“The Ghost Writer” di Polanski trionfa ai César

Scritto da: il 28.02.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Durante il weekend sono stati assegnati i César, i principali riconoscimenti del cinema francese, una sorta di Oscar europeo del cinema di qualità.  Come miglior film è stato premiato Uomini di Dio di Xavier Beauvois, mentre a Michael Lonsdale è andata la statuetta per il miglior attore non protagonista, sempre per il medesimo film, che ha pure vinto il premio per la fotografia. Ma è stato The Ghost Writer (L’uomo nell’ombra nella versione italiana) del regista polacco Roman Polanski a trionfare, con ben 4 riconoscimenti. A Polanski è infatti andato il premio come miglior regista e, insieme a Robert Harris, quello per la miglior sceneggiatura non originale. La musica di Alexandre Desplat per l’opera ha poi ottenuto il premio per la miglior colonna sonora. Ad Hervé de Luze è infine andato quello per il miglior montaggio.

Il film del maestro polacco (una coproduzione Usa, Germania, Francia) è andato in sala ad aprile dell’anno scorso, ma certo il César gli darà nuova linfa. In ogni caso, è un’ottima occasione per parlarne ancora.

La trama è avvincente, anche se in alcuni punti non originalissima. L’ex primo ministro britannico Adam Lang (dietro la cui figura in qualche modo potrebbe anche essere intravisto Tony Blair) vive più o meno in ritiro su di un’isola in America (il set è stato allestito a Martha’s Vineyard, l’isola dei Kennedy, per così dire, ad undici chilometri dalle coste del Massachusetts, davvero lontana dal mondo reale), insieme alla consorte, alla sua segretaria e a una nutrita squadra di protezione. Alla minuscola comunità di aggiunge un giovane editor (Ewan McGregor), incaricato di riscrivere la sua autobiografia. Il ghost writer, del tutto ignorante in fatto di politica, va a sostituire un predecessore, scomparso (suicida?) cadendo da un traghetto in circostanze poco chiare.

Non ci vuole molto per lo scrittore, per quanto ingenuo, a capire d’avere accettato un incarico di estrema delicatezza. Su Lang (splendidamente interpretato da Pierce Brosnam), infatti, all’improvviso piomba l’accusa di avere consentito – durante il corso suo mandato come premier – la tortura di prigionieri sospettati di terrorismo, nonché di avere strettissimi legami con la Cia.

L’atmosfera del film – avveniristico in quanto ad uso della macchina da presa e fotografia – ricorda assai da vicino i capolavori di Alfred  Hitchcock, ma l’idea di Robert Harris (il giornalista della Bbc dal cui omonimo romanzo del 2007 è tratta l’opera di Polanski) è ovviamento contemporaneissima, così intrisa di al-Qaeda e Cia da far costantemente sentire allo spettatore la loro minacciosa presenza. McGregor e  Pierce Brosnam non fanno rimpiangere i Cary Grant e James Stewart fedeli interpreti hitchcockiani. McGregor è quasi perfetto nel ruolo del classico uomo qualunque che all’improvviso deve confrontarsi con accadimenti di molto più grandi di lui, ma soprattutto Brosnam riesce ad inquietare come mai gli era accaduto nei panni di 007.

Polanski ed Harris (noto specialmente per il suo romanzo d’esordio Fatherland, del 1992, ricostruzione fantapolitica di un’Europa in cui Adolf Hitler ha vinto la Seconda Guerra Mondiale) sono riusciti a dipingere un quadro così denso di ombre del terzo millennio da essere in sé un piccolo gioiello di analisi (geo)politica. Perché i fatti che narrano saranni sì inventati, ma gli uomini e le situazioni appaiono tanto plausibili da fare del cinismo dei protagonisti una sorta di paradigma del potere occidentale post Undici Settembre.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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