Un progetto per il Sud (e non solo)

Scritto da: il 27.07.09
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Oggi sul quotidiano La Sicilia (www.lasicilia.it) è stata pubblicata una interessante analisi di Ruggero Razza, coordinatore provinciale etneo de La Destra-Alleanza Siciliana, sul Sud e i suoi endemici problemi. Un intervento chiarificatore, quello di Razza, in un momento in cui c’è molta confusione attorno alla sempiterna questione meridionale.
La versione originale dell’articolo è abbastanza più lunga di come è apparsa su La Sicilia (un quotidiano, comprensibilmente, ha i suoi spazi e non può andare troppo oltre). Ho il piacere di ospitarla qui di seguito.


Un progetto per il Sud (e non solo)
di Ruggero Razza

Il dibattito politico di queste settimane ha il merito di aver riacceso l’attenzione sulla profonda crisi che attraversa il Mezzogiorno. Tuttavia, non è emerso finora quel tratto unificante, potremmo dire comunitario e sociale, per un progetto di sistema capace di coniugare le tre diverse dimensioni che attraversano la società e l’economia: il territorio, la nazione, il mondo globale.
Proviamo a sviluppare qualche riflessione che, com’è ovvio, non ha alcuna pretesa, se non la speranza di allargare il dibattito e capovolgere la prospettiva, partendo dalle idee, per giungere ai modelli politici per la loro realizzazione.

L’Italia a due velocità non è un’invenzione di queste settimane, ma ha radici storiche profonde. Senza riaprire la querelle sul risorgimento, su Garibaldi e sui Savoia (tutto vero, ma affidiamo la materia agli storici) è necessario, invece, prendere le mosse da una visione d’insieme delle ‘pagelle’ degli Istituti di ricerca e dei centri studi.

Quando la Svimez consegna il dato dell’emigrazione dal Sud, l’Istat analizza il pil delle singole regioni italiane e gli indici di disoccupazione, l’Eurostat pubblica la comparazione tra l’economia delle nostre regioni meridionali e quelle del bacino mediterraneo, affiorano con la sintesi impietosa dei numeri l’attualità e le emergenze del Mezzogiorno. Che, fatalmente, rappresentano un freno per l’intero sistema-Paese.

Allo stesso risultato si giunge osservando la classifica del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita nelle città e quella sugli Atenei (“Sole” e “Repubblica”), l’analisi del mercato del lavoro (con riferimento ai contratti di precariato e al lavoro nero) e i dati sulla recessione della Fondazione Curella.

Tuttavia, per non cadere nella retorica sull’utilizzo dei fondi della Cassa o dell’Ue (sacrosanta, ma non risolutiva) o sull’incapacità della classe dirigente (ma si dovrebbe, per conseguenza, aprire uno spaccato sullo stato di salute della nostra società), scegliamo una data di riferimento – gli anni novanta – e proviamo a ripartire da lì.

Dal 1989 in poi, caduto il muro di Berlino, superata la logica di Yalta, avviato il processo di integrazione europea con la moneta unica, è cambiato profondamente il sistema politico, ma stesso mutamento ha subito quello economico.

In Italia, il nuovo modello globale ha portato con sé l’emergere, accanto alla questione Meridionale, di una nuova questione Settentrionale, spinta dalla necessità del Nord di competere in un più vasto mercato. Sul piano politico questo è stato il terreno fertile che ha garantito alla Lega di mettere radici – con la ‘ideologia’ riformista (Padania prima, Stato federale poi) – in un territorio che non tollera il ruolo di locomotiva di un Paese lento.

Nel Sud, invece, dopo il ’93 – fatta salva qualche Isola felice, come Catania – si è sostituito potere a potere e non si è elaborato un vero progetto di lungo periodo.

L’accelerazione posta dal mercato comune e dalla sfida globale ha lacerato ulteriormente il tessuto connettivo italiano. Ma, colpevolmente, nessuno ha colto la necessità di differenziare la politica economica, individuando strategie diverse per le diverse macro-aree del Paese.

Oggi tale obiettivo è ancora più urgente.

Più che negli anni passati, risolvere la questione Meridionale significa riuscire a dare competitività all’intero sistema-Paese, determinando un progetto (culturale, politico, economico e sociale) che prenda atto della necessità di esaltare le differenze: il Sud che guarda al Mediterraneo e riscopre la sua vocazione commerciale, agricola, turistica, artigianale e conquista fette di mercato nel settore energetico; il Nord che ritrova una economia prevalentemente industriale (grandi e pmi) e finanziaria.

Il che non vuol dire che le importanti produzioni agricole e gastronomiche del Nord debbano cedere il passo ad altro, o che i centri di eccellenza tecnologica del Sud debbano riconvertirsi. Vuol dire scegliere un modello prevalente ed accompagnarlo con la realizzazione di grandi infrastrutture e con la modernizzazione dell’intero sistema. E significa, anche, aprire senza timore una riflessione su gabbie salariali, fiscalità compensativa mirata a settori specifici e zone differenziate, contrattazione sindacale localizzata (con l’obiettivo della emersione dal lavoro nero), federalismo fiscale e qualificazione delle spese. Con l’ovvio presupposto di più incisive politiche pro legalità ed anti mafia. Il tutto mentre, tra qualche settimana, l’apertura della zona di libero scambio euro-afro-asiatica, porrà l’Italia al centro del più grande mercato del Mondo.

Resta un aspetto, peraltro non marginale: come tradurre queste veloci considerazioni in progetto politico.

Sul punto si registrano opinioni differenziate. Un dato è certo: i grandi partiti (Pdl e Pd) oggi offrono un modello centralista (e leaderistico) concentrato sulla individuazione di un ampio blocco sociale (le partite iva, gli statali, i professionisti, le casalinghe, i giovani, gli autonomi, i pensionati) e, per tale ragione, non riescono a rappresentare le differenze che emergono territorio per territorio.

Ecco perché esiste lo spazio, nel sistema bipolare e di coalizioni, per un progetto di rappresentanza politica del disagio sociale e dei territori. E la risposta migliore potrebbe non essere il partito del Sud (che divide il Pdl e agita Berlusconi), ma consolidare la collaborazione tra soggetti politici interpreti del municipalismo sturziano e della cultura nazionale della Destra, per mettere assieme tutte le istanze locali e identitarie con una proposta politica che unisca l’Italia e rappresenti i suoi territori.

L’unico dato certo, al momento, è che la perenne crisi del Sud paralizza il Paese e, oltre il dibattito, non trova sbocco in concrete azioni di governo. Per questo La Destra-As è impegnata a fare la propria parte, senza mai tradire le ragioni che hanno portato alla sua costituzione, ma con l’obiettivo dichiarato di offrire idee e progetti per consentire al Mezzogiorno e all’Italia di uscire dalla crisi.

Ruggero Razza
Ruggero Razza
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