Spread, qualche considerazione in merito

Scritto da: il 11.10.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Negli ultimi mesi si è tanto parlato di spread, una delle parole chiave della crisi economica corrente. Lo spread è una misura (nel senso di indicatore) del rischio di insolvenza relativa non un’impresa e una multinazionale, ma un titolo di Stato. Va da sé che finisca con l’essere un “termomentro” della salute finanziaria di un Paese. La parola è inglese ed ha avuto una lunga evoluzione attraverso i secoli. Il termine oggi significa soprattutto “differenziale”, ossia lo scarto valutato dai mercati tra il rendimento di quel titolo e il rendimento di un titolo corrispondente di uno Stato universalmente considerato solido e privo di rischi, come, ad esempio, la Germania. In genere per il confronto si prendono in considerazione i titoli di Stato decennali. Se il differenziale, lo spread appunto, si alza vuol dire che i mercati cominciano a fidarsi meno ed esigono interessi maggiori per mantenere fra i propri investimenti i titoli di un determinato Paese.

Ma che cosa è veramente lo spread? Proviamo ad aiutarci con il grafico sottostante. Il valore è così parametrato: 100 = 1% di interesse. Per cui, se lo spread è, ad esempio, indicato in 345, vuol dire che la differenza è del 3.45%.

a = 3.5% (interessi Btp ad aprile 2011) | b = 4.6% (interessi Btp a metà settembre 2011)

c = 3.2% (interessi Bund ad aprile 2011) | d = 1.9% interessi Bund a metà settembre 2011)

Ora, quel che interessa l’Italia è il delta tra il 3.5% ed il 4.%6, vale a dire una maggiorazione dell’1:1% Che i bund tedeschi paghino l’1.9% con un vantaggio per la Germania in termini di costi per interessi pari all’1.3% è tutto sommato relativo per l’Italia e rientra nelle aspettative degli investitori, che ritenendo più affidabili i bund ne fanno maggiore richiesta (e ciò determina l’abbassamento del tasso di interesse). Ma non è questo il vero problema. I grossi investitori, gestendo patrimoni di terzi, sono rimasti assai scottati dalla crisi finanziaria del 2007-2008. Pertanto, al minimo sentore di problematiche (per inciso spesso pilotate) dirottano su altro gli investimenti, producendo solo un danno a chi ha affidato loro i denari da gestire (ad esempio perché disinvestono su titoli validi quali i btp).

Inoltre, vendendo btp e acquistando bund, addebitano costi provvigionali ai clienti che, intimoriti dal clima mediatico creatosi, accettano di buon grado il costo. Accade quindi che btp che offrivano una cedola (così sono chiamati gli interessi per questi titoli) del 3.5% sono venduti ad un prezzo inferiore (ovviamente, la cedola degli intersessi non cambia). Come dire che acquisto a 100 con interessi al 3.5% e vendo a 90. Chi compra, sia chiaro, mantiene sempre il 3.5% sui 100 investiti! Ecco quindi dove sta la speculazione, visto che non è raro che gli stessi investitori riacquistino per proprio tornaconto (o per quello dei clienti più importanti) a 90 ciò che hanno fatto vendere a 100.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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