Opel, and the winner is: Vladimir Putin

Scritto da: il 30.05.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

Alla fine quella che Sergio Marchionne ha definito una «soap opera brasiliana» si è conclusa con la vittoria di Magna, il gruppo di componentistica austro-canadese (per inciso, il Canada in questa vicenda avrebbe comunque “vinto”, perché l’ad di Fiat è mezzo canadese, avendo da decenni anche la cittadinanza di Ottawa). Dopo l’annuncio di ieri pomeriggio dell’accordo con General Motors, infatti, nella notte è giunto anche l’ok di Berlino.

Sarà dunque Magna ad acquisire il controllo di Opel. Ma è davvero così? Proviamo ad andare un po’ più a fondo alla questione.

In realtà, a ben leggere gli accordi, a Magna va solo il 20% di Opel, il cui 35% rimane a General Motors. Un altro 10% va ai sindacati tedeschi (ottimo segnale verso la partecipazione e cogestione dei lavoratori anche nei colossi industriali, ma la percentuale è ancora bassa).

Ma a chi va il restante 35%? Stando a quel che al momento si è capito (perché ancora molti sono i punti oscuri della vicenda), dovrebbe andare alla banca russa semistatale Sberbank, presieduta da German Gref, economista e politico russo di chiare origini tedesche, un fedelissimo di Putin che in Russia è stato ministro dell’Economia e del Commercio dal maggio 2000 al settembre 2007.

In tal modo, dopo alcuni tentativi andati frustrati, si realizza il sogno di Putin di essere in qualche modo presente in una grossa compagine dell’economia occidentale. Ed il tutto, in aggiunta, con una garanzia di prestito da 5 miliardi di euro da parte dello Stato tedesco (ossia dei suoi contribuenti).

Inoltre, l’accordo raggiunto prevederebbe anche una sorta di cooperazione fra la Opel e la Gaz, indebitata casa automobilistica russa di proprietà dell’oligarga Oleg Deripaska, il magnate dei metalli. Che utilità possa avere una simile partnership per Opel è un mistero di davvero difficile interpretazione.

Ma non è finita qui, perché da alcune indiscrezioni di stampa (lo statunitense Dow Jones Newswires ed il tedesco Manager Magazin) pare che Commerzbank, che di recente è stata salvata dal fallimento con un intervento di Berlino da 18 miliardi di euro ed è quindi al 25% una banca di Stato, sia pronta a darne 4 di miliardi a Magna per l’operazione Opel.

Insomma, come scrive il Wall Street Journal (le cui analisi in Italia vengono tradotte da Milano Finanza), «una banca tedesca controllata dallo Stato presterebbe a Magna il denaro per l’accordo Opel (che richiederà garanzie di prestito da molti miliardi di euro) in modo che la casa automobilistica tedesca sia gestita da una banca controllata dal Cremlino e cooperi con un produttore russo, anch’esso sull’orlo della bancarotta» (MF, 28 maggio 2009, p. 4).

Perché tutto ciò? Due sono le spiegazioni possibili, una più superficiale ed una che tenta di andare più in profondità.

La prima risalta la preoccupazione di cristianodemocratici e socialdemocratici tedeschi di vedere innalzarsi il livello di disoccupazione in Germania proprio nell’anno del rinnovo, a settembre, del Bundestag. Il piano Magna, almeno a parole, è quello che salva più posti di lavoro, ma non convince gli esperti, i quali credono che «la capacità produttiva dell’industria automobilistica europea superi la domanda del 25%, perciò un esubero di solo 2.500 sembra una prospettiva quantomeno ottimistica» (sempre da MF di giovedì).

La seconda spiegazione del sì tedesco a Magna è più cattiva e mette la conclusione dell’affaire Opel in stretta relazione con il patto d’acciaio stretto da Gerhard Schroeder (il picconatore della Socialdemocrazia europea, l’uomo che insieme a Tony Blair ha affossato il più grande progetto sociopolitico della Storia) con Vladimir Putin. Quando era cancelliere, Schroeder si adoperò per sostiture l’asse Parigi-Bonn voluto da due giganti come François Mitterrand ed Helmuth Kohl con l’asse Mosca-Berlino, tanto da divenire, una volta lasciato il ruolo di premier, capo del progetto russo-tedesco North Stream, una pipeline assai più russa che tedesca, a dire il vero.

Ora, che la Merkel si sia preoccupata nelle scorse settimane che una valanga di euro teutonici potessero finire in America ed in questo momento si preoccupi assai meno che lo stesso flusso prenda la direzione di Mosca, pardon di San Pietroburgo, è indice di quanto sia stata incisiva nella politica tedesca l’opera da raffinato lobbysta di Schroeder. Tanto che oggi assistiamo alla consegna di un gioiello, per quanto in cattiva acque, come Opel nelle mani nel Cremlino. Senza che nessuno gridi allo scandalo. Anzi, senza che nessuno quasi lo capisca …

Vladmir Putin
Vladmir Putin
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