La vicenda caucasica che da oltre una settimana monopolizza l’attenzione del mondo ha riportato indietro di anni i rapporti fra Washington e Mosca. Ma ad onor del vero vi sono motivi più di peso per il deterioramento delle relazioni russo-americane, in primo luogo la corsa partita almeno dal 2005 per il controllo degl idrocarburi dell’area artica. Come ormai è noto, infatti, sciogliendosi progressivamente il ghiaccio del Polo Nord si è dischiusa la possibilità di raggiungere le ingentissime riserve petrolifere sottomarine dell’area, scatenando quello che a mio avviso è il gioco geopolitico più delicato ed importante del futuro a medio e lungo termine.
La conquista diplomatica di porzioni quanto più vaste possibili di Mare Artico è una partita che coinvolge molti altri soggetti, fra cui il Canada, la Danimarca (che dalla disputa internazionale inerente la Dorsale di Lomonosov potrebbe uscire come uno dei principali produttori al mondo di petrolio) e la Norvegia, ma i colossi sono sempre Usa e Russia, intenti a “rinverdire” oggi una Guerra Fredda che sembrava definitivamente consegnata ai manuali scolastici.
Perché, ogni giorno che passa ne sono più convinto, la reale posta in gioco nel confronto sempre meno cortese fra americani e russi è il controllo delle risorse dell’Artico, risorse che potrebbero affrancare l’Occidente dalla dipendenza dal petrolio arabo ovvero confermare lo strapotere energetico russo. Il resto - tutto il resto, dalla crisi georgiana allo “scudo spaziale” - sono mere occasioni per mostrare i muscoli e sondare la robustezza della corda tirata. E dire che fino a qualche anno fa il disinteresse per la regione polare era tangibile. Ma, si sa, il petrolio muta sempre la prospettiva delle cose …