienziati, capitanati da John Priscu, il bacino di alimentazione delle Cascate di Sangue, che sono note al mondo da circa un secolo, sarebbe costituito da quel che rimane di un antico mare che più o meno 1 milione e mezzo di anni fa è rimasto intrappolato fra i ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify">Per inciso, nel lago vi è vita batterica, il che fa emergere la domanda su come possa mai funzionare un ecosistema al di sotto di un ghiacciaio. Vi sono infatti dei microrganismi che sopravvivono in assenza di luce ed ossigeno, nonché in acque molto saline, con alte concentrazioni di zolfo e suoi composti, tanto che il lago è stato definito dai ricercatori «una sorta di capsula del tempo unica nella storia della Terra».</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-3918" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/04/taylor-glacier.jpg" alt="Il Ghiacciaio Taylor" width="466" height="600" /></dt>
<dd>Il Ghiacciaio Taylor</dd>
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		<title>Cento anni fa l&#8217;uomo conquistava il Polo Nord</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/cento-anni-fa-luomo-conquistava-il-polo-nord/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geopolitica del Polo Nord]]></category>
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		<description><![CDATA[Cento anni fa, il 6 aprile 1909, lo statunitenze Robert E. Peary giungeva al Polo Nord. Robert E. Peary]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Cento anni fa, il 6 aprile 1909, lo statunitenze Robert E. Peary giungeva al Polo Nord.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-3518" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/04/robert-e-peary.jpg" alt="Robert E. Peary" width="231" height="350" /></dt>
<dd>Robert E. Peary</dd>
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		<title>Antartide, si è staccato un immenso iceberg</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/antartide-si-e-staccato-un-immenso-iceberg/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 14:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vero o presunto che sia il cosiddetto global warming, ovvero causato dall&#8217;uomo o meno, di fatto però da anni pezzi di Antartide scompaiono per via dell&#8217;incontrovertibile innalzamento della temperatura. Nei giorni scorsi, infatti, la Placca di Wilkins, un&#8217;area di ghiacci vasta come la metà del Belgio che era unita all&#8217;Antartide da millenni, si è distaccata, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Vero o presunto che sia il cosiddetto <em>global warming</em>, ovvero causato dall&#8217;uomo o meno, di fatto però da anni pezzi di Antartide scompaiono per via dell&#8217;incontrovertibile innalzamento della temperatura. Nei giorni scorsi, infatti, la Placca di Wilkins, un&#8217;area di ghiacci vasta come la metà del Belgio che era unita all&#8217;Antartide da millenni, si è distaccata<span id="more-3481"></span>, andando alla deriva e frantumandosi in tantissimi piccoli iceberg, per inciso assai pericolosi per la navigazione.</p>
<p style="text-align: justify">Il ponte di ghiaccio che ancorava la piattaforma alle isole Charcot e Latady si è dissolto anche abbastanza rapidamente, sotto lo &#8220;sguardo&#8221; del satellite europeo Envisat.</p>
<p style="text-align: justify">In effetti, il processo di scioglimento era cominciato negli Anni Novanta e nemmeno tre giorni or sono la striscia di ghiaccio sembrava tutto sommato ancora solida, anche se certo ben diversa dal colosso di 100 chilometri di superficie che appariva negli Anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify">Del resto, secondo l&#8217;Agenzia Spaziale Europea, negli ultimi 50 anni circa la temperatura media al Polo Sud sarebbe salita di 2.5 gradi.</p>
<p style="text-align: justify">La piattaforma di Wilkins è soltanto l&#8217;ultima vasta porzione di pack antartico discioltosi negli ultimi anni. Ricordiamo infatti come nel 1995 la cosiddetta Larsen A e nel 2000 la Larsen B si staccarono dal continente, mutando non poco la sua mappa.</p>
<p style="text-align: justify">Grandi sono le preoccupazioni suscitate dalla deriva della placca di Wilkins e dal suo impatto sull&#8217;ecosistema del Mare di Belinghausen e già  gruppo di scienziati spagnoli sta studiando evento a bordo di una nave oceaonografica, l&#8217;Hesperides.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><img class="size-full wp-image-3499" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/04/wilkins-iceberg-resized.jpg" alt="Il progressivo scioglimento della Placca di Wilkins nelle immagini elaborate dal National Snow and Ice Data Center di Boulder, in Colorado" width="350" height="317" /></dt>
