Pd, fra dialogo strategico e rischio scissione

Scritto da: il 18.02.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

A lungo covata, la crisi del Partito Democratico ieri è deflagrata in tutta la sua drammaticità con le tardive (almeno a mio avviso, per carità) dimissioni del segretario Walter Veltroni, dopo sedici mesi di gestione tutta tendente a fare il vuoto a sinistra, senza curarsi di star consegnando al centrodestra il Paese.

Ora quel che occorre è rinvenire uno straccio di accordo sul come gestire l’immediato futuro, che vede ad aprile la conferenza programmatica del partito ed ai primi di giugno le elezioni, sia europee che amministrative.

Chiaramente, il problema più sentito è quello della guida nelle prossime settimane. L’ipotesi di Dario Franceschini come segretario di transizione è plausibile. Pierluigi Bersani, l’unico ad aver avanzato mire sulla segreteria prima del tracollo sardo, è assai prudente e lo stesso Massimo D’Alema, che in genere quando ha qualcosa da dire la dice senza mezzi termini, valuta come «molto difficile» la situazione venutasi a creare.

Nel frattempo, D’Alema, cui non fa difetto l’amore per la realpolitik, ha ripreso a dialogare con Fausto Bertinotti, l’ex leader di Rifondazione Comunista. Mossa che Veltroni mai avrebbe neanche alla lontana preso in considerazione.

Bertinotti, uomo dalla rara intelligenza politica, ha rivolto un chiaro appello a D’Alema: «Sospendiamo per qualche tempo le categorie riformisti e rivoluzionari, comunisti, socialisti, cattolici democratici per metterci in gioco in un processo ricostituente della sinistra».

L’ipotesi bertinottiana, che avrebbe inorridito Veltroni, non pare sia dispiaciuta invece a D’Alema, che forse vi ha scorto la possibilità di chiudere una volta per tutte la lacerazione verificatasi al momento della trasformazione del Pci in Pds.

Massimo D'Alema
Massimo D’Alema

La mano tesa di Bertinotti cade in ogni caso a fagiolo, considerato come nella strategia dalemiana da mesi si stessero progressivamente consolidando le relazioni con taluni settori della sinistra estrema (ma non troppo), tipo quelli rappresentati da Nichi Vendola o dalla Sinistra democratica.

Insomma, fra il progetto che vorrebbe costruire un rapporto forte fra Pd e sinistra radicale e voglia di creare una nuova, solida forza socialdemocratica (o socialista che dir si voglia, ma sicuramente il primo aggettivo è più spendibile in Italia da un punto di vista di marketing), di sicuro quello che in queste ore sta franando (o è giù franato?) è il progetto politico, di per sé di alto profilo ideale, che ha unificato Ds e Margherita.

E a questo punto, come paventano da Francesco Rutelli prima delle elezioni regionali in Sardegna, lo spettro della scissione davvero si aggira nel Pd.

Del resto, che cosa ci si poteva mai attendere, dopo tutta una serie di batoste elettorali, in un partito in cui, come ha lucidamente affermato Massimo Cacciari, «non si sono affrontati i problemi organizzativi e non si è sviluppato un dibattito politico-strategico. In questa situazione quanta strada si voleva fare? È il Pd nel suo insieme che non va».

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