“Shutter Island”, ovvero del nostro bisogno di consolazione

Scritto da: il 07.04.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Chiunque perda una persona cara in un incendio ha più di tutto bisogno di sentirsi dire che non è morta bruciata. «L’ha uccisa il fumo, non il fuoco. È importante questo» dice Leonardo Di Caprio all’inizio del film, raccontando del tragico destino della moglie al nuovo collega dell’Fbi. Certo, è importante questo, vitale per il nostro primigenio bisogno di consolazione, per usare la bellissima frase di Stig Dagerman. E proprio attorno ai meccanismi consolatori della mente umana che ruota l’ottimo Shutter Island di Martin Scorsese, titolo che si può alla buona tradurre con qualcosa tipo “l’isola dei reclusi”.

«Ricordatevi di noi, perché anche noi abbiamo vissuto, amato e riso» è la scritta che campeggia all’ingresso dell’impenetrabile manicomio penale di Ashecliffe. Siamo nel 1954, agli inizi della cosiddetta Guerra Fredda, e gli agenti federali Teddy Daniels (un Leonardo Di Caprio bravissimo, nonostante l’improbabile faccia che si ritrova, così infantile, anche ora che cominciano a far capolino le prime rughe, da sembrare uscita da un cartone animato) e il suo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati a Shutter Island per indagare sulla scomparsa di una assassina psicopatica fuggita da una cella blindata. In compagnia di psichiatri alquanto sinistri (Ben Kingsley e Max von Sidow, che vista la splendida forma con la quale ha raggiunto gli 81 anni pare proprio che la sua famosa partita a scacchi con la morte alla fine l’abbia vinta), infermieri, guardie e pazienti, tutti parimenti confinati sull’isola squassata da un uragano, i due agenti capiscono ben presto che nulla è come appare.

Scorsese, che dà davvero una prova di regia maiscola, è nettamente dalla parte dei reclusi, che ci mostra nel loro lato più umano. «Il mio compito è curare i pazienti, non le loro vittime. Non sono qui per giudicare», afferma il personaggio interpretato da Ben Kingsley, uno psichiatra oltremodo liberale che dirige la struttura di (più o meno) massima sicurezza.

Il film è curato fin nei minimi particolari, ha un cast eccezionale e una regia superlativa tanto quanto la fotografia. La trama è certo un po’ scontata ed il finale non stupisce più di tanto, ma le domande che pone sul dolore umano sono perle rare nel cinema odierno.

Insomma, ennesimo colpo da maestro di Scorsese ed ennesimo grande film tratto da un romanzo di Dennis Lehane. Come già Mystic River di Clint Eastwood nel 2003, tratto da La morte non dimentica (romanzo noir del 2001 che in originale si chiama proprio Mystic River), anche l’idea di Shutter Island è dello scrittore irlandese. L’isola della paura (appunto Shutter Island in inglese) è un thriller psicologico di rara intensità, le cui questioni di fondo Scorsese rende da par suo. Un libro da leggere e un film da vedere, quindi. Per riflettere sull’insondabile Mistero del dolore, sulla imprevedibile fragilità della mente. Ben oltre le possibilità ermeneutiche delle neuroscienze.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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