<dd>Il progressivo scioglimento della Placca di Wilkins come appare in alcune immagini che già ai primi del 2008 erano state elaborate dal National Snow and Ice Data Center di Boulder, in Colorado</dd>
</dl>
</div>
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		<title>Grande Nord, gli inuit denunciano i danni causati dagli ambientalisti</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/grande-nord-gli-inuit-denunciano-i-danni-causati-dagli-ambientalisti/</link>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 07:51:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel tentativo di salvaguardare gli orsi polari, ambientalisti, naturalisti e ricercatori vari farebbero più danno dei cacciatori. Lo affermano gli inuit canadesi, in effetti un po&#8217; poco attendibili come testimoni, essendo tradizionalmente loro stessi cacciatori di orsi. Certo, però, che alcuni episodi raccontati dagli eschimesi sono davvero singolari: negli ultimi tre anni, circa metà dei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Nel tentativo di salvaguardare gli orsi polari, ambientalisti, naturalisti e ricercatori vari farebbero più danno dei cacciatori. Lo affermano gli inuit canadesi, in effetti un po&#8217; poco attendibili come testimoni, essendo tradizionalmente loro stessi cacciatori di orsi<span id="more-3258"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Certo, però, che alcuni episodi raccontati dagli eschimesi sono davvero singolari: negli ultimi tre anni, circa metà dei 2.100 orsi dello Stretto di Davis sono stati inseguiti da elicotteri e sedati (parrebbe per ben 2.371 volte) con siringhe sparate dall&#8217;alto, con tanto di microcarica esplosiva per &#8220;oltrepassare&#8221; la pelliccia e far penetrare meglio il farmaco.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo i cacciatori inuit, raccolti nella Compagnia Nunavut Tunngavit, lo choc ed i continui inseguimenti starebbero cambiando il modo di comportarsi degli orsi, disorientandoli ed uccidendone parecchi.</p>
<p style="text-align: justify">Due di loro, con i riflessi annebbiati dal potente sonnifero, sarebbero annegati nell&#8217;area di Pangirtung. A questi si aggiungono le balene disorientate ed alla fame dopo l&#8217;inserimento sottopelle di un rilevatore satellitare e quelle morte durante l&#8217;operazione per piazzare il sistema di monotoraggio. Stessa sorte per otto dei venti esemplari di femmina di caribù, una sorta di renna nordamericana, che hanno molto patito l&#8217;applicazione di un collare elettronico.</p>
<p style="text-align: justify">Ma gli inuit si pongono controcorrente anche a riguardo di un&#8217;altra spinosa vicenda, quella relativa il cambiamento climatico e la minaccia che rappresenterebbe per gli orsi. Semplicemente non vedono il nesso, tutt&#8217;altro. Asseriscono infatti che gli orsi polari sarebbero passati dai 6-8 mila degli anni Settanta ai 16 mila di oggi. Tanto che il Canada (ma non gli Stati Uniti) li ha tolti dall&#8217;elenco degli animali a rischio d&#8217;estinzione.</p>
<p style="text-align: justify">Una domanda sorge spontanea: che gli ambientalisti stiano barando anche sui nordici plantigradi?</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-3266  aligncenter" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/03/orso-polare.jpg" alt="Orso polare" width="350" height="262" /></p>
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		<title>Approntato un nanomotore che va a batteri</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 05:32:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È andata bene la primissima sperimentazione di un motore a batteri, ideato da dei fisici italiani all&#8217;Università &#8220;La Sapienza&#8221; di Roma. Il dispositivo è davvero microscopico, essendo grande (si fa per dire)appena qualche decina di millesimi di millimetro. Il motore funziona con energia prodotta dal movimento dei batteri, per far ruotare delle nano-rotelle. La prestigiosa rivista scientifica Physical [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">È andata bene la primissima sperimentazione di un motore a batteri, ideato da dei fisici italiani all&#8217;Università &#8220;La Sapienza&#8221; di Roma<span id="more-2398"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Il dispositivo è davvero microscopico, essendo grande (si fa per dire)appena qualche decina di millesimi di millimetro. Il motore funziona con energia prodotta dal movimento dei batteri, per far ruotare delle nano-rotelle.</p>
