Sulla (comprensibile) scarsa italianità di Marchionne

Scritto da: il 25.10.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Le dichiarazioni di ieri dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, hanno fatto scalpore. I sindacati lo hanno subito accusato di anti italianità, seguiti a ruota da qualche politico. Eppure il ragionamento del manager, da un punto di vista logico, non fa una grinza. Marchionne, infatti, si è limitato ad evidenziare come, per il 2011, su di un utile operativo di circa 2 miliardi di euro nemmeno un cent provenga dall’Italia. In parole più semplici, le fabbriche Fiat su territorio nazionale non producono utili, tutt’altro.

Il dato sarà certo verificato dalle controparti della multinazionale italiana, ma ad una prima occhiata mi pare veritiero. In ogni caso, ha semplicemente fatto scandalo che Marchionne lo abbia evidenziato. Come se fosse un tabù sottolineare l’improduttività (presunta, per carità, presunta …) degli impianti Fiat in Italia. Ovvio che il retropensiero (perché, si sa, lungo lo Stivale si vive di retropensiero) più o meno diffuso è che Marchionne stia cominciando a mettere le mani avanti per far ingoiare al Paese il boccone amarissimo di un eventuale programma di dismissioni delle fabbriche tricolori. Retropensiero non infondato, sia chiaro.

Ora, qualunque fosse l’intento di Marchionne ieri nel dire quel che ha detto, di sicuro vi sono tanti ragionamenti da fare in merito al destino (ma anche alla storia) della Fiat anziché metaforicamente inchiodare subito alla croce il suo management. La prima delle considerazioni opportune è che sbaglia chi considera la Fiat un’azienda italiana. Non lo è più da anni, se ne facciano tutti una ragione. La Fiat è una multinazionale che, sotto la guida di Sergio Marchionne, è passata dall’essere un decotto boccone mal digerito da General Motors (e da questa quasi rigurgitato) ad importante player internazionale del settore, sganciandosi dal colosso di Detroit (nel frattempo rivelatosi ancor più friabile dell’argilla) e finendo con il rilevare l’americana Chrysler. La Fiat, ribadisco, non è più italiana da anni e le sue logiche non possono restare ancorate ad una visione nazionale che inevitabilmente finirebbe con l’ingabbiarla.

Certo, a questo punto del ragionamento qualcuno potrebbe giustamente ricordare come nella storia della casa torinese il governo italiano – per decenni e decenni! – l’abbia fortemente sostenuta ad ogni sussulto di crisi. Da ragazzo consideravo la politica economica di Palazzo Chigi nei confronti del Lingotto una strana forma di collettivizzazione delle perdite alternata con la privatizzazione degli utili. Non ho cambiato idea. Nel tempo abbiamo assistito ad un prolungato clamoroso errore da parte dei vari governi italiani. La Fiat andava fatta “nuotare liberamente” anche facendole correre il rischio di “affogare”. Al limite, si sarebbe dovuto varare un massiccio piano di salvataggio dei lavoratori, ricollocandoli o garantendo loro principeschi indennizzi. Di certo sarebbe costato meno di quanto sono costati i tanti “salvataggi” effettuati. Certo, prevengo l’obiezione, non si possono valutate le complesse relazioni industriali degli anni ’60-’70-’80 con il metro di giudizio del 2010. Lo capisco. Ma almeno che l’esperienza dei rapporti Stato-Fiat sia da monito per evitare, in futuro, altre simili perverse relazioni. Ogni riferimento a Telecom Italia è puramente casuale, sia chiaro …

Rimane da ragionare sull’accusa di anti italianità lanciata contro Marchionne. L’ad Fiat (che è anche cittadino canadese), come credo tutti i nostri connazionali con un background di studio, di vita e/o di lavoro all’estero, è assai disincantato nel suo sentirsi italiano. Io, personalmente, ho una esperienza internazionale di certo minore di Marchionne, ma credo mi basti per poter capire convinzioni e stato d’animo del manager Fiat. Quando ci si confronta con realtà di vita fuori dal nostro Paese il più delle volte si resta incantati. La civiltà diffusa della gente comune, la certezza del diritto, la garanzia che tutti seguano le regole salta subito all’occhio del viaggiatore come del lavoratore che per un certo periodo, breve o lungo che sia, vive lontano dall’Italia. Ad essere gentili, in 6-7 casi su 10 fuori dal nostro Paese si trovano realtà socio-culturali decine di anni avanti rispetto a noi. In confronto al nostro Sud piegato/piagato da Mafie varie e criminalità spicciola, poi, buona parte del pianeta è assolutamente preferibile. Di certo lo è il Canada, Patria d’adozione dell’ad Fiat. È quindi così esecrabile la freddezza di Marchionne nei confronti del nostro Paese? Ma per carità … Marchionne dirà anche cose antipatiche ed indigeste, ma con un fondo di verità spesso un paio di chilometri.

Sergio Marchionne

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