Talenti globali, l’Occidente guida ancora la classifica

Scritto da: il 03.01.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

Il futuro (forse più remoto che prossimo, a ben vedere) del pianeta sarà pure in riva allo Yangtze e al Gange, ma a tutt’oggi la creatività rimane una caratteristica se non occidentale, quantomeno appannaggio delle usuali regioni (anzi metropoli, per essere precisi) da decenni e decenni cuore del business mondiale.

Infatti, nonostante l’impetuoso sviluppo delle economie della Cina Popolare e dell’India, la cui “emersione rapida” è pure un dato consolidatissimo dell’economia integrata, ancora la maggior parte dei brevetti su scala globale (una quantità davvero enorme) vengono registrati in sole sei città, ossia, in rigoroso ordine alfabetico (e non certo di importanza geopolitica), Berlino, New York, Parigi, San Francisco, Taipei e Tokio.
Per Richard Florida, il sociologo statunitense noto quale teorico della classe creativa, la geografia dei talenti, per così dire, sta sì mutando, ma non tanto velocemente come si potrebbe credere.

Cina e India e le cosiddette tigri asiatiche (Corea del Sud, Malaysia, Singapore e Thailandia) producono a tutto spiano, ma scarseggiano di idee davvero originali. Magari conterà anche, come evidenziano alcuni maligni, che cinesi e indiani non ci tengono granché a registrare brevetti (anzi, copiano a mani basse di tutto e di più, mostrando una certa qual disaffezione per l’idea di copyright), ma un dato è certo, ancora le idee creative sono patrimonio dei soliti noti.

Insomma, Bangalore, ossia la cosiddetta Silicon Valley indiana, e Shanghai, l’immenso polo industriale/commerciale cinese, contribuiscono a creare e innovare in misura assai minore rispetto a quanto si immagini.

Non si tratta di scarse capacità (il talento creativo degli asiatici è storicamente provato), assolutamente no, ma di priorità diverse. Basti pensare come ancora la sola Università della California (la mitica Ucla) nel 2003 abbia registrato più brevetti che la Cina e l’India insieme.

Per non parlare dell’Ibm (il cui ramo d’azienda relativo alla produzione di personal computer è stato qualche anno fa ceduto alla cinese Lenovo), che registra ben cinque volte il numero dei brevetti dei due giganti asiatici.

Richard Florida
Richard Florida

L’odierna economia globale, sostiene Florida, si fonda su un complesso intreccio fra sviluppo economico e innovazione. Di fatto, non può esserci sviluppo economico senza innovazione continua, ma – ovviamente – è ben difficile che vi sia innovazione senza fondi adeguati.

Il circolo virtuoso, però, può essere innescato e numerose sono le esperienze che lo testimoniano nel concreto.

Prendiamo, ad esempio, San Francisco, città dove talento e creatività hanno trasformato il tessuto socio-economico, attirando cervelli e investitori e proiettando la metropoli californiana letteralmente nel futuro (oggi le sue infrastrutture sono fra le più avanzate degli States e la sua società la più aperta, libera e tollerante).

Per Florida, quando in una collettività iniziano a confluire intelligenze fresche, talenti nuovi che danno rinnovato vigore all’economia, vuol dire che c’erano già quantomeno delle precondizioni, in primo luogo la tolleranza dei cittadini, una delle ormai celebri tre “T” (tecnologia, talento e, appunto, tolleranza) ideate dal sociologo di Fairfax.

Gruppi di persone accomunate da un determinato interesse professionale decidono di insediarsi in un luogo, garantendone la fortuna, non solo economica.

Questo vale sia per i creatori di aziende (la Microsoft di Redmond ne è un esempio evidente), come pure per le grandi istituzioni universitarie, che finiscono con il coagulare attorno a sé un intero polo industriale e di ricerca.

Pensiamo solo a che cosa sarebbe oggi una città come Boston senza il celeberrimo Massachusetts Institute of Technology, quel Mit che l’ha resa il centro della ricerca scientifica mondiale.

Come abbiamo visto, a livello globale, sono ancora soltanto sei le città (in effetti delle vere e proprie megalopoli) in cui si inventa e si crea, fra le quali Berlino e Parigi risultano le uniche europee.

Diamo quindi uno sguardo al panorama della creatività nel nostro continente. Dentro l’Unione Europea la classifica del talento stilata da Florida insieme all’italiana Irene Tinagli (fondamentale il loro studio congiunto «Europe in the Creative Age») è di un nordico da far venir freddo al solo scorrerla.

La Finlandia (già da alcuni anni Paese leader della competitività mondiale) è al primissimo posto, seguita da Olanda, Belgio, Regno Unito, Svezia, Irlanda e Germania.

L’Italia è solo al tredicesimo posto, sorpassata financo dalla Grecia, la Nazione su cui tanto si ironizza nonostante di passi avanti nell’innovazione ne abbia fatti e ne stia facendo molti.

Per anni la Grecia ci ha evitato l’umiliazione d’esser ultimi nelle classifiche Ue (“se non ci fosse bisognerebbe inventarla”, si diceva scherzosamente), ma intanto oggi in determinati settori marcia più velocemente di noi ed è stata anche campione continentale di calcio e basket, dato da non sottovalutare, visto l’impulso che i successi sportivi danno ai conti complessivi di un Paese, non soltanto per una evidente questione di immagine, ma in particolar modo perché attivano un indotto con ricadute a pioggia su tutta l’economia nazionale.

In ogni caso, non crucciamoci troppo. Come evidenzia Florida, il talento è una risorsa assai mobile e i cervelli viaggiano e “fecondano” i luoghi in cui si fermano a lavorare, le città in cui si sentono più accolti e da cui ottengono più gratificazioni personali, anche a livello estetico.

I creativi italiani sono ovunque al mondo, ma anche in Italia esistono le condizioni per attrarre talenti. Tutto sommato, il nostro tepore è godibilissimo e quanto a bellezza e arte non siamo secondi a nessuno.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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