<p style="text-align: justify">La prestigiosa rivista scientifica <em>Physical Review Letters</em> ha pubblicato l&#8217;intero studio di fattibilità, che è stato realizzato dai ricercatori de &#8220;La Sapienza&#8221; in collaborazione con l&#8217;Istituto Nazionale per la Fisica della Materia del Consiglio Nazionale delle Ricerche.</p>
<p style="text-align: justify">La notizia è certo importante, ma l&#8217;idea di un motore che va a batteri non può non suscitare qualche sorriso. Di questo passo finirà che cercheranno di trarre energia anche dal virus dell&#8217;Aids &#8230;</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-2400  aligncenter" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/02/batteri.jpg" alt="Batteri" width="350" height="300" /></p>
<div class="shr-publisher-2398"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>La genetica di Facebook</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 06:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In tempi di Facebook imperante e di maxiproduzione di articoli e ragionamenti sui cosiddetti social network, arriva uno studio dell&#8217;Università di Harvard e dell&#8217;Università della California di San Diego a sostenere che vi sarebbero caratteristiche ereditarie nelle reti sociali, con tanto di ruolo dei geni nella loro formazione e strutturazione. La ricerca americana sostiene che la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">In tempi di Facebook imperante e di maxiproduzione di articoli e ragionamenti sui cosiddetti social network, arriva uno studio dell&#8217;Università di Harvard e dell&#8217;Università della California di San Diego a sostenere che vi sarebbero caratteristiche ereditarie nelle reti sociali, con tanto di ruolo dei geni nella loro formazione e strutturazione<span id="more-2240"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">La ricerca americana sostiene che la posizione all&#8217;interno di una determinata rete sociale sarebbe in qualche modo anche influenzata dal nostro corredo genetico.</p>
<p style="text-align: justify">Lo studio, appena pubblicato sui PNAS (<a href="http://www.pnas.org/">http://www.pnas.org/</a>), è il primo al mondo ad analizzare le caratteristiche ereditarie di un network sociale.</p>
<p style="text-align: justify">«Siamo stati in grado &#8211; sostiene Christakis &#8211; di mostrare che la nostra particolare localizzazione nelle varie reti sociali ha una base genetica e che gli stupendi e complessi schemi dei collegamenti umani dipendono buona parte dai nostri geni».</p>
<p style="text-align: justify">I ricercatori americani hanno scoperto che la notorietà di una persona, intesa come il numero di volte che un individuo è definito &#8220;amico&#8221;, e la probabilità che questi amici ne conoscano altri sono fortemente ereditabili. Inoltre, la posizione di ognuno in una determinata rete sociale, ovvero la tendenza a essere al centro oppure ai margini del proprio gruppo di appartenenza, sarebbe correlata ai geni.</p>
<p style="text-align: justify">Christakis, Dawes e Fowler hanno confrontato le reti sociali di ben 1.110 gemelli, sia monozigoti che eterozigoti, rinvenendo (ovvio!) una maggiore similarità nella struttura di quelle dei gemelli identici che in quella dei gemelli diversi.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo i ricercatori può esservi una sorta di spiegazione evolutiva di tale influenza genetica e nella tenace tendenza lungo la vita di ognuno ad essere al centro oppure nettamente ai margini del proprio gruppo. Ad esempio, se un virus o un infezione grave si diffondono all&#8217;interno di una comunità, gli individui ai margini vi sono più difficilmente esposti. Al contrario, le informazioni importanti per la sopravvivenza tendono a raggiungere prima chi si trova al centro del network.</p>
