“Una raggiante Catania” (che non è solo “buco”)

Scritto da: il 31.05.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

La Città dell’Elefante non è stata e non è soltanto l’attuale sfascio politico-sociale di cui i media ci informano quando proprio non possono farne a meno. C’è stato un tempo, per nulla lontano, di vera e propria rinascita di Catania. Culturale, in primo luogo, ma anche sociale, politica, economica.
Ora un romanzo, un classico (ma non troppo) romanzo di formazione, ripercorre quegli anni ed arriva nelle librerie per i tipi di una casa editrice milanese, la Excelsior 1881, assai attenta alle nuove tendenze italiane e non solo.

Una raggiante Catania è il titolo, invero ottimista, del volume di Domenico Trischitta, catanese doc, classe 1960, una scrittura alta, assai più di tanti celebratissimi e vendutissimi autori nostrani, gonfiati da un (auto)marketing ai limiti del doping editoriale.

Collaboratore di varie pagine culturali di quotidiani e settimanali nazionali e locali, Trischitta è stato anche aiuto-regista di Franco Battiato nel Socrate impazzito di Manlio Sgalambro. Ed ha pubblicato per Boemi un piccolo capolavoro, quel Daniela Rocca, il miraggio in celluloide, a metà fra il saggio e il racconto, tutto incentrato sulla vita e la tragica morte dell’attrice catanese, da cui è tratto Sabbie Mobili, andato in scena al Teatro Quirino di Roma, e da cui Maurizio Costanzo, pare, starebbe prendendo spunto per la sceneggiatura di una fiction con Manuela Arcuri.

L’amore per il teatro e per la città natale accompagna Trischitta da sempre. Nel 2001, con la regia di Alessandro Di Robilant, ha esordito con Autunno a Puteaux e nel maggio 2004 il suo monologo Notte a Catania è stato portato in scena da Alessandro Quasimodo.

Con Una raggiante Catania, finalmente, giunge l’esordio da romanziere, riuscendo a catturare l’anima di una città (o forse sarebbe meglio dire di un Paese intero) in perenne cambiamento, in perenne movimento. Verso dove, però, non lo sa nessuno. Di certo non verso il futuro, vista la sua struttura sociale vecchia, marcia, ancorata a categorie di due secoli fa.

Eppure, in una dicotomia che a volte ha del tragico, Catania spesso anticipa i trend nazionali. In politica, ma anche nel sociale, come Trischitta nota soprattutto quando scrive del funerale di un travestito ante litteram, un funerale trasformatosi in rissosa parodia del Carnevale di Rio. O, se vogliamo, in una anticipazione di trent’anni delle sfilate del Gay Pride, oggi roba cotta e decotta anche per i bambini, ma nella Sicilia degli anni Settanta ancora semplicemente impensabile: «a un certo punto gli amici del morto persero il controllo, cominciarono a inveire contro la gente dei balconi, e il funerale divenne uno scontro sull’identità sessuale e sulla diversità sociale. L’amica del cuore di Fimminedda, detta Lola Falana, cominciò a gridare come una forsennata e con la voce roca ripeteva come in una cantilena: “Bastardi, non siamo animali, semu genti comu a tutti l’autri!”».

Trascorre qualche decennio e Catania passa dall’intolleranza più nera all’essere la capitale gay d’Italia. Particolare che stride con l’arcaismo di tanti altri aspetti della città, una città che più volte ha provato a rinascere e più volte è ripiombata nel caos e nel degrado.

Trischitta ci prova e ci riesce bene a raccontare i tentativi di resurrezione di Catania e lo fa attraverso una serie di microstorie, attraverso le vite di alcuni giovani che man mano diventano adulti, attraversando la fase orrida del morto ammazzato al giorno e quella speranzosa della cosiddetta Primavera catanese. Ossia di quella decina d’anni in cui sindaco era un onest’uomo di centrosinistra come Enzo Bianco e presidente della Provincia un onest’uomo di destra come Nello Musumeci.

Cambiarono molto i due. Ma una volta scaduti i rispettivi doppi mandati tutto tornò come prima.

Non che Catania si sia addolorata troppo per la cosa. Alcuni catanesi sì, certo soffrono per il degrado diffuso degli ultimi anni. Ma molti altri ne sono fieri protagonisti, certi che fra permissivismo imperante, giustificazionismo sociologico, lentezza della giustizia ed indulti vari usciranno sempre impuniti anche dopo le nefandezze più eclatanti, stile “guerriglia urbana pre-derby con poliziotto morto”.

Bello sarebbe stato se il passaggio dipinto da Trischitta dalla Catania violenta degli Anni Settanta alla Catania raggiante degli Anni Novanta avesse avuto quest’ultimo stadio luminoso come approdo finale. Ma la realtà dei fatti recentissimi ci dice che la fase di brillantezza è per il momento archiviata.

Oggi mancano le centinaia di morti ammazzati di vent’anni fa, ma per il resto il degrado è forse peggiore di allora, la violenza spicciola più selvaggia, l’inciviltà più diffusa.

Un girone dantesco, la Catania odierna, che il «romanzo che sembra quasi un cd» di Trischitta (come scrive Tommaso Labranca nella postfazione) può aiutarci a decifrare assai meglio delle tante analisi sulla voragine dei conti comunali.

Domenico Trischitta, Una raggiante Catania, Excelsior 1881, Milano, 2008, pp. 192, euro 13.50 (www.excelsior1881.eu  - tel. n. 02/36.57.91.50).

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