Piccola Islanda, grandi sconquassi

Scritto da: il 16.01.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

La crisi della piccola nazione fin qui condotta come fosse un unico fondo d’investimento mette in imbarazzo la Gran Bretagna, che aveva investito, e stuzzica l’appetito della Russia. Cambiando, in previsione, gli equilibri di Nato e Ue

I Paesi scandinavi vanno in soccorso dell’Islanda. Il ministro delle Finanze finlandese ha infatti annunciato che il suo Paese, unitamente a Svezia, Norvegia e Danimarca, concederà al governo di Reykjavík un prestito di 2.5 miliardi di euro, per consentire all’Isola artica di affrontare la crisi economica che sta travolgendola. Crisi che per qualche aspetto è sorprendente, per altri può essere istruttiva nel contesto europeo.

L’annuncio di Martti Hetemaki ha seguito di poche ore quello del Fondo monetario internazionale, che ha accordato all’Islanda un prestito di 2.1 miliardi di dollari. Notizie che, se da una parte attenuano le fosche ombre che si sono addensate sul futuro islandese, dall’altra non bastano a placare la tempesta finanziaria che infuria su Reykjavík.

Mentre le Borse mondiali sono sulle montagne russe, in Islanda si susseguono le proteste di chi chiede le dimissioni del premier, il conservatore Geir Haarde, leader del Partito dell’Indipendenza, e un veloce ingresso nell’Unione Europea, ipotesi tradizionalmente snobbata dagli islandesi.

Già qualche mese fa il piccolo Stato artico dalla (finora) dinamica economia aveva sfiorato una pesante crisi finanziaria. Ma dal crollo di Lehman Brothers in avanti, la catastrofe globale ha travolto le sue potenti banche, mettendo in forte affanno il premier Geir Haarde, che dal suo arrivo al governo, nel giugno del 2006, ha di fatto gestito il Paese come un enorme hedge found.

Ma la politica del fondo d’investimento non ha pagato: in poche settimane sono entrati in crisi, uno dopo l’altro, i tre grandi istituti di credito, Kaupthing Bank, Landsbanki Islands e Glitniril, che sono stati nazionalizzati in fretta e furia.

Parallelamente, la Borsa ha subito tracolli pesantissimi, la corona islandese in un mese ha perso un terzo del suo valore, l’inflazione è salita alle stelle e, incredibile a dirsi, nei supermarket alcuni scaffali con i generi di prima necessità sono rimasti vuoti. Uno shock notevole per un Paese finora ai primi posti nel mondo per crescita economica, competitività e, soprattutto, qualità della vita.

Il premier ha reagito alla crisi adottando drastici ma necessari provvedimenti, per inciso anche in aperta contraddizione con le sue personali convinzioni in materia di politica economica. Ma si sa che una cosa è la teoria ed un’altra ben diversa la prassi, specie nel mezzo di una crisi come quella che l’Isola sta attraversando.

Geir Haarde
Geir Haarde

La strategia di emergenza elaborata da Haarde ha cercato di garantire i risparmiatori e ha dato al governo non solo un larghissimo controllo su tutte le banche, ma anche il potere, all’occorrenza, di fonderle e di costringerle a dichiarare fallimento. I mutui contratti dagli islandesi per comprare casa saranno acquisiti dal governo ed allocati in uno speciale fondo di Stato.

Haarde ha anche chiesto aiuto a 360 gradi alla comunità internazionale, in particolar modo agli Stati Uniti, alla Russia ed ai Paesi dell’area nordica, culturalmente assai vicini. Ossia ha bussato chiaramente a denari, facendo intendere senza mezzi termini che l’Islanda in bancarotta significherebbe pesanti guai per molti fra alleati e partner economici.

Infatti, la pur piccola nazione (gli islandesi sono poco più di trecentomila), ha link finanziari radicatissimi in Europa, specie in Gran Bretagna. E Londra ora trema, soprattutto di fronte alla voragine in cui rischiano di precipitare gli enti locali inglesi, per i quali si parla di un possibile “buco” da un miliardo di sterline dopo anni di alti rendimenti garantiti dalle banche della Terra del Ghiaccio.