<p style="text-align: justify">«Una delle cose che ci dice lo studio &#8211; afferma Fowler &#8211; è che le reti sociali sono probabilmente una parte fondamentale del nostro patrimonio genetico e che è possibile che la selezione naturale agisca non solo su cose come il fatto di poter resistere o meno alla normale influenza, ma anche sul modo in cui vi entriamo in contatto». Insomma, &#8220;nerd&#8221; si nasce, non si diventa &#8230;</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/social-networks.jpg"><img class="size-full wp-image-2242  aligncenter" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2009/01/social-networks.jpg" alt="" width="350" height="158" /></a></p>
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		<title>Sei uno squallido conformista? Ora c&#8217;è una spiegazione neurologica &#8230;</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/sei-uno-squallido-conformista-ora-ce-una-spiegazione-neurologica/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 06:11:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La tendenza di molti individui a seguire un gruppo di riferimento pare avere una precisa localizzazione nell&#8217;attività cerebrale. È il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Neuron, con una rivoluzionaria novità su come i comportamenti di tutti noi siano pesantemente influenzati dalla presenza di chi ci sta attorno. Da un punto di vista socio-psicologico è già stata ampliamente dimostrata la grande attrattiva [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">La tendenza di molti individui a seguire un gruppo di riferimento pare avere una precisa localizzazione nell&#8217;attività cerebrale. È il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista <em>Neuron</em>, con una rivoluzionaria novità su come i comportamenti di tutti noi siano pesantemente influenzati dalla presenza di chi ci sta attorno<span id="more-2030"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Da un punto di vista socio-psicologico è già stata ampliamente dimostrata la grande attrattiva che le opinioni del gruppo esercitano sui giudizi personali di ognuno e certo non vi sono dubbi sulla nostra attenzione al giudizio degli altri. Ora l&#8217;autore dello studio, Vasily Klucharev, dell&#8217;olandese &#8220;F.C. Donders&#8221; Center for Cognitive Neuroimaging, avanza basi biologiche alla voglia di uniformarsi.</p>
<p style="text-align: justify">«Spesso gli individui cambiano decisione o giudizio per conformarsi al comportamento di un gruppo normativo &#8211; spiega Klucharev &#8211; ma comunque i meccanismi neuronali del conformismo sociale rimangono poco chiari».</p>
<p style="text-align: justify">Klucharev e gli altri ricercatori che hanno partecipato allo studio ipotizzano che il conformismo possa essere basato su di una sorta di &#8220;apprendimento per rinforzo&#8221; e che il conflitto con l&#8217;opinione dominante nel gruppo di appartenenza possa scatenare nel cervello dell&#8217;individuo un segnale di &#8220;previsione di errore&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Questo meccanismo, identificato per la prima volta appunto nei modelli dell&#8217;apprendimento tramite rinforzo, è definito come la differenza tra i risultati attesi e quelli realmente ottenuti ed è ritenuto un segnale della necessità di mutazione dei propri comportamenti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify">La ricerca ha riscontrato che un netto conflitto con l&#8217;opinione del gruppo scatena in noi un aumento della probabilità che si riconsiderino le proprie scelte in senso conformistico e che lo stesso conflitto provochi una risposta neuronale.</p>
<p style="text-align: justify">«Questo studio spiega perché spesso riallineiamo automaticamente le nostre opinioni con quelle della maggioranza - ha concluso Klucharev &#8211; ed i nostri risultati mostrano anche come il conformismo sociale sia basato su meccanismi che sono in accordo con l&#8217;apprendimento per rinforzo e che questo meccanismo è collegato all&#8217;attività neuronale di &#8220;monitoraggio degli errori&#8221; che segnala ciò che rappresenta probabilmente l&#8217;errore sociale fondamentale: l&#8217;<em>essere troppo differenti dagli altri</em>».</p>
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		<title>Si riforma il ghiacchio, inversione di tendenza al Polo Nord?</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/si-riforma-il-ghiacchio-inversione-di-tendenza-al-polo-nord/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[1979]]></category>
