Nota sabatina/9

Scritto da: il 16.01.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Il devastante terremoto che ha colpito Haiti martedì 12 è uno di quegli eventi che per giorni oscurano tutte le altre notizie. Si tratta di una ecatombe che come numero di vittime alla fine potrebbe anche sfiorare quello di 291mila dell’epocale tsunami asiatico del 26 dicembre 2004. Al momento i morti accertati nell’isola caraibica sono 70mila, ma i dispersi sono centinaia di migliaia e l’opera di sgombero delle macerie è ancora agli inizi.

Com’è comprensibile – ma non del tutto, sia chiaro – il caos e la violenza impazzano nel Paese, i cui vertici si sono sì casualmente salvati, nonostante il crollo di tutti i palazzi istituzionali, ma senza avere grosse possibilità di controllare gli eventi.

Gli Stati Uniti hanno subito inviato soccorsi massicci, così pure tante altri nazioni ricche. Si segnala per originalità la generosa proposta del Senegal, che si è detto disposto a cedere una parte del suo territorio per ospitare i superstiti e favorire così il loro ritorno nell’originaria Africa. Proposta romantica, ma certo non molto realistica.

Poco utile su di un simile accadimento avanzare analisi politiche, ma se c’è qualcosa che il terremoto di Haiti ha evidenziato è la fragilità dell’intera area. Fragilissima, oltre che poverissima la Repubblica di Haiti. Ma fragile anche la posizione degli Stati Uniti, che non sono mai riusciti a fare davvero ordine nel cosiddetto “cortile di casa”. Un focolaio di  endemica povertà e (in questo caso sì) consequenziale violenza che da Washington non sono stati in grado di tenere sotto controllo, consentendo che a poco dalle proprie coste vi fosse una No Man’s Land di rara pericolosità.

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