Ma investimenti “artici” a rischio erano stati fatti anche da altri soggetti pubblici, come l’Università di Cambridge, Scotland Yard, l’agenzia dei trasporti della capitale inglese e la polizia del Sussex, oggi in grosse difficoltà, tanto che già si parla di rincari per le tariffe del mitico Tube.

Il premier britannico Gordon Brown ha reagito male davanti all’inedita situazione, congelando gli asset inglesi della Landsbanki (il cui 40% prima della nazionalizzazione apparteneva al magnate islandese Bjorgolfur Gudmundsson, proprietario della gloriosa squadra di calcio londinese del West Ham), minacciando un’azione legale contro Reykjavík e chiedendo un veloce chiarimento sui destini dei creditori britannici che hanno trovato chiusi gli sportelli della Landsbanki (timorosa di una repentina fuga di capitali).

In particolare, Brown è fortemente critico verso la decisione islandese di congelare i conti dei clienti della banca Icesave, divisione on line della Landsbanki.

Atteggiamento ben diverso quello della Svezia, che ha subito fatto pervenire circa cinque miliardi di corone (700 milioni di dollari) per sostenere la divisione svedese di Kaupthing. Del resto, Stoccolma si è in qualche modo vista costretta ad accordare il prestito perché un default nei pagamenti da parte della banca islandese avrebbe comunque danneggiato la fiducia nell’intero sistema di credito svedese.

Reykjavik
Reykjavik

Ma è da Mosca che arriva, inaspettatamente, il sostegno più concreto: ben 4.3 miliardi di euro da rifondere comodamente in quattro anni. Pare che la decisione di intervenire in favore dell’Islanda, osteggiata alla Duma dall’opposizione liberaldemocratica e comunista, sia stata presa da Vladmir Putin in persona.

Tanta generosità da parte dell’uomo forte di Mosca nei confronti di un membro della Nato è comunque sospetta. Ed infatti dietro al megaprestito a Reykjavík già si intravede l’interesse strategico dello “zar”.

La posizione dell’Islanda in campo internazionale è importante nella disputa fra la Federazione Russa e la Danimarca in merito alla sovranità sulla dorsale di Lomonosov, una montagna sottomarina che divide il Mar Glaciale Artico in due bacini, euroasiatico e nordamericano.

Nel Great Game polare, Copenaghen tenta di vedere riconosciuta la tesi che vorrebbe la dorsale geologicamente collegata alla Groenlandia, in maniera da poter rivendicare la sua sovranità sull’intero Polo Nord e, particolare vitale, sui sottostanti giacimenti petroliferi, che parrebbero essere assai ricchi e di semplice sfruttamento.

Opposta, chiaramente, è la posizione di Mosca, che sostiene come la dorsale di Lomonosov sia una estensione del territorio russo.

Accettando il prestito della Federazione, quindi, l’Islanda contrae un debito anche (geo)politico che certamente Putin chiederà prima o poi di saldare con l’appoggio diplomatico di Reykjavík alla sua tesi della sovranità russa sull’intero Polo Nord.

La Dorsale di Lomonosov
La Dorsale di Lomonosov

Ascesa e caduta
Nel decennio 1996-2006 l’economia islandese è cresciuta del 6% annuo, facendone uno dei Paesi con il reddito pro-capite più alto. In Islanda, che non è membro dell’Ue e non ha quindi aderito all’euro, i tassi di interesse erano piuttosto alti: 5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-Usa e lo 0-1% del Giappone.
La situazione incoraggiava l’afflusso di denaro dal mercato globale per finanziare debito pubblico, azioni ed obbligazioni islandesi. Le tre minuscole banche islandesi si riempirono di denaro straniero, che utilizzarono in acquisizioni all’estero.
Gli imprenditori islandesi acquistavano quote in aziende di tutto il mondo. Finché a gennaio 2006 Ficht ha espresso perplessità sul fatto che un indebitamento di diversi miliardi fosse sostenibile da parte di un Paese di 300.000 abitanti. Da lì è partito il picco della sfiducia.

Apparso su il Domenicale di sabato 20 dicembre 2008 

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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