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		<category><![CDATA[Università dell'Illinois]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo i dati presentati dal Centro di Ricerca sul Clima Artico dell&#8217;Università dell&#8217;Illinois i ghiacci del Polo Nord sarebbero tornati questo inverno ai livelli del 1979. Dopo l&#8217;allarme scioglimento degli anni e, segnatamente, dei mesi scorsi, quindi, le superfici ghiacciate pare siano aumentate abbastanza rapidamente. Si sa come nei primi mesi del 2008 la superficie ghiacciata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Secondo i dati presentati dal Centro di Ricerca sul Clima Artico dell&#8217;Università dell&#8217;Illinois i ghiacci del Polo Nord sarebbero tornati questo inverno ai livelli del 1979<span id="more-1631"></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo l&#8217;allarme scioglimento degli anni e, segnatamente, dei mesi scorsi, quindi, le superfici ghiacciate pare siano aumentate abbastanza rapidamente.<br />
Si sa come nei primi mesi del 2008 la superficie ghiacciata avesse subito una drastica riduzione, tale da far ipotizzare entro dicembre la scomparsa totale dei ghiacci artici. Ma da settembre in avanti il ghiaccio si è riformato velocemente, riportando di fatto i suoi livelli a quelli di circa una trentina di anni fa, quando nessuno si sognava di predire lo scioglimento del Polo.</p>
<p style="text-align: justify">Quel che accade, sotto gli &#8220;occhi&#8221; dei satelliti geostazionari che controllano l&#8217;area, è che ogni anno milioni di chilometri quadrati di banchisa polare si sciolgono in estate per poi riformarsi in inverno. Questo, ciclicamente, succede da millenni e millenni (anche se è vero che gli scioglimenti estivi sono sempre più vasti), solo che quest&#8217;anno gli esperti non pensavano ad una espansione così rapida dei ghiacciai stagionali.</p>
<p style="text-align: justify">Probabilmente, a causare il veloce raffreddamento avrebbe contribuito il calo dei venti artici, che ha reso più agevole la formazione di ghiaccio, non spazzando via gli strati superficiali di neve.</p>
<div class="shr-publisher-1631"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Trapianto di viso a Cleveland, la vera faccia del progresso umano</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2008 05:53:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la rivoluzionaria operazione chirurgica di un anno fa in Francia, anche negli Usa si è giunti al trapianto di viso, alla Cleveland Clinic, in Ohio. La dottoressa Maria Siemionow ha spiegato nel dettaglio la lunga operazione (22 ore) che a mio avviso rappresenta un punto altissimo del progresso umano e della lotta dell&#8217;uomo contro [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Dopo la rivoluzionaria operazione chirurgica di un anno fa in Francia, anche negli Usa si è giunti al trapianto di viso, alla Cleveland Clinic, in Ohio. La dottoressa Maria Siemionow ha spiegato nel dettaglio la lunga operazione<span id="more-1390"></span> (22 ore) che a mio avviso rappresenta un punto altissimo del progresso umano e della lotta dell&#8217;uomo contro un Destino avverso (Doom, in inglese).</p>
<p style="text-align: justify">Ad una donna sfigurata da un grave incidente è stata trapiantata la faccia di una donatrice morta due settimane fa. Per chi volesse ascoltare dalla voce della dottoressa Siemionow, che parla un inglese piano e comprensibilissimo, ecco il link ad un video della Cnn con la sua commovente conferenza subito dopo l&#8217;intervento (<a href="http://edition.cnn.com/video/#/video/health/2008/12/17/sot.siemionow.face.transplant.clevelandclinic" target="_blank">qui il video</a>).</p>
<div class="shr-publisher-1390"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Bloodhound: l’auto che dovrebbe andare a 1.600 km/h ringalluzzisce l&#8217;orgoglio britannico</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/bloodhound-l%e2%80%99auto-che-dovrebbe-andare-a-1600-kmh-ringalluzzisce-lorgoglio-britannico/</link>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 05:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arriva da Londra e si chiama Bloodhound (segugio in inglese), nome che i creatori britannici hanno preso a prestito da un missile della Guerra Fredda. Correrà più veloce di una pallottola sparata da una Magnum 357: da zero a mille miglia orarie (oltre 1600 km/h) in appena 40 secondi. Si tratta dell&#8217;auto pensata da un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Arriva da Londra e si chiama Bloodhound (segugio in inglese), nome che i creatori britannici hanno preso a prestito da un missile della Guerra Fredda. Correrà più veloce di una pallottola sparata da una Magnum 357: da zero a mille miglia orarie (oltre 1600 km/h)<span id="more-782"></span> in appena 40 secondi.</p>
<p style="text-align: justify">Si tratta dell&#8217;auto pensata da un gruppo di scienziati su commissione del governo nel tentativo di conquistare il record di velocità per una vettura su ruote, nonché di rilanciare la ricerca scientifica inglese.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center">
<dl>
<dt><a href="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/10/bloodhound-ssc4.jpg"><img class="size-full wp-image-797" src="http://thelorereport.blogdo.net/files/2008/10/bloodhound-ssc4.jpg" alt="Ricostruzione grafica del prototipo Bloodhound" width="350" height="186" /></a></dt>
<dd>Ricostruzione grafica del prototipo Bloodhound</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify">Il progetto è stato infatti svelato con orgoglio dal ministro della Scienza, Paul Rudd Drayson, un politico anomalo con la passione per le gare. Pensate che l&#8217;anno scorso il barone si è messo in aspettativa per gareggiare con la sua Aston Martin a Le Mans. Non ha vinto nulla, ma si è divertito molto.</p>
<p style="text-align: justify">Lord Paul pensa che il progetto governativo possa ispirare una nuova generazione di scienziati ed ingegneri che lavorino per la gloria della ricerca e dell&#8217;industria del Regno Unito.</p>
<p style="text-align: justify">Mah &#8230; Mi pare un po&#8217; troppo nazionalista il nobiluomo. Comunque, prima di pensare alla gloria dell&#8217;Union Jack, bisognerà battere il precedente record, che non è da poco.</p>
<p style="text-align: justify">Al momento la macchina che ha fatto segnare la velocità massima è la Thrust Ssc, un turbojet che nel 1997, nel deserto del Nevada, raggiunse le 766 miglia orarie. La Bloodhound britannica è stata invece progettata per toccare le 1.050 miglia l&#8217;ora, ma è da vedersi se in effetti si riuscirà a concretizzare un simile piano.</p>
<p style="text-align: justify">Come driver vi sarà un pilota di caccia della Royal Air Force, il comandante di stormo Andy Green, di 46 anni, un vero e proprio veterano di simili avventure dal fisico ultraresistente.</p>
<p style="text-align: justify">Pensiamo solo che durante la fase di accelerazione della supercar, che sarà spinta da un motore a jet come quelli montati dai caccia Eurofighter Typhoon, passando da 0 a 1.600 km/h in 40 secondi, Green subirà una pressione da 2.5g ed il suo sangue sarà spinto verso la testa. Inoltre, durante la fase di decelerazione, con una forza di 3g, il sangue tornerà rapidamente verso i piedi.</p>
<p style="text-align: justify">Per allenarsi, il superman inglese volerà in condizioni estreme, a testa in giù, su di un aereo da addestramento, ma non pare che Lord Paul voglia fargli compagnia &#8230;</p>
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		<title>Fuga dei cervelli? No, cacciata dei cervelli</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 15:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblica la sua ricerca sulla Bibbia dei neurologi americani, il Journal of Neuroscience, e in contemporanea viene licenziato dalla sua Università. È successo a Roberto Coppari, impact factor 251 ad appena 38 anni, ricercatore presso l&#8217;Università di Ancona (o Politecnica delle Marche, come ha voluto ribattezzarla il rettore Marco Pacetti, perché, si sa, il marketing, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Pubblica la sua ricerca sulla Bibbia dei neurologi americani, il <em>Journal of Neuroscience</em>, e in contemporanea viene licenziato dalla sua Università. È successo a Roberto Coppari<span id="more-774"></span>, <em>impact factor</em> 251 ad appena 38 anni, ricercatore presso l&#8217;Università di Ancona (o Politecnica delle Marche, come ha voluto ribattezzarla il rettore Marco Pacetti, perché, si sa, il marketing, ha le sue esigenze), distaccato presso l&#8217;Università di Dallas.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;ultimo studio di Coppari, (il precedente, un anno fa, è apparso addirittura su <em>Nature</em>) è stato pubblicato il primo ottobre scorso ed ha rivelato una connessione a livello neuronale tra l&#8217;obesità e una ridotta longevità (in soldoni: se sei obeso non muori prima perché si affatica il cuore o altro, muori perché il tuo destino genetico è di morire non vecchissimo).</p>
<p style="text-align: justify">Ma, ironica coincidenza, il giorno prima della pubblicazione su <em>Journal of Neuroscience</em> riceve la notifica che il suo incarico presso l&#8217;Università è stato revocato.</p>
<p style="text-align: justify">Le motivazioni della Politecnica fanno riferimento ad una delle poche leggi che non si prestano ad interpretazioni (la n. 349/58). Ora saranno i legali dello scienziato marchigiano a cercare di sbrogliare la matassa.</p>
<p style="text-align: justify">Quel che rende basiti è che l&#8217;Università di Ancona, pur avendo in base alla suddetta legge ampio margine discrezionale, si privi di una figura come Coppari.</p>
<p style="text-align: justify">E fa ancora più specie dopo aver sentito le registrazioni in cui il rettore Pacetti (futuro candidato sindaco ad Ancona?), al momento del primo congedo concesso a Coppari alla volta di Dallas (anche qui una coincidenza: proprio in contemporanea al taglio dei finanziamenti per la ricerca), portare il suo caso sulle tv locali delle Marche con toni del tipo «gli americani ce lo rubano perché noi non possiamo pagarlo».</p>
<p style="text-align: justify">Per inciso, Coppari aveva richiesto all&#8217;Ateneo dorico un congedo senza assegni: niente a carico di UniAN, quindi.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, ci si lamenta sempre della fuga dei cervelli, ma mi pare proprio che in Italia ormai li si cacci davvero via &#8230;</p>
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		<title>Ancora sul bosone di Dio, ma anche sulla Royal Society che apre all&#8217;Intelligent Design</title>
		<link>http://thelorereport.blogdo.net/ancora-sul-bosone-di-dio-ma-anche-sulla-royal-society-che-apre-allintelligent-design/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2008 06:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il post di qualche giorno fa sull&#8217;esperimento del Cern di Ginevra alla ricerca della particella basilare della materia (il bosone di Higgs o di Dio che dir si voglia) è stato in assoluto il più letto e commentato da quando ho inaugurato questo blog. Ringrazio tutte/i per l&#8217;attenzione prestata alle mie considerazioni, in modo particolare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Il post di qualche giorno fa sull&#8217;esperimento del Cern di Ginevra alla ricerca della particella basilare della materia (il bosone di Higgs o di Dio che dir si voglia) è stato in assoluto il più letto e commentato da quando ho inaugurato questo blog.<br />
Ringrazio tutte/i per l&#8217;attenzione prestata alle mie considerazioni, in modo particolare Lula e Tiziana, che so seguire splendide (ma per me troppo faticose) vie di ricerca interiore che le pongono quotidianamente a contatto con l&#8217;essenza spirituale del nostro mondo.<span id="more-320"></span> Io, più pavidamente, in genere analizzo al pc il dolore che la follia dell&#8217;uomo infligge ai più deboli ed al limite mi confronto con lo Spirito davanti ad un Rembrandt o ad un Vermeer, quando ho abbastanza denari per viaggiare. Ammiro la loro tenacia e sono distante anni luce dal cinico scetticismo di altri commentatori. Ma nella mia vita, chi mi ama lo sa bene, più che la Domanda potè la Pigrizia &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, l&#8217;esperimento del Cern, il più costoso e ambizioso della Storia,  continua comunque a far parlare di sé (un gruppo di hacker greci ha tentato di introdursi nei sistemi informativi degli scienziati svizzeri) e si interseca con altri temi vitali per capire la nostra Origine.</p>
<p style="text-align: justify">È di questi giorni, ad esempio, la clamorosa notizia che vorrebbe la Royal Society, tempio della Scienza inglese nato nel 1660, aprire al creazionismo ed alla sua variante moderatissima dell&#8217;<em>Intelligent Design</em>, la teoria del cardinale di Vienna Christoph Schoenborn illustrata per la prima volta sul <em>New York Times</em> nel luglio del 2005 e da quell&#8217;estate destinata ad infiammare il dibattito fra Scienza e Religione.</p>
<p style="text-align: justify">Il 63nne Schoenborn, che io stimo enormemente, è il &#8220;capo&#8221; mondiale dei domenicani, un uomo di Dio che  mio avviso sarebbe in grado di guidare splendidamente la Chiesa dopo la &#8211; prima o poi inevitabile &#8211; dipartita di Sua Santità Benedetto XVI, che di anni ormai ne ha 81. La sua teoria del disegno intelligente - che, per inciso, potrebbe benissimo passare anche per una variante moderata dell&#8217;evoluzionismo &#8211; non sconfessa quella di Charles Darwin, ma semplicemente la subordina ad una Intelligenza ordinatrice suprema. L&#8217;evoluzione è innegabile, dice Schoenborn, ma un Dio l&#8217;ha guidata.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo tre anni di serrate polemiche globali, ora la ragionevolissima posizione del cardinale austriaco ha fatto breccia financo alla Royal Society, una sorta di &#8220;Casa Darwin&#8221; per così dire.<br />
Segno che l&#8217;esigenza di Spiritualità, che la Domanda sull&#8217;origine, che l&#8217;esigenza di senso e significato del cuore dell&#8217;uomo non possono essere più negate o sottaciute da un mondo che, a forza di fare a meno di Dio, non solo si è consegnato a Falsi Idoli fonte di sofferenza varia, ma ha anche contribuito a dare spazio sul pianeta a chi talune istanze le cavalca ignobilmente per affermare una visione distorta ed immonda di una delle tre religioni del Libro. Visione distorta ed immonda fonte di Dolore, di Chaos, di Morte.</p>
<p style="text-align: justify">Perché la follia islamista che infiamma vaste aree del mondo &#8211; e che ha scritto una pagina di sangue della nostra Storia come quella dell&#8217;Undici Settembre &#8211; ha radici contorte e complesse. Ma l&#8217;ipermaterialismo dell&#8217;Occidente di certo ha contribuito a porci quali bersaglio privilegiato dei seminatori d&#8217;Odio.</p>
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		<title>Il bosone di Dio</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 06:16:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lo Re</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, 10 settembre, sarà il giorno di uno dei più audaci esperimenti scientifici della Storia: il Large Hadron Collider del Cern di Ginevra verrà messo in funzione. Dentro il super accelleratore di particelle viaggeranno delle nuvole di microscopici protoni, i quali, scontrandosi fra loro, scateneranno una immensa energia. Saranno così riprodotte le condizioni dell&#8217;universo ad appena [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Domani, 10 settembre, sarà il giorno di uno dei più audaci esperimenti scientifici della Storia: il Large Hadron Collider del Cern di Ginevra verrà messo in funzione. Dentro il super accelleratore di particelle viaggeranno delle nuvole di microscopici protoni, i quali, scontrandosi fra loro, scateneranno una immensa energia. Saranno così riprodotte le condizioni dell&#8217;universo ad appena 10 microsecondi dal Big Bang.<span id="more-261"></span> Insomma, si tratterà di un plasma di quark e gluoni con una potenza di 14 teraelettronvolt (14 mila miliardi di elettronvolt), la più alta mai ottenuta.</p>
<p style="text-align: justify">Per inciso, due cittadini statunitensi si sono rivolti (invano) ad un tribunale svizzero chiedendo che l&#8217;esperimento sia bloccato perché &#8211; dicono &#8211; potrebbe creare buchi neri distruttivi in grado di inghiottire nel Nulla la Svizzera se non l&#8217;intero pianeta Terra. In realtà, che ciò possa accadere è nell&#8217;ordine degli eventi impossibili.</p>
<p style="text-align: justify">Ma quali sono gli obiettivi dell&#8217;Lhc? Anzi, qual è l&#8217;obiettivo? Quello primario sicuramente è la ricerca del bosone di Higgs. In fisica quantistica i bosoni, chiamati così in onore del fisico indiano Satyendra Nath Bose, sono una delle due classi fondamentali in cui si dividono le particelle, bosoni, appunto e fermioni.</p>
<p style="text-align: justify">Il bosone di Higgs, che alcuni chiamano anche il bosone di Dio, sarebbe l&#8217;elemento finale della materia, una (ipotetica) particella elementare &#8211; l&#8217;unica a non essere stata mai osservata &#8211; prevista dal modello standard della fisica delle particelle.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, al dunque, l&#8217;esperimento del Cern è altamente filosofico, anzi teologico: scoprire le Origini dell&#8217;Universo, l&#8217;Inizio di tutto quanto. Che possa sparire il mondo nel mentre l&#8217;uomo compie un simile tentativo davvero mi pare troppo &#8230; O no?</p>
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